Alessandro Lai, il creativo che veste il grande cinema

Cagliaritano, è il costumista di Ozpetek e della serie “I Medici”. A teatro in scena al San Carlo di Napoli con “Così fan tutte”

SASSARI. Da Ozpetek alla Archibugi, da Zeffirelli alla Comencini, fino alla serie tv “I Medici”. In oltre vent’anni di carriera Alessandro Lai, cagliaritano doc, ha vestito quasi tutto il cinema italiano. Ma non solo. I suoi costumi saranno i grandi protagonisti dell’opera “Così fan tutte” che domenica, sotto la direzione di Chiara Muti e con il padre Riccardo sul podio a dirigere l’orchestra, inaugurerà la stagione del Teatro San Carlo di Napoli. Insomma, il curriculum di Lai, classe 1970, attraversa tutte le arti dello spettacolo. Una carriera ricca di premi e soddisfazioni che, in qualche modo, è iniziata in Sardegna. A Cagliari, dove il futuro costumista si è laureato in Lettere. «Ho fatto la tesi in Storia dell’arte contemporanea sul grande Piero Tosi e sul suo rapporto con Luchino Visconti. Un lavoro che mi ha aperto le porte della Sartoria Tirelli a Roma, dove ho incontrato Tosi, il mio maestro, che ancora oggi è un mio grandissimo amico». Per tre anni Lai ha fatto la gavetta nella storica bottega romana che ha fatto la storia del cinema: 17 premi Oscar dal “Casanova” di Fellini ad “Amadeus” di Milos Forman. Il top per uno che sogna di fare il costumista. «Ho potuto lavorare con tutti i più grandi maestri. Non solo Tosi, pensiamo a Gabriella Pescucci, Maurizio Millenotti. I costumisti dell’ultima generazione sono usciti tutti dalla Sartoria. Gli eredi di Tirelli siamo Carlo Poggioli, conosciuto soprattutto per i film di Sorrentino, Massimo Cantini Parrini, autore dei costumi di Garrone, e appunto io».

L’incontro con Ozpetek. Il debutto al cinema di Lai avviene nel 1988 come assistente in “La leggenda del pianista sull’oceano” di Giuseppe Tornatore, ma il suo primo film è “Rosa e Cornelia” di Giorgio Treves. «La protagonista era Chiara Muti, che oggi non fa più l’attrice ma la regista d’opera – racconta il costumista –. Ci conosciamo da allora, era il 2000, e siamo molto amici: è stata proprio lei a volermi il nuovo spettacolo». Il cinema si accorge subito del talento di Lai: Franco Zeffirelli, Liliana Cavani, Tinto Brass. La svolta però è data da due incontri. Il primo con Francesca Archibugi, che lo sceglie per la serie tv “Renzo e Lucia”, il secondo con Ferzan Ozpetek, che si affida a lui per “Saturno contro”. È la nascita di un rapporto professionale che va avanti da 12 anni. «L’incontro con Ferzan è stato fondamentale – dice Lai –. Insieme abbiamo fatto sette film e stiamo lavorando all’ottavo. Ma non solo. Con Ferzan collaboriamo anche a teatro, siamo già alla terza opera diretta da lui. Anche questa sarà al San Carlo di Napoli. Lui mi ha cambiato, è un regista che ha una visione del cinema vera, ma è anche una persona speciale. Tra noi c’è un sodalizio fortissimo».

La svolta tv. In realtà il debutto sul piccolo schermo avviene con la Archibugi, poi arrivano le fiction sulla monaca di Monza, su De Gasperi. Ma l’incontro che segna la svolta è quello con la Lux Vide, che ha cominciato a produrre serie tv a livello internazionale: “Barabba”, “Romeo e Giulietta” e in particolare “I Medici” con Dustin Hoffman nel cast. «Questa serie ha cambiato la mia carriera – spiega Lai –. Mi sono potuto sbizzarrire nella creazione dei costumi, ma, essendo girato interamente in Italia, sono riuscito a coinvolgere tutte le sartorie classiche, nonché gli amici del mondo della moda. Per esempio in Toscana c’è una azienda di calzature, Roberto Del Carlo, e io li ho convinti a realizzare scarpe medievali per la serie televisiva, di cui ora stiamo preparando la terza serie».

Più artigiano che artista. Un Nastro d’argento per “Magnifica presenza”, un Ciak d’oro per “Napoli velata”, sei nomination ai David di Donatello, tra cui “Latin lover” di Cristina Comencini, dove è stato l’ultimo a disegnare i costumi per Virna Lisi. «Quanto ci siamo divertiti con lei e Marisa Paredes. Avrei voluto ancora lavorare con lei», racconta. E proprio con la Comencini sta per tornare sul set, mentre per la tv è impegnato con “Devils”, la nuova serie con Patrick Dempsey e Alessandro Borghi tratta dal best seller di Guido Maria Brera. Nuovi lavori che arricchiscono la sua già ricca carriera di artista. «Io non sono un artista – precisa –, mi viene la pelle d’oca quando mi definiscono così. Io mi considero un artigiano. A me piace la parte manuale del mio lavoro. I miei costumi sono sempre molto trattati. Ogni volta che lavoro a un film metto su un laboratorio». Nel cinema mondiale il costumista italiano si è sempre ritagliato un ruolo d’onore. Tosi, Donati, Canonero, Pescucci, Millenotti, lo stesso Tirelli. «L’importanza del costume italiano ha sempre influenzato il cinema e ora anche la tv. Vediamo la Pescucci con “I Borgia” o Poggioli con la nuova serie di “Young Pope”. Un tempo l’Italia aveva la leadership, oggi direi di no, ma solo perché il mondo è molto più collegato, ci sono bravissimi costumisti in tutto il mondo. Oggi non siamo più gli unici ma teniamo testa. Anche perché ci sono cose che sanno fare solo gli italiani, a livello di tessuti, di elaborazione. In Europa non esistono più sartorie teatrali. A Londra appena due, a Parigi nessuna. Se oggi gli italiani e soprattutto la Sartoria Tirelli hanno acquistato un peso nel mondo è anche perché mancano i competitori». Tra i costumi creati Lai non ha un preferito, e nemmeno un’attrice prediletta. «È stato belle vestire Margherita Buy in “Magnifica presenza” o Carolina Crescentini in “Mine vaganti”. Posso però affermare che ogni volta che lavoro a un film o una serie è un piacere, ma anche una difficoltà. Il mio vestito preferito è sempre l’ultimo che ho realizzato». Un sogno però Alessandro Lai lo ha. «Mi piacerebbe vedere un mio costume indossato da Cate Blanchett».

La Sardegna. Nel lungo curriculum di Lai c’è anche un’esperienza nell’isola con Salvatore Mereu per “Bellas mariposas”. «Ho lavorato poco in Sardegna, ma posso dire che i meriti della mia carriera sono legati a un gusto dovuto alla semplicità, alla sobrietà, al rigore tipici dell’isola. Tutta la mia formazione è sarda, dal liceo Dettori di Cagliari all’università. Ritengo però che su alcuni aspetti noi sardi dobbiamo essere più elastici. Penso al cinema. In Sardegna abbiamo una grande
tradizione letteraria, dalla Deledda in poi. E oggi abbiamo grandi sceneggiatori come Mereu e Pau. Ma fare cinema significa avere anche un lato produttivo. Ci sono casi in cui magari lo stesso film si potrebbe fare con meno sforzi da un’altra parte».

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