Una Sardegna di cittadini e non di sudditi

In libreria il saggio “Storia dell’Autonomia sarda 1847-2018”, curato da Manlio Brigaglia e da Salvatore Mura 

Dal libro “Storia dell’Autonomia sarda” curato da Manlio Brigaglia e Salvatore Mura (Delfino) pubblichiamo l’intervento, pronunciato in consiglio regionale il 12 marzo 1987, dall’allora presidente della Regione, il sardista Mario Melis.

* * *di MARIO MELIS

L’Autonomia ha vissuto tutto il travaglio di un’evoluzione storica che ha subito l’impatto delle grandi trasformazioni che hanno cambiato il volto del mondo: si sono modificati i ritmi dell’economia, si sono modificati i consumi (non solo sul piano della quantità, ma soprattutto della diffusione e dell’estensione a vasti strati sociali che prima ne erano esclusi), si sono profondamente modificate le produzioni; i trasporti hanno, dagli anni Quaranta ad oggi, consentito processi di integrazione per l’innanzi impensabili, non solo tra le aree economiche, ma nei rapporti tra le grandi comunità; le comunicazioni di massa hanno trasferito modelli di civiltà e di vita dai centri di maggior forza e propulsione economica e civile agli altri in un processo di integrazione su scala planetaria.

COME A MILANO. Nei nostri piccoli Comuni si respira la civiltà economica o i problemi o i bisogni della società milanese o di quella americana, perché i mezzi di comunicazione di massa questo hanno determinato, stimolando esigenze e modelli di consumo non strettamente coerenti alle necessità primarie del popolo. Le tecnologie sono cambiate, rivoluzionando il nostro mondo; le stesse strutture sociali sono profondamente modificate. La Sardegna è cambiata: da un’economia agropastorale ed artigianale, perduta nelle nostalgie del passato e in una visione quasi omerica della società, caratterizzata da villaggi tra loro in difficile comunicazione, per mancanza di mezzi che ne facilitassero l’integrazione reciproca, oggi siamo passati ad un’economia caratterizzata da un terziario forse non avanzato ma certo molto diffuso, che prevale anche sull’attività industriale, accanto al quale coesiste, ma non più come elemento principale, la componente agropastorale. Sì, è cambiata la Sardegna, profondamente; sono cambiati i suoi problemi, si sono modificate la sua struttura sociale e la sua cultura. È cresciuta nel contempo la consapevolezza di una soggettività politica che si realizza nell’autonomia – ecco l’elemento emergente, dominante, che informa di sé la nostra società – e si sono modificate le istituzioni.

SQUILIBRI STORICI. Di fronte a tutti questi mutamenti, solo attraverso una nuova forma di Autonomia la Regione riuscirà ad esprimere e a realizzare gli interessi veri e profondi della nostra comunità. Dobbiamo sfuggire all’apparente contraddizione della nuova realtà europea, di un massimo di interrelazione coniugato col massimo della concentrazione dei poteri. E i nuovi valori che emergono sono in fondo quelli di sempre: prima di tutto una domanda profonda di democrazia, ma di una democrazia rivissuta attraverso processi di crescita e di sviluppo. Oggi il concetto di democrazia passa attraverso il diritto al lavoro, altrimenti la parola democrazia risulta sufficientemente enfatica ma priva di reali contenuti; passa, sul piano regionale, non tanto attraverso la lettera, ma certamente attraverso i principi dell’articolo 13 dello Statuto, e anzitutto quello della solidarietà reale della comunità nazionale nei confronti della comunità regionale, per superare lo squilibrio, grave e storico, che separa la nostra comunità dalla complessiva realtà del Paese. Una solidarietà reale, effettiva, creativa, feconda, per cui le vibrazioni, non di uno Stato formalmente inteso, ma di uno Stato comunità, di uno Stato collettività, determinino il fiorire di una democrazia capace di produrre unità.

IDENTITÀ CULTURALE. Tra le rinnovate domande dell’Autonomia c’è quella dell’identità culturale, come processo di riappropriazione dell’identità etnica di ogni popolo che vuole restare sé stesso, che non accetta né prevaricazione né estinzione, ma fa riemergere prorompente la propria soggettività culturale, etnica e quindi politica, perché il dialogo sia reale: non c’è dialogo, infatti, fra chi non esiste e chi invece, prevaricando gli altri, li estingue. Il dialogo è possibile solo fra pari dignità, fra pari titolarità e soggettività politiche. Ecco il nuovo concetto di democrazia: l’Autonomia passa attraverso questi valori.

POTERI EFFETTIVI. Certo l’economia, lo sviluppo, sono processi importanti, ma al fondo sono i valori quelli che contano: il diritto al lavoro, la solidarietà, la collettività nazionale, la soggettività politica dei gruppi che compongono la comunità statuale. La Regione deve finalmente riuscire ad esprimere capacità reali nel concorrere alle grandi scelte della programmazione, nazionale ma anche europea. Questo è il ruolo della Regione: ché se questo non fosse basterebbe un prefetto, un ufficio bene organizzato, funzionari di primi ordine (se ne trovano tanti); per avere invece soggetti politici chiamati ad essere l’espressione autentica, immediata di popolo, i poteri devono potersi esprimere nelle grandi scelte della vita nazionale ed europea. Altrimenti si è sudditi e non cittadini, destinatari di decisioni pensate all’esterno e attuate poi nella periferia.

NO AL CENTRALISMO. Nessuno accetta più di essere periferia e suddito di decisioni centralistiche prese al vertice da poteri lontani e indifferenti, incapaci di cogliere i fermenti nuovi che vitalizzano le società. Noi dobbiamo anche cogliere tuttavia – ed ecco l’altro aspetto della democrazia autonomista – la domanda diffusa di una comunità che nel suo insieme rivendica la massima partecipazione a quei poteri che la Regione non deve richiamare per sé, ma per
le istituzioni della democrazia di base: occorre cioè ritrasferire questi poteri ai Comuni, agli enti intermedi, alla democrazia così come questa si organizza nel territorio. In un nuovo rapporto tra cittadino e Regione, la Regione da istituzione e potere diventa ordinamento.



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