Pfm e live, la svolta di Faber nacque in Sardegna

Intervista con Franz Di Cioccio: «Un dirompente progetto»

Inserisci un nuovo suono lì, varia i ritmi qua, modifica le scansioni armoniche là. Mettere mano a opere che già sono bellissime è impresa audace, un po’ da pazzi, la classica scommessa che non si può perdere. Tuttavia i grandi artisti hanno il coraggio di osare. Così quando la Premiata Forneria Marconi, per brevità chiamata Pfm, propose di arrangiare in stile rock i brani di Fabrizio De André (che accettò), venne di fatto lanciata una sfida al mondo della musica. Il risultato fu straordinario: grazie al tocco magico della band, pezzi all’origine deliziosi come “Bocca di Rosa”, “Il pescatore”, “La guerra di Piero” o “Via del campo” (giusto per citarne alcuni) diventarono capolavori assoluti. Seguirono una tournée e due album dal vivo che hanno cambiato per sempre la storia della canzone d’autore italiana. La registrazione dei dischi, ormai diventati cult, avvenne nel gennaio del 1979 durante i concerti di Firenze e Bologna, ma soltanto in pochi sanno che questo rivoluzionario progetto era stato concepito qualche mese prima in Sardegna.

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A rivelarlo, esattamente quarant’anni dopo, è Franz Di Cioccio, leader e fondatore della Pfm, in questa lunga chiacchierata che inizia da quando la formazione rock ancora si chiamava “I Quelli” e suonò nell’album di De André “La buona novella”. Correva l’anno 1970. «All’epoca – racconta il batterista – ero un session-man abbastanza quotato. Mi proposero di entrare in studio di registrazione con De André e io chiesi di allargare l’ingaggio all’intero gruppo, anche per fare qualcosa di più congruo. “La buona novella” è stato un album importantissimo per Fabrizio, uno dei più belli, se non altro per le tematiche. Lui lo amava molto, pur sapendo che non sarebbe stato il più venduto. La verità è che si era appassionato ai vangeli apocrifi. Diceva: “Ora finalmente posso parlare di certi argomenti senza attingere da quello che arriva dall’ufficio stampa del Paradiso”. Rimanemmo molto colpiti dai testi, fantastici. Noi in confronto a Faber eravamo dei ribelli, dei capelloni che frequentavano locali fumosi. Ci fu stima reciproca, ma poi ognuno per la sua strada. E poco più tardi nacque la Pfm».

Otto anni dopo l’idea degli arrangiamenti e di un tour.

«Eravamo a Nuoro per un concerto e Fabrizio venne a trovarci. Fu una bella sorpresa, non ci sentivamo da tempo, noi peraltro tornavamo da una tournée americana di grande successo, ma scoprimmo che musicalmente lui aveva continuato a seguirci. L’indomani ci invitò a pranzo a casa sua, all’Agnata, e fui proprio io a tirar fuori l’idea folle. Gli dissi: facciamo qualcosa insieme. Noi negli Stati Uniti abbiamo constatato che la sinergia tra un cantautore e una rock band può generare cose stupende, guarda Bob Dylan con The Band o Jackson Browne con gli Eagles. Dacci retta: noi prendiamo i tuoi pezzi e li rifacciamo a modo nostro, vedrai che alla fine sarai contento».

Faber come la prese?

«Da una parte la proposta lo intrigava molto, dall’altra era molto spaventato perché un concerto rock non lo aveva mai fatto. Significava quindici mesi di palco, esibirsi nei palasport. Era terrorizzato, molti gli suggerirono di lasciar perdere, dicevano che sarebbe stata una pazzia, che noi suonavamo roba dura e via scoraggiando. Per fortuna Faber è sempre stato un bastian contrario, così più lo invitavano a mollare e più lui era attratto dalla nostra offerta. Alla fine ci disse: “Ragazzi, questa idea qua può diventare una cosa straordinaria o un flop. E io nel dubbio preferisco farla”».

Non solo. Poi ammise: «La Pfm mi ha dato una formidabile spinta verso il futuro».

«Sì, disse esattamente così, anche perché prima della nostra proposta stava riflettendo sul fatto di fare prevalentemente l’agricoltore in Sardegna. E invece decise di scommettere ancora sul suo talento. L’aspetto innovativo, almeno in Italia, è che lo spettacolo non prevedeva un grande cantautore accompagnato dalla Pfm, bensì una celebre rock band che creava un tessuto musicale preciso per un grande cantautore. In altre parole: due artisti insieme che collaboravano per un progetto unico».

Quando decideste di fare un disco live ?

«Subito, appena lanciammo l’idea del tour. Tanto che per convincere Fabrizio puntammo anche su questo. Gli dicemmo: pensa, avrai due dischi pronti senza nemmeno mettere piede in uno studio di registrazione. Lui tra l’altro era alla fine del suo contratto discografico e comunque nei live una volta che il concerto è concluso hai già praticamente fatto anche il disco. La prospettiva era quella di ottenere un risultato ottimale con costi e tempi di realizzazione molto limitati. E infatti i due album che abbiamo pubblicato sono stati incisi entrambi nella tappa di Firenze, anche se per sicurezza registrammo pure a Bologna».

Meglio di così non poteva andare, lo ammetta.

«Non sta a me dirlo, ma lo pensano in tanti: i testi erano quelli, le canzoni erano quelle, meravigliose. Tuttavia Faber non aveva mai aperto la finestra emotiva che una band riesce sempre a spalancare creando una scenografia sonora. Chiunque provi confrontare “Il pescatore” eseguita col fischio e la chitarra con la versione arrangiata dalla Pfm si rende conto della differenza. Per dire, immancabilmente quando la facciamo dal vivo la gente canta in coro “larallallallallalà – larallallallallalà”, eppure quello era soltanto un piccolo passaggio aggiunto da noi per consentire a Fabrizio di legare le due strofe. Per lui è stata una svolta. Oltretutto prima di quella tournée Fabrizio non aveva quasi mai visto in faccia chi comprava i suoi dischi».

Con quale criterio sceglieste i brani da inserire negli album?

«Basandoci fondamentalmente sulle atmosfere, con particolare cura nell’evitare i doppioni: quando c’è una ballata non puoi farne altre quattro successive».

Qual è l’arrangiamento più riuscito, secondo lei?

«Difficilissimo rispondere. “Amico fragile” è la canzone che amo più di tutte, e “Il giudice”, fatta con la fisarmonica, risulta un gioiello. Poi “Marinella”: nella versione della Pfm ha un calore tale che ti fa proprio immergere in quella storia».

C’è anche un pezzo in sardo gallurese.

«Certo, “Zirichiltaggia”. Si prestava molto al live e poi avevamo un grandissimo violinista, Lucio Fabbri, per cui eravamo super attrezzati. Quel brano lo abbiamo suonato persino in America alle feste country».

Il pubblico apprezzò immediatamente il live della svolta?

«Ai concerti c’erano due distinte fazioni: quella che andava per sentire De André e quella che andava per sentire la Pfm. Per utilizzare ancora l’esempio di “Marinella”, la nostra versione partiva con degli arpeggi particolari, suoni eterei, e dall’intro nessuno poteva capire quale pezzo fosse: i fan di Fabrizio storcevano il naso, mentre i nostri si esaltavano sin dalle prime note. Poi, però, appena Faber cominciava a cantare c’era un’esplosione di applausi univoca. Il fatto è che avevamo messo insieme due vere e proprie tifoserie con due modi molto diversi di concepire la musica».

Invece la critica che reazione ebbe davanti a questa incursione della musica rock, seppure raffinatissima ?

«Alcuni giornalisti per un certo periodo hanno cercato di dissuadere De André dal progetto, e tra le tante recensioni riprodotte all’interno della copertina dei due dischi non mancano di sicuro le stroncature. Non tutti i critici avevano capito che stava arrivando una mutazione generazionale e musicale molto forte».

Voi eravate consapevoli che stavate cambiando per sempre la musica d’autore italiana?

«No, volevamo fare una cosa nuova senza avere simili ambizioni. Insomma, c’era lo stesso amore e impegno con cui facciamo ogni progetto. Soltanto quando tutti ci chiesero di incidere anche il secondo album capimmo che avevamo realizzato qualcosa di importante».

Poi tutti vi emularono.

«Già. Diciamo che dopo quei due dischi con Fabrizio, un cantautore non poteva più pensare di presentarsi sul palco da solo con una chitarra. Era iniziato un mondo nuovo».

Parliamo di “Pfm canta De André”, cioè di questo tour. Che cosa ci si deve aspettare?

«Non sarà una rievocazione, ma una celebrazione. Anticipo soltanto che nella parte centrale faremo ascoltare “La buona novella” come la facciamo noi oggi. Sul palco ci saranno anche Flavio Premoli e Michele Ascolese, lo storico chitarrista di Faber. Abbiamo tre tastieristi, tre chitarristi, percussionisti. Siamo in nove, non c’è bisogno di aggiungere altro, credo».

A lei l’arduo compito di sostituire la voce di De André.

«Mi sono preso questa responsabilità e ovviamente non ho la voce di Fabrizio. Nessuno ce l’ha, del resto. E poi noi non siamo certo una cover band. Diciamo che io ho la mia voce, la mia timbrica, ma anche che conosco molto bene la materia».

Chiudiamo con un ricordo di Fabrizio come persona, come compagno di viaggio.

«Quella del 1979 fu una tournée straordinaria anche dal punto di vista umano, eppure non sempre andavamo d’accordo. Spesso lui aveva paura del palco, se ne voleva tornare a casa. Però il Fabrizio che mi è rimasto dentro è quello di un uomo che sapeva raccontarti qualsiasi cosa, un lettore onnivoro che terminava un libro nuovo ogni notte. Ma l’aspetto più bello era quando ti spiegava la parte critica di ogni suo testo: nulla era lasciato al caso. Una volta gli chiesi: scusa Faber, ma perché in Amico Fragile scrivi molte feritoie della notte e non tante feritoie della notte? Non è la stessa cosa? E lui: no, non è affatto la stessa cosa: molte è una porzione di tante».


 

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