I bimbi di Betlemme Una speranza contro odio e violenza

Pubblichiamo le prime pagine del racconto di Gianni Garrucciu “La capanna e il tender”, tra i vincitori a Firenze del Premio Culture della pace.* * *di Gianni GarrucciuÈ notte fonda quando al...

Pubblichiamo le prime pagine del racconto di Gianni Garrucciu “La capanna e il tender”, tra i vincitori a Firenze del Premio Culture della pace.

* * *di Gianni Garrucciu

È notte fonda quando al centralino de La Capanna, la casa della missione di Betlemme, squilla il telefono.

L’istituto è vicino alla basilica della Natività, nel cuore del centro storico. Raccoglie i bambini abbandonati, le ragazze madri, quelle in fuga dai pericoli della vita e dalle violenze in famiglia. La casa-missione è gestita da cinque suore – quattro libanesi e una italiana – e da alcuni volontari di diverse fedi.

Lo squillo del telefono si ripete più volte lungo i corridoi silenziosi e sotto le volte altissime, e diventa sempre più insistente. Il personale dorme al termine di una lunga giornata di lavoro. Ecco, ora smette di suonare. Ma è solo una breve tregua. Dopo qualche istante, lo stridulo trillo dell’apparecchio riprende. Una suora arriva nell’atrio e solleva la cornetta: «Alù? Chi è?», chiede con con la lingua impastata dal sonno interrotto. «Chi parla?», insiste. «Man al-ladhì yatakalam? Anà la asma… non riesco a sentire». Dall’altra parte del filo un attimo di angosciante silenzio. Poi una voce dal tono grave e profondo: «Al-nagda! Aiuto! Presto, venite a soccorrere un bambino che piange.»

«Ma come piange? Dove piange?», chiede la suora. «Non so, sento urla strazianti. Provengono dal cimitero. Correte, fate presto. iTublù al-bùlis, chiamate la polizia.»

La suora indossa frettolosamente il soprabito. Sveglia una delle volontarie e prima di uscire avverte la Polizia con una telefonata. Il cimitero è un po’ distante. Per arrivarci velocemente occorre attraversare un intrico di stradine strette strette. Per fortuna a quell’ora la città è deserta. Quando le due donne arrivano sul posto, trovano gli agenti della Polizia. Sono terrorizzati. «La vista non è delle migliori», dice un agente.

I soccorsi sono arrivati troppo tardi. Sul marciapiedi, all’ingresso del cimitero, una coppia di neonati, probabilmente due gemelli, giacciono per terra straziati dai cani.

«Noi siamo stati avvertiti da una telefonata anonima soltanto cinque minuti fa», riferiscono i polizotti. «Vede, sorella? Cinque cani randagi hanno fatto scempio di queste povere creature.»

Per la suora e la sua volontaria, un medico italiano, è un’altra sconfitta. I poliziotti allontanano i cani sparando in aria alcuni colpi di pistola. La suora e il medico raccolgono ciò che resta dei miseri corpicini.

«Lasci fare a noi, sorella», la blocca il poliziotto. «Forse è meglio che ce ne occupiamo noi.»

A suor Maria e alla dottoressa Lavinia non resta che rientrare alla missione.

«Questa ennesima disgrazia», commenta suor Maria rimettendosi alla guida dell’auto, «sarà certamente il frutto di una gravidanza non voluta o di un parto da nascondere. Sai quanti bambini perdiamo così? Le celle frigorifere dei nostri obitori sono piene di questi piccoli corpi innocenti. Ogni bambino musulmano che nasce anche da una famiglia considerata normale dalle leggi di questo Paese non è legittimato ma ha diritto soltanto alla tutela. Cioè è privo di autonomia, non ha il potere di decidere da solo, non potrà mai partecipare a una qualsiasi successione. Una famiglia palestinese araba non può adottare un bambino. Una famiglia musulmana può tutelarlo. Perché loro sostengono che ogni bambino che nasce musulmano deve morire musulmano: non cristiano o di altra religione. I nostri bambini abbandonati non esistono, perché non hanno nessun certificato di nascita. È questo il dramma. Anche per questo siamo qui. Per offrire una opportunità di vita a questi diseredati».

L’auto ha intanto percorso a ritroso le stradine di Betlemme e in pochi minuti le due donne ritornano alla Capanna.

Si sono da poco spente le luci della notte. Quelle poche luci gialle che insieme al colore delle pietre delle case e delle strade creano un’atmosfera calda e accogliente. Quando piove i sassi sono così levigati che sembrano specchi. Qui le case si aprono sui vicoli con strette scale di roccia. Del resto, se c’è una cosa che non manca qui è la roccia: c’è un deserto di pietra vicino, il deserto di Giuda.

A Betlemme è un nuovo giorno. È sorto il sole e la città si risveglia. Nella casa missione le suore e i volontari sono già al lavoro. Solo Lavinia, la dottoressa italiana, non è ancora nel suo ambulatorio. Il ricordo dei due corpicini sbranati dai cani non l’ha lasciata dormire. Si è alzata dal letto e ha fatto un giro per strada, voleva prendere sul viso l’aria frizzante del mattino e guardare l’alba che sorge. Così Lavinia si trova a girare per le viuzze del centro storico. Gli odori, i profumi si mescolano quando cammini fra i vicoli stretti della città. Spesso senti un odore strano, un odore acre, pungente che si mischia a quello degli scarti della verdura del mercato, abbandonata sui bordi della strada. Ma è forte anche il profumo del pane caldo e il sapore dei ceci del falafel cucinato dai venditori sui loro carrettini. E su tutto, le fragranze del tè alla menta e del fumo aromatico del narghilè che arrivano dalle case e dai locali pubblici. Betlemme nelle due parole che la compongono, Bet Lehm, significa casa del pane, se lo traduci dall’arabo; casa della carne, se la derivazione è ebraica.

Camminando, Lavinia è arrivata alla Capanna. «Buongiorno, suor Maria».

«Buongiorno.» La religiosa non fa domande. Legge negli occhi della dottoressa la tristezza di chi ha vissuto un’esperienza terribile.

«Che dice oggi il programma?»

«Oggi, ai nostri quarantacinque orfanelli, dovrai aggiungere i cento bambini che frequentano la scuola materna. Sono tutti casi particolari:
figli di madri ammalate, o di madri che lavorano e non li possono accudire, o che hanno il padre in prigione. E molti di loro il padre non ce l’hanno perché è stato ucciso. Ognuna di queste piccole anime innocenti ha la sua storia da raccontare».

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