Grazia Deledda, la voce delle donne

Le radici di genere nell’opera della scrittrice nuorese, tra le più grandi del Novecento

Anticipiamo un brano, tratto dal capitolo su Grazia Deledda, del nuovo libro del critico letterario e collaboratore della Nuova Sardegna Massimo Onofri: “Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento”, in libreria a partire da domani per i tipi della casa editrice InSchibboleth.

* * *di Massimo Onofri

Per poter capire a fondo una scrittrice come Grazia Deledda occorre sempre cercare d’estrarre il nocciolo caldo e misterioso, insolubile, della sua poesia, dal guscio etnico e folclorico che lo fascia. Per uscire di metafora: non basta aver constatato la sicura e notevole incidenza dei codici agro-pastorali nell’opera della nostra scrittrice, nei modi di un più o meno inerte retaggio naturalistico. Bisogna chiedersi, semmai, come a quei codici si rapportino i suoi personaggi soprattutto femminili, e quale funzione svolgano nel giuoco di quello che Anna Dolfi, assai precocemente, già nel 1979, aveva individuato come un vero e proprio sistema di totem e tabù. Non senza aggiungere che tali codici agiscono – quando passiamo da una dimensione antropologica a una specificatamente letteraria – entro un contesto storico e culturale profondamente segnato da Verga e D’Annunzio, come subito la più autorevole storia della critica deleddiana non ha mancato di sottolineare, da Eurialo De Michelis a Attilio Momigliano, Luigi Russo, Arnaldo Bocelli, Natalino Sapegno e molti altri ancora.

PROSPETTIVA NUOVA. Cosa voglio dire con ciò? Che il verghismo e il dannunzianesimo sono quasi sempre dati di partenza nei romanzi e nei racconti di Deledda. Ma, in quanto tali, vengono non di rado bruciati senza scorie, in una dimensione di eclatante verità antropologica e poetica, entro una prospettiva radicalmente nuova, che ha a che fare con un punto di vista femminile, irresolutamente biologico direi, che ne muta il valore di partenza mentre, in qualche modo, lo riscatta. Mi spiego meglio: parafrasando Croce che discettava del nesso tra popolo e letteratura popolare, si potrebbe provocatoriamente affermare che le donne stanno alla letteratura al femminile, come il popolo alla letteratura popolare, e cioè in nessun rapporto. Epperò, proprio la vicenda di Deledda ci mette in guardia da questo tipo di conclusioni, perlomeno frettolose, e ci costringe a conferire alla prospettiva di genere un ruolo di primo piano nel giuoco interpretativo.

PIACERE E COLPA. Volgiamoci, per fare un solo esempio, a quella dialettica tentazione-trasgressione-rimorso-risarcimento, che nel “Piacere” (1889) di D’Annunzio avrà una fuoriuscita superomistica e trionfale: se è vero che nella pratica sociale dell’erotismo, nell’incontro-scontro tra uomo e donna, non è mai l’uomo – l’amante, il traditore, il predatore – a pagare dazio, talvolta persino appuntandosi sul petto una scintillante medaglia a invocare l’applauso. Il discorso, invece, cambia radicalmente se si riconsidera la partita dal punto di vista della donna: che è, appunto, uno dei grandi e tempestivi meriti di Deledda. Quando la tentazione diventa minaccia, la lussuria si fa colpa e delitto, mentre la conquista e il piacere si trasformano in condanna ed emarginazione.

ERRORE E CASTIGO. Anche quando il desiderio rappresenta un modo per riconquistare, attraverso il corpo, la libertà da parte della donna: salvo poi consentire, però, la restaurazione dell’ordine infranto attraverso il recupero del ruolo sociale e salvifico di moglie e madre. Che è poi quasi sempre la condizione di partenza o di arrivo di tante sofferenti e straziate creature deleddiane. Con conseguenze che, da antropologiche, acquistano poi valore letterario: sicché, se il piacere mantiene oggi per noi solo un valore, seppure altissimo, storico-documentale, certe opere di Deledda – mettiamo “Cenere” (1904), “L’edera” (1906), “Marianna Sirca” (1915), “La madre” (1920) – mantengono vivo il loro statuto di capolavori, che ancora ci parlano di drammi che sono nostri, diventando, cioè, «eterna storia dell’errore, del castigo, del dolore umano», come leggiamo in “Cosima” (1937), il romanzo autobiografico altamente rivelativo che, proprio in una prospettiva da gender studies, e in riferimento alla rete, diciamo così, di lapsus e reticenze, ci fornirebbe numerose indicazioni.

RITORNO ALLA LEGGE. Nel mondo di Deledda non c’è salvezza: in nessun senso. Non c’è nei violenti e combusti desideri, sempre trasgressivi, cui s’immolano tante sue eroine, sino talvolta a uccidere. Non c’è nel ritorno all’obbedienza atavica e alla legge: perché la vita, ogni volta che torna ad adeguarsi al sistema dei divieti, si inaridisce per poi annullarsi. E non c’è salvezza, proprio perché niente ha valore in sé: né l’appagamento sessuale, né il rispetto d’una legge che non vale mai come un principio di coscienza consapevolmente scelto. Null’altro è dato in sorte, soprattutto alle donne, al di là di quello scontro tra carnalità e socialità, tra desiderio e legge, se non un destino inesplicabile assegnatoci non si sa più da chi.

ANGELI DECADUTI. Se le cose stanno così, non dovrebbe stupire che Deledda diventi scrittrice veramente grande proprio in quei romanzi in cui non esistono altre verità, se non biologiche, come nel già citato “Cosima”, ma anche nel suo ultimo e dolorosissimo romanzo, “La chiesa della solitudine”, pubblicato nel 1936, in cui si strema la vita di Maria Concezione, «coi grandi occhi neri nel viso scarno e verdastro d’angelo decaduto», alta e scura nel suo «profilo di beduina», che torna nella casa di fianco alla chiesa che, appunto, dà titolo al libro, dopo aver subìto, a causa d’un male incurabile e allora impronunciabile, l’asportazione della mammella sinistra. Il primario che la congeda, per incoraggiarla, le fa notare con «olimpica e cristallina crudeltà», diciamo così, la sua buona sorte: «Lei ha la fortuna di non essere più giovanissima: ha vent’otto anni mi pare: quindi il male tarderà a riprodursi: dieci, anche dodici anni. Ad ogni modo si abbia molto riguardo: non si strapazzi, non cerchi emozioni».

AMORE E ROVINA. Così sono fatte le donne della Deledda, considerate già vecchie a ventotto anni, rassegnate al loro destino – in questo romanzo, con esatta lucidità –, almeno sino a quando non sono obbligate ad ascoltare l’inestinguibile tentazione di amare che le rovina, come Annesa, la protagonista de “L’edera”, se non viene combattuta sino al parossismo, quella tentazione, col rifiuto ostinato, come avviene appunto a Maria Concezione, che si nega all’amore del giovane di cui innamorata, spingendolo, seppure non volontariamente, tra le braccia della sorellastra. Donne dalla volontà di ferro, di tenace concetto, tutte figlie sue, si potrebbe dire, ma sempre dilaniate tra rimorso e desiderio, furiosa brama di vita e feroce bisogno di espiazione, ribellione e sacrificio o ricerca di castigo. Anche perché, se si ama (l’amore è, nei suoi romanzi, comunque una condanna irrevocabile), non può che essere in eterno e contro il mondo, con le sue leggi aride e spietate, di segregazione solo femminile. Leggi che vincolano all’obbedienza senza più fondamento e pietà, deprivate come sono d’ogni
sostanza etica, leggi ormai imperscrutabili e incomprensibili, perché promulgate da un Dio che, se non è morto, è fuggito chissà dove. Quel che resta sono le sue pagine, di maestosa desolazione: e il vuoto suono del nulla che vi rintocca.

© 2018, Inschibboleth, Roma

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