«Vi racconto i segreti del mio canto a tenore»

Il jazzista presenta “Madrìke” il nuovo cd del coro Gòine di Nuoro dove è lo straordinario “bassu” della tradizione

SASSARI. “Madrìke” il titolo del nuovo lavoro discografico del Tenore Gòine di Nuoro. «Matrice, fulcro, inizio. Il fermento che crea il lievito madre del pane, o “sa junchetta” per lo yogurt» spiega Gavino Murgia, jazzista nuorese di fama internazionale, che nel Tenore interpreta la parte di “bassu”. «Madrìke è anche quel nucleo profondo della nostra identità da cui non si può prescindere e dal quale tutto nasce» continua Murgia. Il musicista – che attraversa molti confini sonori – è la guida per addentrarsi in questo affascinante universo polifonico. Ascoltiamo con lui le 14 tracce del disco. Una forma d’arte straordinaria che identifica una terra, un popolo. Seguirà a breve la stampa in vinile a cura della prestigiosa casa editrice Ilisso. Per loro, che abitualmente si occupano di pubblicazioni di libri d’arte, questa stampa rappresenta un unicum che hanno voluto realizzare appositamente per il Tenore Gòine per celebrare questo evento.

LE VOCI DEL CANTO

«Il canto a sa seria o boche ‘e notte – spiega il musicista – è il canto più importante del repertorio, quello che mette alla prova le quattro voci e che determina e mette in evidenza la qualità del Tenore. Dopo l’esposizione dei primi versi da parte del solista (sa boche) rispondono le altre tre voci: (bassu, contra e mesu boche)». Nel primo brano del cd “A tibe o Sardigna” i versi del poeta nuorese Franceschino Satta, vengono cantati da Pietro Piras: questo appena termina di esporre l’ultima sillaba, mentre si avverte la persistenza della vibrazione della sua voce nell’aria, le altre voci rispondono con lo stile ed il suono proprio della scuola di Nuoro. «Sa boche è il conduttore. In quella frase di esposizione tematica, il solista da molte più informazioni del semplice “La” di un direttore: essa determina l’andamento ritmico e l’intonazione. L’ultima nota del suo canto è su puntu a cui il Tenore si deve attenere prontamente emettendo una risposta perfettamente intonata e creativa. Noi non sappiamo quando il solista modula per salire o scendere di un tono, o quali tempi e pause decide – precisa Gavino Murgia –. Bisogna ascoltare i melismi, le piccole sfumature delle frasi interne all’esposizione, da parte del solista, che la bellezza del canto a sa seria fa emergere. Questa forma che appare rigida e seria, appunto, lascia invece spazio alle variazioni proposte da sa boche e all’interpretazione del Tenore con un affiatamento simile a un ensemble jazz. Da seguire in questo senso, oltre al primo, sono il decimo e tredicesimo brano del disco. Nonostante io canti da tutta la vita, l’amalgama sonora che tutti i Tenores riescono a produrre mi suscita sempre grande stupore. Il mistero del Tenore – sottolinea il musicista –. Se la somma di tutte le voci è perfetta, si genera una straordinaria magia: un fenomeno acustico, una quinta voce, un armonico, una voce invisibile che si chiama quintina. Su questo straordinario effetto l’ascoltatore si dovrebbe concentrare cogliendo quel particolare momento e anche alla persistenza del suono: sa dùmmida». Nel disco anche tre brani della tradizione della danza tradizionale: boch’ è ballu: ballu tundu, dillu e passu torrau. «Nell’esecuzione dei balli l’andamento de sa boche e de su tenore è più dinamico, espresso dai movimenti ritmici del ballo stesso, battere, levare e contrappunto creati dalla poliritmia delle voci» sottolinea Gavino Murgia.

POESIA DELLA TERRA

I testi sono di poeti noti come Franceschino Satta, Sebastiano Satta, Peppino Mereu, Padre Luca Cubeddu e Lillinu Fresu, ma anche tradizionali e anonimi. Parlano di un mondo pastorale e contadino fatto di tanche, fiori e fonti, di monache che ricamano vesti d’oro e belle da amare, preghiere di fede, musica sacra legata alle festività e alle funzioni religiose, e tempi duri di carestia come nella classica “A Nanni Sulis” (Nanneddu meu) di Peppino Mereu, di deportazione nel muto “Sos bentos de levante”. «Tutta la poesia della tradizione orale nasce per essere cantata. Il canto a sa seria, sa boche ‘ e notte nasce da versi endecasillabi, formati da undici sillabe, “tessere ti cheria in rimas d’oro” una formula di poesia cantata anche della grande tradizione come gli endecasillabi della terzina dantesca – spiega ancora il musicista – . La stessa metrica si usa in su passu torrau, mentre per su dillu le sillabe sono cinque. Lo stesso testo lo si può variare come retrogau, che è una stesura complessa in cui il secondo verso si collega al terzo al quarto e infine al primo, una metrica dove si coglie anche il virtuosismo del poeta non solo di chi canta quei versi.

Su ballu tundu è composto in versi ottonari e su dillu di versi quinari, infatti la poesia “Nanneddu meu” è tra i testi più cantati perché trovare una poesia con quella metrica è cosa rara. Un capitolo a parte sono sos muttos, composti in versi settenari. Mia nonna Frantzisca, me li recitava spessissimo e cantandoli e recitandoli mi ha inculcato la metrica, composta da s’isterria e sa torràda, e di conseguenza il sistema per scriverli – continua Murgia –. Nel tempo purtroppo si è persa la dimestichezza con la poesia, ma anticamente tutti erano in grado di improvvisare unu muttu. Gli stessi muttos si cantano anche usando la risposta “Assandira”, dove la risposta del tenore Assandira è una parola misteriosa. Nella lingua parlata non esiste. Anni fa ho scoperto, e amo, l’interpretazione dello studioso di lingue antiche Raffaele Sardella, che collega questa parola all’antico sumero accàdico e secondo la sua ricostruzione la parola Ass-an-dira è un inno alla stella Venere».

LA MUSICA DELLA NATURA

Il Canto a Tenore era la musica legata alla festa, come lo è ancora oggi. «Era la voce e il suono del popolo, idee e pensieri d’amore o di rivolta – conclude Gavino Murgia –. La rima e la musica sono strumenti potenti di memoria con cui si potevano veicolare informazioni, pensieri e sentimenti. Infatti fu tra le varie forme d’espressione autoctone vietate dal fascismo. Oggi il canto a Tenore ha varcato i confini locali dove gode di tanti ascoltatori e appassionati. Ci sono cori che provano a imitare questa sonorità in Cina e negli Usa e, nel tempo, ha raggiunto luoghi importanti, come i teatri e le sale da concerto, con un approccio simile a quello della musica colta. Questo perché è un linguaggio da ascoltare in religioso silenzio, del tutto originale, che si è sviluppato in maniera autonoma senza subire influenze dall’esterno, nel cuore della Sardegna: nell’isola dell’isola.

UNIVERSO ORIGINALE

Una musica difficile da trascrivere su di uno spartito. Potrei scrivere questo Fa Diesis che stiamo ascoltando ma sarebbe impossibile rendere in forma di notazione tutte le sfumature fatte di pause e allungamenti sonori, bisognerebbe inventare una nomenclatura apposita perché alcune particolarità esistono solo in questo tipo di canto e non in altri. Possiamo trovare il suono gutturale in altre culture del mondo ma mai la raffinatezza del tenore nel suo insieme, la sua particolare compattezza. Quello che colpisce i musicisti di jazz e classici, con cui lavoro e a cui faccio ascoltare il canto a tenore,
è l’affiatamento particolare, il suono che scaturisce dall’unione di sole quattro voci e la capacità di intuire le variazioni del solista e accompagnarle e interpretarle.Un canto che entra e muove corde ancestrali: la voce della terra, degli animali e del ritmo della natura».



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