I fuochi accendono il Carnevale barbaricino

Maschere tradizionali e misteriose, riti ancestrali, bagni di folla e vino rosso: al via uno dei momenti più intensi dell’isola

NUORO. Il fuoco accende il carnevale di Barbagia per Sant’Antonio e lo spegne bruciandolo nella sera di martedì grasso, con un epilogo nel mercoledì delle ceneri a Ovodda in uno dei momenti più dissacranti e folli di questa festa licenziosa e pagana. Simboli e riti ancestrali che non passano di moda ma che con sempre maggiore convinzione trovano proseliti nelle comunità di appartenenza dove il carnevale è festa di popolo per eccellenza rivive e si alimenta stagione dopo stagione con nuova linfa vitale. Un tempo momento tutto autoctono e intimo dei vari paesi, ora il Carnevale barbaricino è diventato anche un fenomeno turistico che richiama visitatori da ogni parte dell’isola, attratti dal fascino magnetico delle maschere e dei loro riti.

Quando si parla di carnevale barbaricino il richiamo dell’immaginario collettivo porta subito alla mente anche ai tre centri che da più tempo e con maggiore convinzione hanno creduto nell’immenso patrimonio di conoscenze ereditato dal passato e ognuno – seppure con diverse velocità – ne ha fatto un elemento di vanto, studio, promozione legandolo anche allo sviluppo economico e culturale della comunità. Il riferimento è innanzitutto alla triade Mamoiada, Ottana e Orotelli, patrie indiscusse dei mamuthones e issohadores il primo, di boes, merdules e filunzana il centro della Media valle del Tirso e dei thurpos il paese di granito dello scrittore Salvatore Cambosu. Ma completano questo universo davvero variegato e composito gli eventi e le maschere di Fonni, Gavoi, Lodè, Lodine, Lula, Olzai, Orotelli, Sarule. Ognuno in pratica costituisce un microcosmo di storie e tradizioni.

Mamoiada. Qui da anni ormai ci sono tutti gli ingredienti giusti per vivere un carnevale da ricordare. Grazie anche ai mamuthones, una maschera simbolo che non scompare dopo carnevale, e a un vino locale degno compagno di un evento che rimane impresso nella memoria. Così come le sfilate dei mamuthones e degli isshoadores che dettano con il loro incedere i ritmi della festa. Gli sguardi tetri delle maschere vanno paradossalmente a cozzare con la gioia e la felicità di chi le indossa. La stanchezza per questi uomini per trasportare sulle spalle il pesante carico di campanacci (sa carriga) è mitigata dalla gioia di esserci, di vivere nel profondo dell’animo il ruolo e la maschere. Un valore che si ha nel dna, si impara da bambini e e si eredita da genitori e nonni. Insomma un testimone che si raccoglie e che esprime senso di appartenenza e orgoglio. C’è chi nasce mamuthone e chi issohadore, c’è chi invece lo diventa in corso d’opera. Maschere celebrate, idolatrate e studiate fin dal 1951 quando lo studioso, Raffaello Marchi, pubblicò sulla rivista Il Ponte, il saggio “Le Maschere Barbaricine”, cominciando a svelare quel rito antichissimo e carico di mistero. Sessant’anni dopo, quelle maschere sono molto fotografate e filmate, così come fecero nei loro primi e straordinari reportage alcuni grandi fotografi come l’argentino Pablo Volta.

Ottana. Anche a Ottana l’incontro con il mito è di quelli ravvicinati. Boes e merdules con le loro movenze conducono nelle radici della cultura rurale del territorio. Maschere intarsiate con maestria e finemente rifinite con colori vivi, simili ma diverse l’una dall’altra , segno distintivo di uno dei carnevali più importanti e originali. La semplice rappresentazione della vita contadina è alla base di questo Carnevale che si intreccia con riti antichissimi, dei quali, secondo gli antropologi, mantiene alcune tracce. Tra questi, in particolare, si fa riferimento ad un rito apotropaico tipico delle antiche civiltà del Mediterraneo, in onore del dio Dioniso, che ogni anno rinasce a primavera risvegliando la terra e la vegetazione. Le caratteristiche del Carnevale ottanese però conducono piuttosto al cosiddetto “culto del bove”, praticato sin dal neolitico in tutte le società agro-pastorali del Mediterraneo antico, dove il toro era simbolo di forza, vitalità e fertilità. Anche questo rito avrebbe funzione apotropaica e si praticava principalmente per proteggersi dagli spiriti maligni e per propiziare la fertilità degli armenti.

Orotelli. Qui si chiude la triade con sos thurpos , “i ciechi” che popolano il Carnevale del paese. Una maschera recuperata attingendo dalla tradizione orale dopo un periodo di oblio. I thurpos hanno
le facce dipinte di nero e vestono lunghi pastrani in orbace per inscenare come in un teatro all’aperto diverse situazioni legate alla tradizione contadina. Fanno risuonare dei campanacci per allontanare gli spiriti maligni, veri e propri riti propiziatori in vista dell’annata agraria.

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