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In Barbagia il saluto più affettuoso non è l’abbraccio ma la lotta

In Barbagia il saluto più affettuoso non è l’abbraccio ma la lotta

Forza esibita, emozioni nascoste: dialogo con un maestro di “s’istrumpa” e un pastore-poeta  

“Torna dalla battaglia con o sotto lo scudo”: in questo modo le mamme spartane salutavano i loro figli soldato. Già! Il modo in cui ci si saluta prima di un grande evento dice tanto di un popolo, di un’identità culturale. “Faglielo vedere che non abbiamo la coda”.

Mi sono tornate in mente le parole con le quali la madre di Luigi Lodde, campione di tiro al volo, due volte alle Olimpiadi, saluta il figlio prima di un gara importante. Come un rito scaramantico, che nella realtà dice tanto della Sardegna e della sua storia. Il ragionamento alla base della riflessione è semplice. Lo sportivo (e non solo lui) può vivere la prestazione come se si trattasse di un momento di vita e di morte, perdendo il contatto con quella che è la sua storia, che lo ha portato a competere a quel livello. La costruzione mentale della prestazione passa proprio per un percorso di consapevolezza di sé, della propria storia. Percorso che inevitabilmente connette l’espressione di sé all’espressione di una famiglia, di una comunità e di una cultura. Perciò più l’evento è importante, maggior significato acquista la storia del popolo che l’atleta va a rappresentare.

“Sopra o sotto lo scudo” dicevano a Sparta. “Fagli vedere che non abbiamo la coda” dice la mamma di Luigi. Parole le sue che sento mi appartengono profondamente e hanno accompagnato anche le mie prestazioni, soprattutto quelle fuori dalla Sardegna: esami universitari, convegni, momenti di esposizione, etc… Sento il bisogno di approfondire: a chi ho da far vedere che non ho la coda e perché? Decido di incontrare qualcuno che simbolizzi il mio concetto di sardità.

Una sorta di archetipo sardo, lo impersonifico in Giovanni Pira, pastore e poeta orgolese. All’appuntamento in terra barbaricina ci vado in un giorno di forte maestrale. Ciò che a casa piega ginepri e ulivi a Orgosolo increspa lecci e sughereti. Ci conosciamo scambiandoci dei doni.

Lui mi regala

il suo vino rosso

e formaggelle,

contraccambio con olio della campagna di nonno. Nello scambio, nei doni e nei sapori c’è il senso dell’articolo, da noi i gesti comunicano più delle parole. Ma lui le parole le usa per scrivere poesie, io per curare le persone, perciò fermarsi qui non renderebbe merito al nostro impegno. Partendo dal presupposto che prestazione è passaggio e quindi iniziazione, chiedo a lui se ricorda il momento che in qualche modo meglio di tutti simboleggi una prestazione importante. Individua la transumanza come una vera e propria iniziazione, come il passaggio dall’essere bambino a uomo.

“Quando andavamo a scuola si faceva la prima, la seconda e la terza. Poi ti portavano via da scuola perché bisognava andare all’ovile. Si partiva col gregge da novembre fino a maggio, per tutto l’inverno. Erano sei mesi che partivi e non vedevi né mamma, né gli amici ne nessuno”.

“La mamma prima di partire

ti abbracciava

e ti diceva fai da bravo, ascolta quello che ti dicono i grandi e ubbidisci. Le emozioni si provavano, ma non si esprimevano anzi un po’ si camuffavano per incoraggiarti. Non siamo abituati a sentirci dire parole di incoraggiamento da babbo e mamma, perciò diventa difficile farlo noi. Magari lo vorresti ma non riesci ad esprimerle queste cose”.

Quando parla, a Giovanni brillano gli occhi. Nell’ascoltarlo ho la sensazione che lui pensi in sardo prima di tradurre per me in italiano. Continua: “Quando sono partito la motivazione era legata all’orgoglio di raccontare agli altri compagni che anche io ero diventato un pastore come gli altri. Al rientro a casa è una grande emozione, tua mamma che era 6 mesi senza vederti ti abbraccia, ti trova più grande, più maturo. Non ci sono parole. Ti chiede sei stato bene… tutto qui. Non usiamo parole per esprimere le emozioni”.

Anche nelle risposte alle mie domande in realtà noto che non nomina nessuna emozione specifica, non c’è tristezza, gioia o paura. La parola emozione le racchiude tutte: appunto, “non ci sono parole”. Gli chiedo che succedeva al rientro con gli amici. “Quando si incontravano gli amici ci si salutava con s’istrumpa, per valutare le forze che hai acquisito nel periodo che sei mancato. Penso che questa sia proprio una cosa tribale. La fanno anche gli animali: i maiali o anche gli agnellini quando si incontrano combattono insieme”.

S’istrumpa come saluto, dunque. Una lotta corpo a corpo era il modo in cui si dava il bentornato. Compiere un’impresa per affermarsi agli altri.

“Non ero ansioso per la mia transumanza,

ero eccitato di farla, perché altri l’avevano fatta e quindi io non vedevo l’ora. Volevo vantarmi con gli altri e far vedere loro quello che avevamo imparato e acquisito. Cavalcare un asino o un cavallo erano tutte balentie che potevi raccontare agli altri. Molta della motivazione era legata a poterla raccontare agli altri. C’è il fare per essere riconosciuti: qui se non fai qualcosa di grande davanti agli altri, non conti niente”. Ancora: “Quando rientravi vantarti con gli altri era qualcosa di insuperabile”.

Le parole “fagli vedere che non abbiamo la coda” acquisiscono un significato all’interno di questa cornice culturale. L’affermazione di sé passa per il risultato, è una vergogna non riuscire a stare lontano 6 mesi da mamma o lamentare la propria paura. D’altronde perché preoccuparsi che l’altro si immagini che io abbia o meno la coda?

Mi risponde Pira su questa riflessione: “Agli occhi degli altri siamo stati sempre diversi. Pecorai. È una specie di difesa nostra da questo. Penso che il dominio secolare abbia influito. Le invasioni. Abbiamo sempre un po’ di paura con la tendenza di tenere a distanza gli altri e quindi di mostrare che anche noi siamo validi”.

Così le nostre vittorie si insaporiscono di rivalsa. Gareggiamo con un bagaglio in più: come se Luigi Lodde sparasse per la Sardegna, non solo per lui. Pian piano s’istrumpa diventa una sintesi di quanto detto. Amici che per lungo tempo non si vedono si salutano con il contatto fisico. Attraverso il gioco e la lotta, non con l’espressione dei propri vissuti. Si chiedeva e rispondeva contemporaneamente al “ciao, come stai?” mettendosi in competizione con l’altro, dimostrando di non aver la coda.

Decido

di approfondire

il discorso

sull’istrumpa, non tanto come disciplina sportiva, ma proprio come confronto e contatto con l’altro. Per questo vado a Ollolai da Piero Frau, già sindaco del paese e presidente della Federazione S’Istrumpa, storico docente di educazione fisica, ora in pensione.

Occhi brillanti e un senso di amore infinito per lo sport e la sua terra. In una parola un maestro. Fantastico di trovarlo in un tempio a forma di nuraghe in cima ad una scalinata infinita per raggiungere l’illuminazione, lo trovo in una casa poco sopra una palestra con i vetri rotti, non più usata per fare attività motoria, ma feste locali. Lo definiscono spopolamento. Vado al sodo: “Una cultura, che non ha parole per parlare di emozioni, come verbalizza le emozioni prima di un’importante prestazione?” Risponde Frau: “Non solo le parole, anche i gesti. Mi ricordo un episodio: due giovani di Ollolai che erano stati richiamati, quindi dovevano partire a fare la leva. Siccome si era molto restii ad abbracciarsi, a baciarsi non se ne parlava nemmanco, non sanno come mettersi d’accordo e si chiedono se abbracciare i parenti o meno al momento del saluto. Questa cosa la dice lunga perché si era restii a mostrare l’affetto. A manifestare un avvicinamento corporale. Se uno metteva magari il piede sull’altro non c’era l’abitudine a dire scusa. Ohi boidiche da igue (spostati da lì)”.

Allo stesso tempo in una cultura di questi tipo la lotta e il contatto fisico che ne deriva diventa un saluto. “Sì. Qui c’era un’altra lotta oltre s’istrumpa, la francas che in altri paesi la chiamano a brazzos. Questa era il primo incontro, il primo impatto tra due persone che non si vedevano da tempo. Pochi erano i pastori nell’agro di Ollolai. Molti erano fuori, andavano nel Campidano, nel Sassarese. Quindi rientravano dopo tanto tempo e quando si ritrovavano il primo saluto non era un abbraccio o una stretta di mano. Si afferravano per il bavero della giacca o se era estate per gli omeri e con strattoni, spinte e trazioni frontali e laterali e con qualche tecnica di gamba si metteva giù l’amico. Che non era avversario, era l’amico, era un modo per verificare le condizioni psico-fisiche dell’altro. Se stava bene o non stava bene. Dopo un paio di atterramenti potevano passare o a s’istrumpa oppure fermarsi a chiacchierare. Il primo saluto era quello, verificare le condizioni dell’altro”. Ricordo la lezione che mi fece mio padre da bambino sulle informazioni che si danno di sé a seconda di quanto e come si stringe la mano dell’altro. Continua Frau: “Era cosi il mondo nostro, non era ricco di parole.

“Quando ero ragazzo e c’erano delle contese,

non si discuteva più di tanto. Spesso si passava alle mani; c’era il concetto che la forza fisica e la prestanza erano importanti”. Anche con lui si torna a parlare di dominazioni: “È forse tipico delle società chiuse non usare tante parole emotive. Noi siamo stati dominati e non potevamo ribellarci perché siamo pochi, siamo divisi, allora manteniamo tutto dentro. Trasmettiamo in tanti modi questo senso di appartenenza. Questo tenersi dentro le cose. Un padre pastore che si portava il figlio di 11 anni, ad esempio, si fidava di quello che faceva lui. Doveva assorbire la sua sicurezza. Se poi il bambino piangeva gli rispondeva sese un homine, devi fare come faccio io, devi superare le difficoltà”.

Quale era dunque il significato sociale di questa lotta? “Alla base c’è l’orgoglio e il rispetto sociale. È la balentia. I valori sociali sono il rispetto delle regole, dell’altro e dell’ avversario. Tornando alla lotta mai nessun lottatore si sarebbe sognato di trasgredire le regole. Nessuno avrebbe neanche pensato: «Adesso che non mi stanno vedendo magari do un colpo proibito». Perché la società lo redarguiva, c’era questo orgoglio di rispettare le cose. La gara più importante era quella della visita di leva, e prima per essere selezionati. Perché molti volevano essere selezionati, tra l’altro in un modo che non era sancito da regole, però di fatto era questa la prassi. Prima della visita di leva per molti mesi si cimentavano. Provavano con avversari di varia levatura e uno doveva mostrare sul campo di essere il più bravo. Perché in genere erano uno o due che venivano mandati il giorno della prestazione. Per questo ci si allenava, si stava attenti all’alimentazione. Quelli che erano selezionati non potevano sgarrare, perché non potevano tradire il mandato dato dagli altri. C’era questo orgoglio”.

Approfitto della sua lunga esperienza nello sport per andare al punto, chiedendogli se ricorda di qualcuno che abbia mai parlato di ansia da prestazione e tecniche di rilassamento, insomma una sorta di preparazione all’atteggiamento alla gara, se non una vera e propria preparazione mentale. Mi risponde:

“No, l’ansia c’era ma nessuno ne parlava,

si cercava di dominarla ma non c’era un modo per esorcizzarla per liberarsene. La cosa era vissuta in modo completamente privato e personale. Negli anni ’63 e ’64 in Germania, durante l’emigrazione di tanti di noi, ricordo che c’era un amico di Urzulei che puntualmente prima di ogni incontro vomitava. Noi ne parlavamo, gli dicevamo: «Non è possibile che tu puntualmente vomiti perché se vomiti nella gara rendi di meno»”.

Insomma poche chiacchiere sulle emozioni: “Tornando indietro nel tempo i bambini venivano presi senza neanche aver finito le elementari e venivano messi in campagna a custodire il gregge giovane. Anche da soli. Per cui c’erano pochi rapporti. Il tempo si passava canticchiando o nella migliore delle ipotesi leggendo qualche libercolo di poesie sarde. Aspettavano intere giornate che un confinante potesse avvicinarsi per scambiare due parole. Era normale che non ci fosse un modo concreto di esporsi, di esprimere le proprie paure o le proprie lamentele. C’era anche la mentalità secondo cui esporre i propri timori e lamentele era segno di debolezza. Per cui uno queste cose se le teneva per sé per non essere considerato una persona non forte”.

Viviamo in un periodo storico in cui tanto si parla di alfabetizzazione emotiva. I nostri bambini parlano di ansia e angoscia da prestazione, senza una reale alfabetizzazione emotiva. Oggi si sproloquia di emozioni, ieri neanche si nominavano. E domani, con l’avvento dei social? Forse, come dicevano alcuni, l’inconscio muore quando incontra il linguaggio e facciamo grande sforzo a cercare di spiegare, spesso con poco successo, le emozioni che di fatto proviamo molto prima di imparare a parlare.

Mi sento sardo, curioso e confuso. Salutandomi con Giovanni Pira, mi dice che più avanti dietro la curva c’è un murale che lo rappresenta con il passaggio di una sua poesia. Mi specifica tra l’orgoglioso
e l’imbarazzato che è l’unico in vita ad essere rappresentato. Manco lui c’ha la coda. Mi torna in mente il senso di questo viaggio. Lo saluto, prendo la macchina giro l’angolo, trovo il murale e mi faccio un selfie. Il maestrale mi spettina… anche gli archetipi si aggiornano.



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