Droga e baby gang, la nuova frontiera della criminalità sarda

Esce il libro “Dualismo in Sardegna” curato da un team di studiosi coordinato da Antonietta Mazzette

Non esiste una sola Sardegna. L’isola è una realtà differenziata economicamente, socialmente e culturalmente. In tempi in cui si tende a tagliare tutto con l’accetta e i modi dell’analisi della realtà sociale corrono il rischio di uniformarsi a quelli sbrigativi dei social network, sarebbe importante, nel rappresentare l’isola e i suoi problemi, recuperare rigore conoscitivo e senso della complessità. Un passo in questa direzione è il libro “Dualismo in Sardegna. Il caso della criminalità” (Franco Angeli Editore, 170 pagine, 23 euro), curato da Antonietta Mazzette docente di Sociologia urbana all’Università di Sassari, responsabile dell’Osservatorio regionale sulla criminalità ed editorialista della Nuova Sardegna.

PAROLA CHIAVE. «La parola chiave del presente volume – scrive Mazzette nell’introduzione – è “dualismo”. In senso tanto territoriale quanto socio-culturale». Seguendo questa traccia, il team che la curatrice del libro ha messo al lavoro ha scoperto (ma in realtà è la conferma di ricerche che l’Osservatorio dell’Università di Sassari conduce ormai da molto tempo) che se si parla di criminalità esistono due Sardegne, nettamente differenziate. Dualismo, appunto. Da una parte ci sono le aree metropolitane di Cagliari, di Sassari e di Olbia; dall’altra la ZCO (Zona centro orientale), un territorio che va dalla Baronia al Goceano, dal Nuorese all’intera Barbagia, per arrivare sino all’Ogliastra. I dati raccolti dall’Osservatorio mostrano come per i reati più gravi tra la prima e la seconda Sardegna – tra le città e la vasta zona rurale della ZCO – esista un dualismo molto evidente: è infatti la seconda di queste aree che detiene di gran lunga il primato negativo di omicidi, rapine, attentati e traffico di droga.



OLTRE LA TRADIZIONE. Mazzette ricorda che nella Zona centro orientale «non c’è più il tessuto sociale ed economico agro-pastorale a cui la passata criminalità sarda (quella dei sequestri di persona e dell’abigeato) faceva riferimento; i legami comunitari di cui era composto questo tessuto sono andati frantumandosi e sono scomparsi rapidamente in relazione ai processi di modernizzazione». Nessuna continuità con il passato dei Tandeddu e dei Mesina, dunque. Anche perché, scrive sempre Mazzette, «è proprio la Zona centro orientale quella in cui si riscontrano i maggiori fattori di innovazione e di trasformazione della criminalità in Sardegna, a partire dalle coltivazioni di cannabis».

ECLISSI DEL BANDITO. Eclissi definitiva, quindi, del bandito sardo con tutti i suoi tratti socio-culturali e antropologici. E la sua distorta mitologia. Nascita, invece, di nuove forme di criminalità, legate prevalentemente alla coltivazione della marijuana e al traffico di droghe pesanti, con infiltrazioni mafiose sempre più evidenti e sempre più inquietanti. Una svolta sulla quale insiste, nel saggio che apre il volume, il procuratore della Repubblica di Sassari, Gianni Caria. Il quale riflette anche sugli effetti che le norme giuridiche (e le riforme delle stesse per input politici spesso discutibili) hanno sulle caratteristiche della criminalità, in Sardegna come in tutta l’Italia. «La facile equazione – scrive il magistrato – tra pena più alta e meno reati è un mito da sfatare. In alcuni casi, paradossalmente, la pena più alta corrisponde a un aumento delle condotte criminose più gravi».

LEGGI DA RIVEDERE. E’ il caso, ad esempio, ricorda Caria, dei reati legati all’uso e allo spaccio degli stupefacenti, con tutti le statistiche più recenti (quelle sarde comprese) che stanno lì a dimostrare come l’approccio puramente repressivo al fenomeno droghe sia una strategia perdente e da rivedere al più presto, se davvero si voglio combattere le organizzazioni criminali.

SETTORI IN CRESCITA. Il traffico di droga, quindi. E’ questa la nuova frontiera della criminalità sarda. Il saggio di Domenica Dettori, di Maria Gabriella Ladu e di Manuela Pulina dà il quadro di una crescita costante di questo fenomeno, sia in termini di piantagioni di cannabis scoperte e sequestrate nell’isola sia in termini di quantità di stupefacenti introdotti nel mercato regionale. Un settore criminale in netta espansione. «I sequestri di persona – scrivono le tre ricercatrici – sono stati sostituiti dalla coltivazione di cannabis e dal traffico di altre droghe. In particolare, si sta assistendo nell’isola a una vera e propria specializzazione criminale nella produzione di marijuana».

LUOGHI E REATI. Ma c’è qualcosa di specificamente sardo in tutto questo? «Uno dei tratti distintivi della nostra ricerca sulla criminalità – spiega Mazzette – è la scelta di indagare l’influenza che reciprocamente si può sviluppare tra particolarità dei luoghi e variabili sociali». A questo aspetto è dedicato, nel volume curato dall’Osservatorio, il saggio di Romina Deriu, intitolato “La comunità tra immaginario e conflitto”. Non c’è niente di identitario, spiega Deriu, nelle nuove forme di criminalità. La Zona centro orientale che detiene il record dei reati più gravi è quella più legata ai valori tradizionali comunitari. Ma questi valori non incidono più. E invece le singole comunità, i singoli paesi sono segnati da conflitti anche aspri che più che con la tradizione hanno a che fare con dinamiche economiche e sociali tutte interne alla modernità.

CODICI MUTATI. Che poi, anche in termini di criminalità, la Sardegna abbia svoltato in maniera definitiva rispetto alla realtà analizzata a suo tempo da Antonio Pigliaru nel “Codice della vendetta barbaricina” lo dimostra un altro saggio contenuto nel volume, quello di Laura Dessantis e di Laura Spanu sulla diffusione delle baby gang in Sardegna. «Anche nell’isola – scrivono le due ricercatrici – lo stare insieme dei giovani sembra coagularsi con sempre maggiore frequenza attorno a condotte collettive violente. Manca ai giovani una prospettiva futura. Relegati in una condizione esistenziale di paura e di incertezza per il proprio cammino di vita, anche gli adolescenti sardi tendono ad adottare forme di controllo della propria realtà spesso molto pericolose».

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