De André e Gigi Riva: quell'incontro tra silenzi, sigarette e whisky

Il bomber del Cagliari e della nazionale racconta di quando si conobbero nel 1969. Capitò a Genova: «Le sue canzoni erano la colonna sonora delle nostre trasferte»

Il dieci luglio del 2005, al concerto tributo “Le Nuvole” nella suggestiva cornice dell’Anfiteatro romano di Cagliari, Gigi Riva era seduto al fianco di Dori Ghezzi. Qualche fila indietro rispetto alla prima. Sul palco artisti come Antonella Ruggiero, Morgan, Dolcenera, Massimo Ranieri, Sergio Cammariere, Andrea Parodi e tanti altri cantarono le più belle canzoni di Faber. Proprio Massimo Ranieri, autore di una potentissima interpretazione di “Don Raffaè” tirò fuori il bomber dal guscio. Al microfono disse: «Nel pubblico con Dori Ghezzi c’è un grande campione, Riva». Gigi si alzò, timidamente, sollevando il braccio mentre il pubblico batteva le mani e Dori Ghezzi lo guardava sorridente. «Fu una grande emozione – dice Riva –, quegli applausi della gente che era venuta a rendere omaggio a una persona speciale mi colpirono nel profondo».

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Ci sono destini che si incrociano, si uniscono per qualche istante, restano vicini e distanti allo stesso tempo. Gigi Riva e Fabrizio De André. È successo anche questo sotto il cielo di Sardegna. Due “continentali” che si sono innamorati dell’isola, scegliendola come luogo dove vivere. Storie che si intersecano: a Gigi piace la musica e in particolare si è innamorato sin da giovanissimo di Faber, prima ancora – sono parole sue –, che Mina lo facesse scoprire al mondo intero cantando “La canzone di Marinella”. Al cantautore piaceva molto il calcio, era tifosissimo del Genoa e aveva un debole per Gigi, giusto per quella sua predilezione per chi riesce a farsi beffe dei più forti, e chi più del Cagliari di “Rombodituono” ha rappresentato il rovesciamento del regime del pallone in Italia?

Destini incrociati, ancora, perché una volta nella loro vita Faber e Gigi si sono incontrati, hanno trascorso una lunga serata insieme. Era fine estate del 1969. Gigi approfittò della trasferta del Cagliari in casa della Sampdoria e arrivò da De André insieme a Beppe Ferrero, calciatore che dopo una rapida apparizione in Sardegna era sbarcato proprio nella città della Lanterna, sponda Grifone, la squadra amata dal cantautore.

Immaginate la scena: due taciturni, che arrivano da due mondi completamente diversi, e che si incontrano per la prima volta. Gigi ricorda: «All’inizio tirammo fuori sì e no tre parole a testa. Servì un contributo di quattro bicchieri di whisky non so quante sigarette per sbloccare la situazione».

Portaceneri colmi, fumo nella stanza, voci rauche e lingue sciolte dall’alcol. Così si andò avanti. «Cominciarono a saltar fuori ricordi di uno e dell’altro – continua Riva – . Fabrizio iniziò a parlare di Georges Brassens. E ancora mi disse della sua grande amicizia con Luigi Tenco e della lunga notte in cui scrisse per lui “Preghiera in gennaio”». Riva si ferma un attimo. E riparte. «Preghiera in gennaio è anche la mia canzone preferita. Un vero inno all’amicizia».

Il bomber era incuriosito da tutto, Faber gli disse anche che «si alzava tardissimo la mattina e che la notte invece trovava l’ispirazione per scrivere le canzoni». Solo all’alba il gruppo si sciolse. Non prima che «lui mi regalasse una chitarra – ricorda ancora Riva – e io ricambiassi con la maglietta bianca numero 11, usata in quella partita e che portavo nella borsa».

Gigi non ha mai imparato a suonare la chitarra, e non ha più rivisto Fabrizio. Restò solo un filo sottile a legarli, quei saluti che di volta in volta arrivavano a uno o all’altro tramite comuni conoscenti. «Ma le sue canzoni ho continuato a sentirle e ad amarle. Come Bocca di Rosa o La canzone di Marinella. Facevano – dice divertito – anche da colonna sonora nelle trasferte della squadra. Io sedevo a fianco all’autista e dunque manovravo il mangianastri e, puntualmente, inserivo le canzoni di De André. A un certo punto da dietro qualcuno dei compagni protestava, ma io facevo finta di niente, tenevo duro e andavo avanti». Il futuro, che all’epoca dell’incontro ancora non era ben definito per entrambi, ha stabilito che tutte e due scegliessero la Sardegna per viverci. «E questo – si accende l’ex attaccante della nazionale – anche nonostante la storia tristissima del sequestro. Lui ha deciso di continuare a stare nell’isola e di frequentare ancora i sardi che ha amato profondamente. Perché non poteva cambiare idea solo per colpa di qualcuno».

Da allora, prima della morte di Faber, a Riva è capitato qualche volta l’occasione di poter rivedere il suo cantante preferito. «A Tempio sono andato spesso, e ogni volta pensavo: beh, ora provo a fare un salto all’Agnata. Poi invece cambiavo idea. Perché? Non volevo disturbare».

Riva continua a sentire quei brani. «Quei dischi sono fra i miei ricordi più cari. Sono canzoni senza tempo e di Fabrizio ho fatto innamorare anche i miei due figli, Mauro e Nicola che, sin da piccoli, in auto sentivano le sue canzoni».

E il filo che lo univa al cantautore non si è mai spezzato. Nel 1999, dopo l’11 gennaio quando morì Faber, Gigi finì a Genova al seguito della nazionale. Andò in via del Campo, nel negozio museo gestito da Gianni Tassio, uno scrigno di tesori, dischi e memorabilia di De Andrè. Tassio si emozionò a vedere Riva ma con voce ferma gli disse: «Eccomi, sono io, il figlio di quella di via del Campo». Gigi sorrise, fecero una foto insieme con la chitarra, la Esteve, degli ultimi concerti di Faber. Riva firmò il librone bianco lasciato per i visitatori (curiosamente era l’undicesimo di quelli utilizzati a quello scopo): un autografo e un semplice “Ciao Fabrizio”.
 

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