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Paolo Angeli, la chitarra sarda nel mare di suoni dei Radiohead

Paolo Angeli, la chitarra sarda nel mare di suoni dei Radiohead

Il nuovo disco del musicista di Palau è un omaggio al gruppo di Thom Yorke: suonato con lo strumento a 18 corde di cui esistono solo tre esemplari

Ormai ci si è abituati a dare del ‘genio’ un po' a tutti in ambito musicale, stavolta il termine è azzeccato. Sì, perché la genialità di Paolo Angeli non risiede (solo) nella sua musica, quanto nel suo essere. Lui, un sardo che sa di mondo, che quando si racconta abbandona ogni regola. L'occasione per riscoprirlo è il suo ultimo album, ‘22.22 Free Radiohead’, uscito pochi giorni fa. Non fa distinzioni tra un brano e l'altro, parla di tutto e parla di niente: esporre le sue composizioni gli piace, il tono è divertito, mai didascalico. Racconta le emozioni che gli suscitano certi suoni, ma ci tiene che ognuno ci ritrovi quelle che vuole.

Verrà da chiedersi se, nell'arco di una giornata, ci sia almeno qualche minuto – non di più – dove Paolo Angeli non pensi alla musica. La risposta è invece un'esplosione di interessi e passioni e curiosità. E più di ogni altra cosa, la sua chitarra sarda ‘preparata’ la mette da parte quando parla del mare, specie della sua Sardegna.

“Il disco è nato durante la pausa dal tour mondiale degli ultimi anni. Quando ti confronti con te stesso in un percorso musicale così lungo è normale sentire la necessità di masticare il linguaggio di altri autori – esordisce Angeli, direttamente da Barcellona –. Sono coetaneo dei Radiohead, ma non li ho mai ascoltati.

"Sono una scoperta di due anni fa, casualmente sentii ‘Daydreaming’ alla stazione di Bologna, mentre aspettavo la coincidenza del treno”. E sarà proprio il fato a farlo rincontrare con la band inglese. “La mia compagna, stufa dei miei soliti ascolti, mi propose ‘Airbag’ e l'album ‘Ok computer’. Mi sono letteralmente innamorato”.

Un semplice calco dei brani dei Radiohead sarebbe stato scontato. E allora, Thom Yorke e soci diventano giusto il punto di partenza del disco. All'interno, difatti, le loro canzoni non sono neanche un terzo di tutte quelle presenti. “Volevo un disco di Paolo Angeli, non uno di reinterpretazione dei Radiohead. Ho smontato la loro musica e trovato le cellule compositive, sono partito da quelle e ho creato del materiale ex novo, in un processo di due anni”.

Libertà: questo il concetto cardine. “Il problema rimaneva la forma canzone, che ho sempre vissuto come una gabbia, che impone di stare in quei 3-4 minuti e con una struttura precisa fatta di strofe, bridge, ritornelli”. Ecco, e lo stesso 22.22 Free Radiohead nella forma è sì un album di 22 tracce, ma non nel contenuto: “La vedo come un'unica opera di circa un'ora”. Tra un virtuosismo e l'altro, compaiono alcuni cantati in sardo.

"Non volevo censurare parte della musicalità, che è anche sarda, e dentro ci sono delle interpretazioni di don Baignu (Gavino Pes), il più grande poeta gallurese. Era un prete, vero, ma nessuno ha cantato l'amore, specie il tradimento, come lui”. La genesi del suo lavoro discografico, prodotto da Rer Megacorp e AnMa production, si è sviluppato al Casagliana studio: “Tra Olbia e Palau e assieme a Raffaele Musio con cui collaboro dal 2012. Lavoro sempre in Sardegna, quando si registra mi piace avere la natura intorno, una realtà totalmente differente da una urbana, e per me questo è fondamentale”.

Ma a proposito, questo titolo? “In quel periodo mi piaceva fare sessioni in notturna con le luci spente e con volumi molto bassi. Ogni volta guardavo per caso l'orologio e uscivano sempre fuori le 22.22. Invece Free Radiohead è inteso nel senso di smontare la gabbia delle loro canzoni e trasportarle nell'improvvisazione libera.

La moda del momento sul web è la #10yearschallenge, che invita a tornare indietro a come eravamo dieci anni fa. Questa volta però, meglio fare un viaggio nel tempo ancora più lungo: sino al 1995, data del primo disco, ‘Dove dormono gli autobus’. L'anno prossimo Paolo Angeli festeggia le nozze d'argento: “Venticinque anni? Non ci avevo pensato, madonna che ansia. Mi viene in mente la freschezza e la creazione collettiva di quel periodo, stavo a Bologna, il cuore della produzione musicale alternativa. Ora sto mettendo le basi per il prossimo album, che sarà un ritorno a quella creatività, incentrato sulla Sardegna e allargato a tanti musicisti, l'ultimo anello di una trilogia, con ‘Dove dormono gli autobus’ e ‘‘Nita - L'angelo sul trapezio’ (2005). Ha voglia di scoprire, Paolo Angeli, ancora di più dopo un tour mondiale di tre anni, dal 2013 al 2016, che lo ha portato a suonare in ogni continente.

‘‘Suonare in studio è crudele, devi creare qualcosa che sia tecnicamente ineccepibile, nel live invece ogni concerto è imperfetto ed unico”. La summa dei suoi viaggi è raccolta nel doppio disco live Talea (2017). “Suonare in contesti diversi implica che il pubblico e la sua cultura siano diversi. In Etiopia hai degli ascoltatori che non sono abituati alla musica d'avanguardia, oppure penso alla frenesia di città come Tokyo o Osaka. In Argentina ho un ricordo meraviglioso dei tanti bambini indios. Ho imparato che l'improvvisazione è il mio passepartout per comunicare con attitudini diverse”. C’è anche il progetto con Iosonouncane, cantautore e compositore di origini sarde, di Buggerru. “Una grande scommessa. Siamo partiti con me che amavo improvvisare e lui dedito a curare ogni live e la cosa si è quasi ribaltata. Stiamo lavorando ad un album live dei concerti fatti durante tutto il 2018, in parallelo ad un altro live in duo con Iva Bittova”.

Pensi a lui, pensi alla sua chitarra. “Agli inizi vivevo in una dimensione ricca di musicisti. Alcune realtà si sono sgretolate, è stato un momento di forti dubbi sul concetto di far musica, avevo pensato sempre non di essere un chitarrista quanto un musicista”. E lo strumento se lo crea: 18 corde, a metà tra chitarra baritono, violoncello e anche batteria, con martelletti, pedaliere ed eliche. “È uno strumento in work in progress, continuo a modificarlo”. Al mondo ne esistono tre esemplari, tutti usciti dalle mani di Francesco Concas della liuteria Stanzani: “La mia attuale, la prima versione in assoluto, è una copia costruita per Pat Metheny”. Palau, Bologna, Barcellona. I suoi luoghi del cuore.

‘‘Mi sento palaese, fino ai 18 anni ho vissuto in Sardegna e mi sento fortunato ad essere cresciuto vicino al mare, quando torno trovo la pace interiore, e allo stesso tempo la voglia di viaggiare”. Bologna è la città della giovinezza, “per me era cultura e innovazione”, e Barcellona, dove vive da tredici anni, è la giusta sintesi. “Guardo il mare e penso che dall'altra parte c'è la Sardegna, e in un attimo sono collegato col mondo: mi fa sentire uomo mediterraneo”.

Più che in un negozio di musica, se volete mandare in bancarotta Paolo Angeli, ipse dixit, mandatelo a un mercato del pesce. “Mi piace tantissimo la cucina, è una delle mie grandi passioni. Piatto forte? Amo le crudità di mare, le marinature e ho sperimentato la bottarga, ma farla essiccare qui, in città, non è il massimo”. Poi cita la fotografia, il cinema d'animazione, e il legno: “Ho una piccola barca a remi in legno a Palau, adoro restaurarla, così come ogni altra cosa in legno, ho una passione per la ricerca del dettaglio”.

Quella più maniacale è di sicuro per le maglie a righe orizzontali bianche e blu. “Mi avvicinano al mare, sono una componente base della mia vita, non ne ho più a tinta unita”. Aprire l'armadio e trovare una a fianco all'altra tante maglie uguali; non è un'esagerazione, è la realtà: “Sì, è vero, ma per me sono tutte diverse. La prima alla quale mi sono affezionato l'ho comprata in un mercatino ad Amsterdam, telniashka modello alla russa, cioè con le righe uguali. Ah, poi anche su questo si apre una voragine, c'è quella bretone, francese… l’importante che abbia il collo a barca”.

E l'ultima volta che ha suonato senza? “Nel '97 credo, a Posada, ci sono foto dove ho la camicia. Mi fa ridere ricordare quando, nel 2005, suonai con Pat Metheny, anche lui grande amante, e mi disse «Ti lascio l'onore di rappresentare la maglia a righe», lui se la tolse e suonò in camicia”.

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