I social media, frontiera delle nuove dipendenze

A Cagliari per il progetto “Skillellè” l’incontro del neurobiologo Gessa con i ragazzi delle scuole

CAGLIARI. L’effetto-droga, quello benefico, c’è stato. Come succede dovunque Gianluigi Gessa, farmacologo dei due mondi, parli di emozioni, neurotrasmettitori, cocaina ed eroina, nicotina o alcool, sesso o gioco, internet compresa, facebook-instagram-twitter, poco importa. Alla fine della sua lectio magistralis al liceo “Eleonora d’Arborea” di Cagliari sono state le alunne – Francesca e Ketty, Paola e Silvia – a implorare un «professore resti con noi, parli ancora». Verrà dopo le feste di Natale, a dialogare, a ripetere, a scanso di equivoci, che «le conseguenze del consumo di droghe diventano devastanti per l’individuo dipendente». Devastanti «per le famiglie coinvolte, per la società e per l’individuo», per il quale occorre invocare «skills, competenze, l’autogoverno, la responsabilità, la conoscenza».

È questa la mission del progetto “Skillellè” (in gergo cagliaritano significa ragazzino) pensato da due professioniste dell’associazione Malik, entrambe ingegneri con specializzazione in architettura, Laura Pisu e Barbara Cadeddu, che vogliono sensibilizzare mille studenti fra i 14 e i 17 anni delle scuole superiori dell’area metropolitana nei quartieri di Is Mirrionis e San Michele.

L’incontro di ieri, in un’aula magna strapiena, ha dato un’alzata all’iniziativa, per i risvolti di cronaca del tema trattato, ma anche per lo spessore del relatore proposto. Gessa, docente di punta dell’università di Cagliari, ha trascorso sei anni della sua vita professionale negli Stati Uniti al National Institute of Hearth di Betesdha nel Maryland. Indagando su droghe e funzionamento del nostro cervello ha studiato e insegnato anche al campus Jolla-Scrips di San Diego in California e ancora al Karolinska Instutet di Stoccolma. A Cagliari ha creato una scuola di primo livello. Pendevano dalla sue labbra le studentesse. Perché Gessa ha miscelato scienza a storia, letteratura a biologia.

Ha attaccato con l’homo sapiens che «per la prima volta provò gli effetti dell’alcool, della morfina e della cocaina». E anno dopo anno, secolo dopo secolo si è misurato «con la vitis vinifera, la nicotiana tabacum, la erythroxilum coca, la cannabis indica e il papaver somniferum». Ha spiegato: «Erano sulla terra da milioni di anni. Erano droghe che servivano per ammaliare impollinatori o uccidere erbivori nocivi. L’uomo ha protetto quelle piante e ne ha diffuso la presenza in tutto il globo». Ma un conto è il loro uso, un altro è l’abuso. Perché nel tempo l’uomo ha inventato la distillazione del vino, la pipa, la sigaretta e la siringa «al fine di far arrivare quelle droghe più velocemente e in maggiore concentrazione nel cervello, aumentandone gli effetti psicotropi».

Così avviene oggi con Internet. Ma «Internet è la tabaccheria, non il tabacco, non la nicotina che ti asfalta i polmoni. Internet è stata una rivoluzione eccezionale, ma va governata con skills, con competenze digitali e sottratta alle dipendenze». Quali i più dannosi? C’è l’Internet gaming (il gioco), il gambling (gioco d’azzardo), i social relationship (ce ne rendiamo conto guardandoci intorno con i patiti da tastiera e da videoschermo attorno al tavolo di casa), c’è l’Internet pornography e le sexual activities, l’Internet overcoad, il compulsive buyng. Gessa: «L’uso distortodi certi social è diventato una delle droghe oggi più pericolose perché sono capaci di annullare i rapporti umani. Così internet si è trasformato dalla sua straordinaria importanza educativa ad una altrettanto straordinaria e importante azione diseducativa».

In apertura della sua lectio, Gessa ha proiettato una copertina del settimanale Time fine anni Novanta. C’è un pesce che abbocca ad un amo col titolo “How we get addicted”, come diventiamo dipendenti. Addictus come ero lo schiavo latino assegnato a un padrone, ma anche “how we might get cured”,
come possiamo essere curati. La riposta va trovata anche in questo progetto che, nelle periferie urbane e metropolitane cariche di problemi d’ogni tipo, vuole usare la scuola «che dispensa competenze» per superare «traumi sociali e individuali». Il dialogo studenti-docenti proseguirà.

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