Guerre del latte 

Ozieri 1925: la mobilitazione dei pastori uniti

È il 25 ottobre 1925 e mancano appena tre giorni alla conclusione del terzo anno dell’era fascista. Lontano dalle luci della ribalta del governo pronto a farsi dittatura, nella Sardegna devastata...

È il 25 ottobre 1925 e mancano appena tre giorni alla conclusione del terzo anno dell’era fascista. Lontano dalle luci della ribalta del governo pronto a farsi dittatura, nella Sardegna devastata dall’annientamento dei suoi uomini migliori nel fronte della prima guerra mondiale, il fermento politico è pari all’arretratezza economica. E forse non è un caso che a un secolo di distanza ritornino, come catturate dalle cronache di allora, parole quali pastori e industriali, latte e formaggio. Il 25 ottobre di 94 anni fa è a suo modo un giorno storico nell’isola. Forse si potrebbe addirittura dire che è l’inizio di una nuova storia i cui esiti segnarono il passaggio da un’economia di mera sussistenza a un’economia che ambiva a fare il suo ingresso nel mondo delle produzioni industrializzate. Quel giorno a Ozieri 20 latterie sociali, nate qualche anno prima per contrastare il fenomeno del monopolio industriale sulla produzione e la vendita di pecorino romano, parteciparono alla riunione che sancì la nascita della Federazione che doveva riunire pastori e piccoli produttori. Ci si poneva come obiettivo quello di contrastare lobby molto potenti. Era un’intenzione che il fascismo della prima ora si era data, salvo poi virare repentinamente e ritrovarsi dalla parte dei potentati economici allorché il regime si accorse di aver bisogno di loro per rimanere al potere. A raccontare questo capitolo di storia sarda fu Paolo Pili nel 1946 nel volume “Grande cronaca piccola storia”. Nato nel 1891 a Seneghe, fu deputato durante il fascismo degli esordi, ma soprattutto grande protagonista della scissione del Partito Sardo d’Azione. Celebre per le sue dispute con Emilio Lussu che ne condannò l’azione, fu uno degli uomini che traghettò il sardismo all’interno del fascismo o forse è più corretto dire che provò a “sardizzare” il fascismo con l’intenzione di attuare i programmi del Psd’Az una volta che questo fosse entrato nell’alveo del fascismo.

Espulso e perseguitato

Utopia che qualche anno dopo si rivelò in tutta la sua pericolosità, visto che Pili nel 1927 fu espulso dal Partito Nazionale Fascista e quindi perseguitato sino al termine del Ventennio. Il breve ritratto del personaggio è utile per capire meglio quel che accadde in quegli anni in cui la Sardegna provava ad affacciarsi nella modernità con una sorta di piano di rinascita ante litteram. È da questa esigenza che vedono la luce le prime latterie sociali, atomi inizialmente scollegati nella vastità del territorio sardo. Paolo Pili pensa di unirle in Federazione e indice la riunione del 25 ottobre 1925 cui seguirà l’atto formale di registrazione il 5 dicembre, diventato intanto il quarto anno dell’era fascista che iniziava il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma. L’ente federale passa immediatamente da 20 a 49 latterie sociali – 40 in provincia di Cagliari e 7 in quella di Sassari; Nuoro e Oristano non erano ancora province – e tra il 1925 e il 1926 lavorerà un dodicesimo della produzione di latte ovino sardo migliorando enormemente la qualità dei suoi prodotti. Lo stesso Paolo Pili nella “Grande cronaca” così si esprimeva sul precedente regime di produzione dominato dagli industriali e dall’approssimazione: «La produzione ed il commercio dei formaggi in Sardegna procedevano nel modo più disordinato. Ogni ovile, si può dire, produceva un tipo di formaggio differente e ciascuna pezza di formaggio aveva caratteri organolettici suoi propri. Ciò rendeva impossibile ogni commercio caseario serio. La maggior parte del prodotto veniva confezionato sul tipo “formaggio bianco salato Barcellona” che era il più deprezzato che esistesse al mondo». Dall’inizio del ’900 però la produzione è cresciuta assieme al numero delle pecore: dal milione di capi d’inizio secolo adesso si superano i due milioni. La materia prima non manca, bisogna solo migliorare la qualità del formaggio e trovare il mercato giusto. È allora che nasce l’idea di una spedizione negli Stati Uniti con l’indispensabile avallo del regime. L’America era il mercato principale per il consumo di pecorino romano, ma il prodotto sardo stentava a farsi strada.

Il cablogramma

La missione inizia il 17 marzo 1926, preceduta da una serie di contatti con la ditta “Galle & C.” di New York, meta del viaggio che inizia a bordo di un piroscafo. Paolo Pili arriva a Roma assieme alla delegazione e incontra Benito Mussolini che gli garantisce sostegno per la sua missione, ma l’assenza di Pili dalla Sardegna per due mesi gli sarà fatale. Cadrà in disgrazia e le sue fortune politiche termineranno in quel momento. Dopo la tappa a Roma, il 21 marzo è il momento dell’imbarco a Napoli a bordo del piccolo transatlantico Colombo. Il viaggio verso New York, costato 100mila lire, dura 14 giorni e non sarà agevole per via delle condizioni climatiche. Il 3 aprile le contrattazioni possono iniziare e la “Galle & C.” stringe la mano alla delegazione sarda e soprattutto mette la firma sul contratto. Il primo impatto con la merce fu eccezionale tanto che la “Galle & C.”, dopo l’arrivo della prima partita, inviò un riscontro entusiastico tramite un cablogramma: «Fedlac - Oristano - Formaggio Biancamano arrivato, qualità ottima. Galle». Un anno dopo verso gli Stati Uniti avranno già viaggiato 3.500 quintali di formaggio, mentre altri 2.500 saranno sbarcati in Italia in cassette e confezioni ben curate, con etichette che rendono facilmente distinguibile il prodotto sardo dal resto del pecorino. L’accordo americano ha una durata di cinque anni e ciò significa poter pianificare. Non è un caso che immediatamente dopo anche 300 quintali di “fiore sardo”, qualità di pecorino assai più pregiata, seguano la stessa rotta. Crescono le esportazioni, aumenta il prezzo del latte che passa 1,20 lire al litro a 2,30 lire. E crescono gli utili per i pastori che riuscivano a vendere il prodotto alle latterie sociali a un prezzo superiore anche di 1,34 lire al litro rispetto a quello pagato dagli industriali. Non sembra quindi un caso che nei due mesi di assenza di Paolo Pili gli industriali, molto ben radicati in Sardegna nonostante le loro origini continentali, riescano a ribaltare la situazione. L’onorevole è costretto a dimettersi dietro pressioni del Partito Fascista – così racconta sempre nella “Grande cronaca” – e ben presto cadrà in disgrazia. Già nel 1932 le oligarchie sono tornate al loro ruolo egemonico spalleggiate dal regime.

Contrasto di interessi

È in quei frangenti che un altro sardo, assai più conosciuto, si occupa del problema. Dal carcere Antonio Gramsci segue la vicenda e in uno scambio epistolare con la madre e col fratello Carlo vi fa riferimento. Il comunista Gramsci sta dalla parte del sardo-fascista Pili. Così scrive il 24 febbraio 1929: «Carissima mamma, Carlo dovrebbe scrivermi qualcosa sulle attuali latterie sociali, per le quali lavora. Io immagino che il loro sviluppo debba procedere tra grandi difficoltà. Quante volte mi domando come mai i vecchi accaparratori di latte non sono riusciti ad avere la testa dell’on. Pili, che mi pare si sia illuso troppo sull’efficienza delle forze da contrapporre all’organizzazione finanziaria dei bagarini che avevano prima il monopolio dei pascoli e dei caseifici. Se Carlo mi mandasse qualche pubblicazione sull’efficienza creditizia e commerciale della Federazione delle latterie fasciste, mi farebbe un vero regalo. E se è possibile anche sulla concorrenza che alla Federazione fanno i vecchi caseifici di speculazione». Carlo risponde e alla sua lettera fa seguito un’altra di Antonio Gramsci: «Carissimo Carlo, ti ringrazio della tua lettera sulle Latterie Cooperative. Mi pare però che io possa rimanere della mia opinione sulle cause che hanno portato alle disgrazie del Pili. Quando c’è un contrasto profondo di interessi materiali, nessuno dei contendenti proclama di lottare per un interesse materiale: cerca delle bandiere il più possibile disinteressate, dei principi astratti sulle civiltà, sul popolo, sull’avvenire della storia. Il fatto è che io che non potevo in nessun modo seguire questi avvenimenti, all’ingrosso li ho indovinati, perché mi basavo su ciò che rappresentava Pili e sulle ripercussioni che la sua attività avrebbe avuto, e sulla colossale forza
che gli si opponeva, che certamente non poteva rimanere inerte a contemplare la sua progressiva rovina. Mi pare che la sconfitta di Pili sia la sconfitta decisiva del PSd’Az, che Pili cercava di acclimatare nelle nuove politiche attualmente dominanti: cosa di cui io non ho mai dubitato».

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