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Don  Franceco Soddu (Caritas): sardi, basta col campanilismo. Facciamo squadra

Don  Franceco Soddu (Caritas): sardi, basta col campanilismo. Facciamo squadra

Natale con i tuoi: vale anche per i preti. Ancora di più per sacerdoti come don Francesco Soddu, che da sei anni gira come una trottola da un capo all’altro d’Italia, molte volte anche all’estero,...

Natale con i tuoi: vale anche per i preti. Ancora di più per sacerdoti come don Francesco Soddu, che da sei anni gira come una trottola da un capo all’altro d’Italia, molte volte anche all’estero, per seguire 220 Caritas in altrettante diocesi e le attività di una ‘portaerei della solidarietà’ che ha pochi eguali al mondo: quasi duemila strutture territoriali alle quali l’anno scorso si sono rivolte 197mila 332 persone, 42,2 per cento italiani e 57,8 per cento stranieri.

Le sue feste di fine anno saranno tutte in Sardegna, tra Chiaramonti – dove don Soddu è nato 58 anni fa e ha scoperto, vestito da chierichetto nella parrocchia di San Matteo, la vocazione al sacerdozio – e Sassari, campo privilegiato del suo impegno tra il 1985, quando è stato ordinato sacerdote da monsignor Salvatore Isgrò, e il 2012 anno della sua ‘promozione’ al vertice della Caritas italiana.

Il 31 dicembre sarà a Matera, per la Marcia nazionale per la Pace, ma pressoché continuativamente connesso con Karina/Caritas indonesiana per aggiornamenti sui disastri provocati dallo tsunami tra Sumatra e Giava. “L’amore per la Sardegna stando lontano si sente molto più forte ed è costante il desiderio di poter tornare non appena si presenta l’occasione”, dice il direttore della Caritas, sempre nella prima linea della Chiesa, anche se non si occupa più, come avveniva nella parrocchia della Cattedrale sassarese, di catechismo, ammalati da assistere, prime comunioni e cresime.

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Non mi manca il contatto

con la gente, anzi,

è costante ed ‘allargato’ a tutte le aree geografiche della nostra Italia. Sento forte – dice don Soddu – la responsabilità per la Caritas, organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana. Questo mi ha consentito, nel tempo, di conoscere meglio le diversità delle persone che vivono i nostri territori, le fragilità, ma anche le potenzialità delle nostre comunità che Caritas è chiamata ad animare, per renderle capaci di farsi interpreti e protagoniste delle opere di carità e di diventare ‘ponte’ tra quanto celebrano e ascoltano e quanta carità/amore vivono quotidianamente in un mondo che, forse, sta conoscendo la sua più bassa soglia di solidarietà e la sua più alta soglia di conflittualità e diffidenza”. Troppi ‘falsi miti’ e pregiudizi, infatti, costellano il fenomeno-immigrazione. Nel 2015 in piena crisi dei rifugiati, l’invasione ‘percepita’ era in cima alle preoccupazioni degli italiani. Il 36 per cento dei nostri connazionali, infatti, riteneva che gli stranieri nel nostro Paese fossero circa 20 milioni.

“Vogliamo fornire strumenti che siano in grado di favorire – spiega don Soddu – una conoscenza scevra di pregiudizi sul tema, in modo da ridurre la distanza fra il reale e il percepito. Non tanto per ‘convincere’ l’opinione pubblica di una cosa o di un’altra, ma perché la percezione distorta di un fenomeno porta a pressioni politiche e all’individuazione di soluzioni che sovente non centrano l’obiettivo, lasciando le problematiche aperte e sempre più aggravate dalla loro cronicizzazione.

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Negli ultimi tempi abbiamo

ascoltato voci, minacce,

provocazioni – continua don Soddu – a proposito di immigrati, rifugiati e organizzazioni non governative, dipinti come il nemico contro cui scaricare tutte le ansie e le paure contemporanee”. La Caritas è sempre più convinta che le emergenze – fame, disoccupazione, educazione – vanno affrontate dal punto di vista non solo meccanicistico, ma da quello culturale e quindi strutturale.

“La bussola che ci guida – aggiunge don Soddu – è il metodo della pedagogia dei fatti, che impegna la comunità a partire dai problemi, dai fenomeni di povertà, dalle sofferenze delle persone, dalle lacerazioni presenti sul territorio, per costruire insieme risposte di prossimità, di solidarietà e per allargare il costume della partecipazione e della corresponsabilità”.

Non è un processo lineare. È un percorso differenziato, “che in ogni regione, quindi anche in Sardegna, vede luci e ombre”. Dal radar di don Soddu la Sardegna non scompare mai: “La lontananza aumenta l’amore per la nostra terra, ma fa sentire forte il grande dolore per le povertà e le fragilità che essa vive. Mi riferisco in modo particolare – dice il direttore Caritas – alla fatica nel trovare soluzioni per una riqualificazione del territorio martoriato dai veleni delle fabbriche e non solo; impoverito dallo spopolamento dei piccoli centri, da un tasso di disoccupazione sempre crescente, fino alla grande fatica nella ricerca di strategie volte alla valorizzazione di un patrimonio unico come quello paesaggistico, ma anche archeologico e culturale in genere e così farlo diventare possibilità di lavoro, soprattutto per i giovani”. Anche per don Francesco il tempo delle parole è finito. Non pensa minimamente alle prossime regionali, ma la raccomandazione calza a pennello alla vigilia della campagna elettorale:

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Ritengo che si debba

passare dalla declamazione

degli auspici all’impegno comune di tutti e mirare – dice il direttore Caritas nazionale – a far convergere risorse e potenzialità verso un’economia propria, evitando così tutta quella sorta di ricatti più o meno velati e condizionamenti da parte di chi, arrivato da fuori, non ha fatto altro che contribuire ad impoverire ulteriormente il nostro territorio”. L’augurio di don Soddu per l’anno nuovo: “Un investimento di competenze ad ampio raggio penso sia la priorità per riuscire a ridare prospettive alla Sardegna, superando i nostri classici limiti, in primis il campanilismo e la fatica nel fare squadra e lavorare insieme”.

Nella nostra isola la Caritas è in buona salute: quasi tutte le diocesi hanno la mensa del povero nella sede principale; nei centri minori, spesso, suppliscono le parrocchie. Solo per gli interventi caritativi le Chiese locali sarde spendono complessivamente oltre 5 milioni di euro l’anno dai fondi dell’Otto per mille.

La sola distribuzione di servizi non basta più. Occorre uno sguardo che sappia vedere lontano. “Dobbiamo imparare a leggere i territori in termini di relazioni, contatti, progetti. Un impegno – aggiunge Soddu – che deve portare a rispondere, come sempre, ai bisogni che ci vengono segnalati, ma anche ad anticipare i fenomeni e a intercettare il disagio prima ancora che si acutizzi”.

Vedetta della carità non solo italiana, ma anche internazionale. Lo sguardo del direttore è rivolto al mondo. La rete della solidarietà, voluta nel 1971 da papa Paolo VI è estesa a tutta la Chiesa. Dal 2013 al 2017, quindi sotto il ‘governo-Soddu’, la Caritas italiana ha realizzato 1408 microprogetti in 82 paesi del mondo: di cui 934 microprogetti in 36 nazioni dell’Africa, 184 in 13 stati dell’Asia-Oceania, 183 in 15 paesi dell’America Latina, 35 in Medio Oriente e Nord Africa e 72 in 8 stati europei. Una cosa è certa: la Caritas non abbandonerà mai il ruolo di salvagente dalla disperazione, di risolutore di problemi immediati della persona (la fame di pochi giorni, un posto letto a un senza fissa dimora, una bolletta Enel o di Abbanoa da pagare, la bombola del gas), ma sposta i suoi riflettori
sulla comunità per coinvolgere i suoi membri nell’accoglienza, nello spirito della gratuità.

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È la logica dell’educare

facendo e facendo fare

– spiega don Soddu – affinché la comunità produca in se stessa i germi della propria sussistenza”.

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