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Il libro di Oppes: miti e leggende della Sardegna

Il libro di Oppes: miti e leggende della Sardegna

Il puzzo di bruciato, al suo risveglio, è ancora lì, e chissà per quanto tempo impregnerà l’aria. Tutto intorno è cenere: le fiamme del piromane non sono giunte ai terreni di cui è proprietario, è...

Il puzzo di bruciato, al suo risveglio, è ancora lì, e chissà per quanto tempo impregnerà l’aria. Tutto intorno è cenere: le fiamme del piromane non sono giunte ai terreni di cui è proprietario, è vero, ma poco ci è mancato; e comunque il danno, nel mondo dei pastori, riguarda sempre tutti, anche chi non viene toccato direttamente. L’anziano Pedru trova un conforto almeno parziale guardando il suo leccio vecchio di duecento e più anni, alto, altissimo, a sfiorare il cielo. Quando lui era appena un bambino, ma già aveva lasciato la scuola per seguire il padre nei campi, quella pianta maestosa si era salvata da un altro terribile fuoco, e il genitore era poi riuscito anche a evitargli la frenesia distruttrice dell’uomo («“Sega tottu!” urlavano i nuovi padroni agli operai chiamati a completare con la scure l’opera di devastazione avviata dall’incendio di qualche giorno prima»). Solo oggi che sente le forze mancargli e che gli arrivano chiari i presagi della fine, Pedru realizza che quel leccio è molto più di ciò che appare. Siamo nella Sardegna della seconda metà degli anni Sessanta, le sirene della chimica e delle fabbriche continentali stanno svuotando i piccoli centri, e nessuno tra i giovani – compreso il suo nipote adolescente – pare più intenzionato a condurre una vita di sacrifici e privazioni come quella del pastore. Ciò che è sempre stato si avvia in gran parte a mutare, e magari addirittura a scomparire: tanto i saperi e le capacità pratiche della campagna, quanto gli aspetti fondamentali per definire la storia e la cultura di un luogo, ovvero la memoria, la lingua, le tradizioni. Quel leccio solitario, muto testimone di vicende ed esistenze del passato e del presente, agli occhi di Pedru diventa così un simbolo di resistenza. Una resistenza che non significa negazione ottusa dei cambiamenti in atto, ma piuttosto conservazione di uno spazio che offra, fuor e dentro di metafora, riparo: appunto a quei saperi e capacità, a quella memoria, a quella lingua e a quelle tradizioni.

Prende le mosse da qui “La voce del leccio” di Tonino Oppes, da poco pubblicato da Domus De Janas (160 pagine, 10 euro), nel quale l’autore e giornalista di Pozzomaggiore torna su temi e riflessioni a lui cari. La cornice di finzione, che vede il confronto tra le generazioni di Pedru, del figlio Giovanni e del figlio di questi Pietro, conta più come strumento per raccontare qualcosa d’ulteriore, che di per sé stessa: al suo interno infatti Oppes incastona leggende e miti popolari, cantilene ed espressioni in limba, pagine di storia regionale, spiegazioni di riti e manifestazioni. Ecco allora, tra i tanti, rievocati le figure della “coga”, malefica predatrice del sangue dei neonati che si tiene lontana unendo ai piedi del letto «due grandi spiedi a forma di croce su un treppiede rovesciato», e della “bíe mortos”, la donna che vede i morti; la nota filastrocca che comincia con “Custu es su porcu” e modi di dire come “Chie giúghet pane in saccu no est né tontu né maccu” (“Chi ha pane nel sacco non è né tonto né matto”); la consuetudine della “messa de sa essída” (la prima uscita pubblica dopo un lutto, per la quale bisogna attendere 8 giorni); appuntamenti come la “festa della luce” del 23 giugno, che con le sue formule ben precise trasforma due bambini in compari
per la vita, e così via. Se il leccio di Pedru non è solo un leccio, altrettanto vale per il libro di Oppes: che non è solo un libro, ma un tentativo concreto di preservare la cultura e la civiltà dei sardi, e di porre un argine alla dimenticanza e alla cancellazione dei loro valori.

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