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“La scuola di Fanum” Luoghi e storie dell’isola narrati da Filippo Addis
Il ritratto 

“La scuola di Fanum” Luoghi e storie dell’isola narrati da Filippo Addis

«Filippo Addis, chi era costui?»: al lettore che, come Don Abbondio su quella ormai celebre di Carneade, si interrogasse oggi sull’identità dello scrittore lurese, poco si avrebbe da rimproverare. È...

«Filippo Addis, chi era costui?»: al lettore che, come Don Abbondio su quella ormai celebre di Carneade, si interrogasse oggi sull’identità dello scrittore lurese, poco si avrebbe da rimproverare. È infatti indubbio che di Addis e della sua vasta opera si sia pian piano persa memoria all’indomani della morte, avvenuta nel 1974. Ciò si deve, in particolare, al carattere non facile dell’uomo (così su di lui Giovanni Fadda: «apparentemente burbero e arcigno, ma con un cuore d’oro»), e al fatto che l’ultimo titolo a suo nome risalga a ben quarantaquattro anni fa. Nato nel 1884 a Luras, Addis vi frequenta le elementari fino alla terza, proseguendole fino alla quinta a Calangianus. Compie gli studi ginnasiali a Tempio, quelli liceali a Torino e quelli universitari a Firenze e a Roma, laureandosi con una tesi su Giuseppe Manno. Dopo aver iniziato a insegnare nell’anno stesso della laurea, dal 1912 è di nuovo in Sardegna, a Cagliari, ma si trasferisce presto a Sassari, dove lavora fino al 1952 e dove festeggia il conferimento della medaglia d’oro per i benemeriti della cultura nel 1954. Per i tre lustri successivi alla pensione il gallurese continua a scrivere di gran lena, dividendosi tra la narrativa e la critica, ed è anche attivo, con Gavino Perantoni-Satta e Lorenzo Forteleoni, nel ripristino della biblioteca comunale.

L’esordio in volume con “Il divorzio”, nel 1920, si deve alla torinese Baravalle e Falcinieri: quasi una quindicina le recensioni sulla stampa nazionale, tra cui quelle di personalità di spicco come Gobetti e Russo; bisogna però menzionare anche una nota autografa nientemeno che di Giuseppe Antonio Borgese, del 30 giugno 1921: «Egregio Signore, la ringrazio pel suo libro di novelle che a un primo sguardo mi pare assai interessante. Mi creda suo, G.A. Borgese». Passano quattro anni ed è la volta dell’opera più conosciuta di Addis, “Giagu Iscriccia”, incentrata sul bandito eponimo realmente esistito. Pubblica una seconda casa torinese, Chiantore, e più che raddoppiate le recensioni, che in genere sono positive.

Seguono “Il fiore del melograno”, “Le bestie dei miei amici: i bipedi” e il gemello “Le bestie dei miei amici: i quadrupedi” (ancora Chiantore, nel 1929, nel 1932 e nel 1934; del terzo si occuperà un’altra eccellenza, Tommaso Landolfi), “Il moro” e “Vecchia Sardegna” (La Prora, 1936 e 1939). “La sughera di Campanadolzu” (Gambino, 1950) chiude la prima e più importante parte della carriera del lurese, efficacemente sintetizzata da Giuseppe Marci: per lo studioso, siamo di fronte a «uno scrittore dotato di forte humor, osservatore caustico della realtà (sarda) scelta come materia di un’esperienza narrativa che non ignora gli indirizzi moderni dell’arte letteraria, ma anzi li impiega per rinnovare la novella regionale nel confronto con la produzione europea». I conclusivi “Renata” (Gallizzi, 1962), e “Santina Liòri” (TEM, 1967) avranno la forma, per lui inedita e sicuramente non congeniale, del romanzo.

A una settimana dalla scomparsa, nella storica rubrica “Al caffè” e firmandosi al solito come Frumentario, Aldo Cesaraccio lo ricordò così su La Nuova Sardegna: «Educatore di grande valore, uomo dalla cultura quasi incredibile (tenuta intatta da una favolosa memoria), come narratore preferì starsene solitario, e talvolta (ma soltanto apparentemente) sdegnoso, piuttosto che imbrancarsi in cricche e camarille
e mutuare temi e tesi da partiti e congreghe. Dei sardi dello stampo di Filippo Addis restano gli scritti. I nostri posteri, se conosceranno una “rinascita” della nostra isola, potranno ricorrere ad essi tutte le volte che non si vergogneranno di aver bisogno di qualcosa di pulito».

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