“Terre di confine”, l’occhio del cinema sul Sud America

Il direttore Marco Antonio Pani: «Il racconto di un continente ricco di creatività» Un cartellone che parte da Asuni e Solarussa e si conclude a Sassari e Alghero

Se il cinema è come un viaggio, l’itinerario proposto dal festival Terre di Confine è di quelli che non seguono le solite rotte turistiche e regalano il piacere della scoperta. La manifestazione organizzata dall’associazione Su Disterru propone ogni anno l’esplorazione cinematografica di un Paese che per motivi diversi di può definire di confine. Per la dodicesima edizione il Cile, al centro della rassegna che si svilupperà tra Solarussa, dall’8 al 10 marzo, e Asuni, dal 15 al 17, con un passaggio anche ad Alghero e Sassari l’11.

A Cagliari si è svolta intanto la presentazione. «Il Cile – sottolinea il direttore artistico Marco Antonio Pani – già geograficamente è un Paese molto particolare. Ed è una terra di confine anche in senso storico, sociale ed etnoantropologico. Basta pensare alla commistione di lingue, lo spagnolo e le lingue e dialetti originari delle popolazioni indigene, o a quella di genti venute da tante parti del mondo».

Dopo la Colombia nella passata edizione, in questa i fari puntati sul Cile. Che importanza ha oggi il cinema latino americano nel panorama internazionale?

«Sta conquistando sempre più il gradimento di critica e pubblico. Basta pensare all’affermazione dei messicani Del Toro, Iñárritu o Cuarón, ma anche di alcuni cileni come Sebastián Lelio e Pablo Larraín. E quando un Paese riesce a esporre delle punte di diamante come queste, di solito è segno che dietro di loro c’è un movimento di autori, produttori, maestranze, interventi pubblici di sostegno e politiche di valorizzazione del cinema come risorsa culturale, sociale ed economica».

Che cosa definisce maggiormente il suo interesse verso questo cinema?

«Parliamo di Paesi le cui popolazioni affrontano la scia di congiunture sociali e politiche drammatiche. Per il Cile la dittatura sanguinosa di Pinochet con i suoi morti, i suoi desaparecidos, i suoi esiliati, la polarizzazione della società e il bisogno di pacificazione. Sono traumi freschi e vibranti che hanno portato e portano il mondo culturale di quei Paesi ad interrogarsi, raccontarsi, esprimersi. Un po’ come succedeva nell’Italia della fine della seconda guerra mondiale, con il Neorealismo e non solo».

Oltre al rapporto con la storia, i traumi della dittatura, che altri temi emergono dai film cileni che verranno proposti?

«Il diritto all’istruzione gratuita, i diritti delle coppie di fatto al di là della loro composizione sessuale, il diritto alla memoria e alla giustizia, il diritto a una vita degna e piena per le categorie più deboli: i bambini, gli anziani, le persone diversamente abili. Tutti questi temi e la libertà nel trattarli, che sia attraverso un film di finzione o un documentario, sono al centro di questa edizione del festival».

Per questo il sottotitolo di questa edizione del festival è “La libertà”?

«Il confine fra libertà e privazione della libertà è molto più sottile e fragile di quanto siamo soliti pensare. Anche nella nostra società. Quindi mi sembrava importante parlare di questo confine così labile. Che vale la pena far conoscere, presidiare e difendere».

Ma chi saranno gli ospiti cileni del festival?

«Ci sarà con noi Orlando Lubbert, cineasta che ha vissuto l’esilio per motivi politici in Germania durante la dittatura di Pinochet e che al suo ritorno in patria ha firmato film importanti come “Taxi para tres” e “Cirqo”. Poi Francisco Hervé, che presenterà il documentario “La ciudad perdida”, e Jose María González, regista basco ma residente in Cile, con il suo “Darío en toma” sulla protesta di studenti di un liceo per ottenere dal governo una legge che garantisca l’istruzione pubblica gratuita per tutti».

E che legami ha il Cile con la Sardegna?

«Diversi. Per esempio il gruppo musicale degli Inti-Illimani, durante l’esilio in Europa ai tempi della dittatura, fece tappa più volte in Sardegna, intessendo relazioni con intellettuali e musicisti locali, ispirandosi all’isola per alcuni brani e lasciando

nell’isola un’impronta fortissima nell’immaginario soprattutto della gioventù di sinistra di allora. Altra cosa importante è il fatto che si calcola che in Sardegna vivano circa 500 persone di origine cilena, adottate in tenera età soprattutto negli anni della dittatura».
 

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