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Un blitz in Costa Smeralda e mezzo spinello: così Mia Martini 50 anni fa finì in manette

Un blitz in Costa Smeralda e mezzo spinello: così Mia Martini 50 anni fa finì in manette

La cantante venne arrestata  in una discoteca di Porto Cervo: 4 mesi in cella a Tempio e Cagliari

SASSARI. Quattro mesi crudeli. Un’esperienza lunga e dura che segna per sempre la vita amara e in perenne salita di Mia Martini. Quattro mesi senza incontrare nessuno, isolata in cella in preda alla depressione. Tutto per una mezza canna dentro la borsetta durante un blitz della polizia in una discoteca della Costa Smeralda. È il 1969, cinquant’anni fa, un’altra epoca sotto tutti i punti di vista.

Tra detenzione e spaccio non c’è differenza. La futura star della musica, la più bella voce di tutti i tempi anche a detta di Mina, è una cantante alle prime armi che si chiama ancora Mimì Bertè. Ha 22 anni e già inciso qualche 45 giri, ma il successo deve ancora bussare alla sua porta. Quella estate di cinquant’anni fa Mimì decide di raggiungere un’amica in Sardegna, a Porto Cervo. All’epoca la Costa Smeralda è la capitale del jet set e il Pedro’s club è uno dei locali più in voga. Quel 19 agosto 1969 tra i clienti pare ci siano anche Margaret d’Inghilterra, sorella della regina Elisabetta, e Maria Pia di Savoia, figlia dell’ultimo re d’Italia.

Il locale che si affaccia su Liscia di Vacca è da tempo nel mirino della polizia. In quelle notti smeralde circola tanta, tantissima droga. La cosa è risaputa e quella notte scatta il blitz. «L’operazione preparata da lungo tempo in tutti i suoi particolari ha avuto uno svolgimento degno delle migliori imprese dei commandos – racconta Tore Marini sulla Nuova Sardegna del 21 agosto 1969 –. Alla spicciolata diversi agenti di polizia e di finanza si erano introdotti nel locale come comuni clienti, indossando i caratteristici abiti dei viveurs della zona, camicie a fiori sgargianti, pantaloni all’ultima moda, ampi foulard al collo e larghi cintoloni con fibbie».

Intorno alle 23 i finti clienti rivelano la loro vera identità e interrompono la festa. Si racconta che alcuni vip, avvertiti in anticipo del blitz, siano riusciti a lasciare il locale e a dileguarsi prima dell’arrivo della polizia. Di certo questa fortuna non capita alla giovane Mimì, che viene trovata in possesso di una modestissima quantità di hascisc. Appena mezzo grammo. Ma siamo nel 1969 e avere un po’ di fumo in tasca equivale a spacciarlo. Mimì capisce di essere finita nei guai. Le cronache della Nuova di allora raccontano di un malore, di un suo svenimento mentre viene arrestata, che viene però bollato come simulazione, tanto che, dopo una visita medica che ne accerta il buono stato di salute, insieme ad altri 15 fermati viene trasferita in carcere alla Rotonda di Tempio.

«C’ero da turista, con un’amica che mi aveva invitato per Ferragosto – racconterà tre anni dopo a Stampa sera, quando è già diventata Mia Martini e ha scalato le classifiche con “Piccolo uomo” –. Non avevo lavoro, ero stanca e prima di partire una sera fumai una sigaretta di hascisc. Come bere una bottiglia di liquore per dimenticare. Misi la cicca nella borsetta: grammi 0,35 di hascisc che mi sono costati quattro mesi di carcere e una condanna».

Già, quattro mesi di carcere, da sola, lontana da tutti. E con una carriera che rischia di infrangersi ancora prima di iniziare. «In carcere, soffre di depressione – racconta Roberto Manfredi, ex produttore discografico e poi televisivo, nel suo libro “Artisti in galera” –. Nessuno viene a trovarla. L’etichetta discografica Esse Records blocca la pubblicazione del suo singolo: “Coriandoli spenti/L’argomento dell’amore”. L’unica possibilità di esercitare la sua voce è quella di cantare in cella per le altre detenute. Canta brani che ha già inciso in numerosi provini, ma soprattutto hit di Etta James e Aretha Franklin, le sue muse ispiratrici. Di notte dorme poco o nulla e nella sua testa affiorano brutti ricordi e immagini della sua infanzia, soprattutto l’oscura figura del padre: severo, minaccioso, che disprezzava la musica leggera e la canzoni». Manfredi ha voluto inserire la storia di Mimì nel suo libro che racconta il lato più oscuro di star della musica e del cinema. Da Frank Zappa a Sean Penn, da Roman Polanski a James Brown, da Vasco a Mimì appunto.

«Del mondo dello spettacolo se ne parla sempre e solo attraverso celebrazioni in positivo – racconta –, ma io, vivendo da sempre a stretto contatto con gli artisti, so che non è tutto rose e fiori. Raccontare i successi è scontato, io ho voluto concentrarmi su altri aspetti. Ci sono artisti che sono stati anche sfortunati e Mia Martini è stata una di queste. Una delle donne più sfortunate del mondo. Oppressa da un padre che non voleva che cantasse, si è trovata coinvolta in questo blitz in Sardegna che ha segnato per sempre la sua vita». Nel libro, edito da Skira Editore, Manfredi racconta anche della voce mai confermata di un suo tentativo di suicidio. Ma di questo lei non proferisce mai parola. Mentre in una intervista del 1972 racconta il traumatico momento in cui attraversa ammanettata la stazione ferroviaria di Tempio scortata da due carabinieri. «Mi trasferivano al carcere di Cagliari – ricordava tre anni dopo –. E passammo tra due ali di folla che non sapeva chi ero, eppure mi tirava sassi come se fossi un’assassina; e mi insultava ferocemente; e ancora sentivo le grida quando già ero nello scompartimento».

Alla fine del ’69 Mimì finisce di scontare la pena e lascia il carcere. E la Sardegna. Torna a Roma, dove ad attenderla ci saranno alterne fortune e sfortune. Una vita a ostacoli. Il disco che aveva inciso prima della disavventura giudiziaria rimarrà inedito per oltre trent’anni. Lei riprende a cantare come corista insieme alla sorella Loredana e all’amico Renato Zero. Poi l’incontro con il produttore Alberto Crocetta che la trasforma in Mia Martini. Mia come la Farrow, la sua attrice preferita, Martini come uno dei brand italiani più conosciuti al mondo. Il debutto è con il singolo “Padre davvero”, a cui seguirà l’album “Oltre la collina”. «L'importante è buttare i ricordi alle proprie spalle – diceva ai tempi Mia Martini –. Io l'ho fatto con un disco, un 33 giri nel quale ho praticamente messo tutta me stessa, tutto il mio passato. Nella canzone "Padre davvero" c'è anche mio padre, che se ne andò di casa un giorno, vent'anni fa, e che da allora non abbiamo più rivisto. Ho saputo incidentalmente che abita a Milano e insegna in un liceo». Nell’album anche il brano “Prigioniero”, scritto a quattro mani con Bruno Lauzi, e dedicato alla sua esperienza in carcere in Sardegna.

Nel 1972 Crocetta lascia la Rca per la Ricordi. Mia Martini lo segue e qui incontra Lucio Salvini, il discografico che le è sempre stato vicino nella sua vita a ostacoli. «Mimì era una ragazza deliziosa, con questa tristezza che aveva dentro da quando è nata – racconta il manager, protagonista delle scene musicali tra gli anni Sessanta e Ottanta al fianco di Gino Paoli, Celentano, De André e tantissimi altri –. Era una persona sfortunata, di quelle a cui non gliene andava bene una. Quando l’ho conosciuta io era reduce dall’incidente in Sardegna. Una cazzata che ha rischiato di rovinarle la carriera. Del suo arresto non ne parlava mai, lei voleva rimuovere tutte le cose negative. E quella storia l’aveva intristita ancora di più. Ai tempi lei non era granché conosciuta, era agli albori e quella disavventura creò più di un dissapore con la Rca. Ma sulle sue qualità vocali nessuno poteva dire nulla. Mina stessa dice che è più brava di lei. Venne da me e fortuna volle che il primo disco fosse “Piccolo uomo”. Il successo arrivò subito, vinse il Festivalbar. Io ero talmente sicuro che avrebbe sfondato che le consegnai il disco d’oro il giorno della presentazione a Roma. Rischiai, perché qualcosa poteva andate storto, ma ero sicurissimo del successo di quella canzone».

Grazie a quel brano scritto da Bruno Lauzi su musica di Dario Baldan Bembo Mimì diventa Mia Martini, la numero uno. L’anno dopo è il turno di “Minuetto”, testo di Franco Califano sempre su musica di Baldan Bembo, la sua canzone più venduta. Un altro disco d’oro e un’altra vittoria al Festivalbar. Un successo dietro l’altro. «A un certo punto però lei lasciò la Ricordi e da lì cominciarono tutta una serie di disavventure – ricorda Salvini –. Uomini sbagliati, una vita disordinata, una famiglia molto ingombrante, con la sorella Loredana che le soffiava sul collo perché voleva cantare anche lei. E poi quella terribile nomea vigliacca che cominciava a girare». Salvini si riferisce alle maldicenze che già da allora avevano iniziano a diffondersi, ovvero che Mimì portasse jella. Colleghi, discografici, manager iniziano voltarle le spalle, a porre il veto sul suo nome: «O lei o noi». «Tutte quelle persone che quando è morta hanno scritto peana su di lei per ripulirsi la coscienza», dice ancora Salvini. Fatto sta che Mia Martini inizia a perdersi. L’ultimo grande palcoscenico è Sanremo, nel 1982, dove appositamente per lei viene creato il Premio della critica, che oggi porta proprio il suo nome. Poi l’anno dopo il ritiro dalle scene.

«Ci fu un vuoto molto lungo tra noi – racconta Salvini –. Nel frattempo io ero diventato amministratore delegato della Fonit Cetra. Venni a sapere da amici romani che Mimì stava in un paese vicino alla capitale. Decisi di andare a trovarla e scoprii che viveva veramente male. Era una ragazza che aveva cessato di vivere, si era abbruttita. Allora le dissi: “senti Mimì, è una vergogna per tutti che un talento come il tuo sia ridotto in questa maniera. Devi riprendere a vivere. Metto insieme la squadra che ti fece avere successo nel 1972”. Morale: venne fuori “Almeno tu nell’universo”». Uno dei capolavori di Mia Martini che la riportò sul palcoscenico del teatro Ariston al Sanremo ’89. «Ci fu qualche difficoltà – ammette il discografico –. Il nome era scomparso da tempo, Mimì veniva dal difficile rapporto con Ivano Fossati, e poi ancora quella nomea a cui io mi ribellai. Telefonai ad Adriano Aragozzini, che allora era il patron del festival, e a lui la canzone piacque. E così Mimì è tornata ad avere il grande successo che meritava. Ma quella maledizione della sregolatezza non l’ha mai abbandonata. Mimì era una che non doveva essere fortunata a lungo. Lei ne era consapevole, si sentiva una donna sfortunata e questo influiva sui suoi comportamenti, sulla sua determinazione ad affrontare la vita. Per Mimì c’era sempre un lato negativo e quando la fortuna arrivava era destinata a durare poco. Ed era anche l’ultima a credere nelle sue qualità. E così ci siamo rilasciati un’altra volta, ma davvero poche persone le hanno voluto bene quanto gliene ho voluto io. Quello che potevamo fare lo abbiamo sempre fatto».

Mia Martini viene ritrovata senza vita il 14 maggio 1995. È nella sua casa di Cardano al Campo, in provincia di Varese. A letto, con il pigiama addosso e le cuffie  nelle orecchie: due giorni dopo si sarebbe dovuta esibire nello show “Viva Napoli” di Mike Bongiorno e Mara Venier. Dall’autopsia emerge che la cantante è morta per una overdose di stupefacenti, in particolare cocaina. Tre giorni dopo la morte il corpo viene cremato e l’inchiesta archiviata. Ma a distanza di 24 anni la morte di Mimì rimane ancora avvolta nel mistero. Sono molti a non credere che si sia suicidata e che quella presenza di stupefacenti nel suo corpo sia legata ai farmaci e al cortisone che stava prendendo per curare un fibroma all’utero di cui soffriva da tempo. In più di un’occasione le sorelle, a partire da Loredana, hanno messo la sua morte in relazione con il fatto che, da qualche tempo, Mimì avesse riallacciato i rapporti, un tempo burrascosi, con il padre e fosse andata a vivere vicino a lui. «La cremazione così affrettata rimane l’ultimo mistero di Mia Martini – scrive ancora Roberto Manfredi nel suo libro –. Nessun artista si suicida prima di un concerto, forse dopo, prima mai».

Ventiquattro anni dopo la sua morte Mia Martini è la protagonista di un film, uscito a metà gennaio per tre giorni al cinema, che poi andrà in onda in televisione su Raiuno dopo il festival di Sanremo. A prestare il volto e la voce a Mimì è Serena Rossi. Un film benedetto da Loredana Berté che, parole del regista Riccardo Donna, «è solo un piccolo modo per chiederle scusa, tutti noi del mondo dello spettacolo non abbiamo fatto abbastanza per combattere ciò che le stava accadendo». Un film che si apre proprio col suo ritorno sulle scene nel 1989 a Sanremo, che ripercorre però tutta la sua vita, senza mai fare riferimento a Fossati e Zero, che hanno chiesto di non essere citati. C’è tutta la vita di Mia Martini, compreso l’incidente in Sardegna che ha rischiato di compromettere la sua carriera.

«Questo sì che è un omaggio a Mimì» ha detto la sorella Loredana. A Lucio Salvini però il film non è piaciuto granché. «Io che l’ho conosciuta bene posso dire che ci sono troppe inesattezze». Capita spesso quando si portano sullo schermo personaggi contemporanei. Ma al di là dei giudizi ciò che conta è che finalmente si sia deciso di rendere giustizia alla più bella voce di sempre. Un viaggio nella sua vita a ostacoli fino alla riscossa di Sanremo. «Sai, la gente è strana, prima si odia e poi si ama, cambia idea improvvisamente». La parabola di Mimì.
 

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