Elena Ledda: «Cantendi a Deus, così ho scoperto la musica sacra”

La cantante folk di Quartucciu ricorda gli esordi e svela la sua grande passione L’album con i canti religiosi dell’isola considerato tra i più belli degli ultimi 25 anni

SASSARI. L’ultimo di chissà quanti riconoscimenti – prestigioso e inatteso – è arrivato nei giorni scorsi, quando Polskie Radio, la principale emittente nazionale polacca, ha chiesto ai suoi milioni di ascoltatori di votare il più bell’album dell’area “world music” uscito negli ultimi venticinque anni, inserendo nella ristrettissima cerchia di candidati anche il suo “Cantendi a Deus”. Va da sé che qualsiasi sia l’esito di questo referendum online, per Elena Ledda sarà un successo.

Soprattutto se si considera che della lista fanno parte dischi celeberrimi come “Buena vista social club” e artisti come Caetano Veloso, Cesaria Evora, Mercedes Sosa, la Kocani Orkestar e Paolo Fresu, un altro sardo, con il progetto “Mistico Mediterraneo”. Una gran bella soddisfazione, insomma, per una folksinger che ama il canto sin da bambina e che alla fine delle scuole medie, pur di affinare le sue naturali doti vocali, volle a tutti i costi iscriversi al Conservatorio di Cagliari accettando l’unico posto che era rimasto: nel corso di oboe, strumento musicale che non aveva mai nemmeno sentito nominare.

«Avevo quattordici anni – ricorda sorridendo lei stessa – e per fare canto bisognava averne almeno sedici, così non ebbi altra scelta. Insieme a una mia compagna di Decimomannu fummo le prime due donne in Sardegna a frequentare quel corso. Poi il giorno del mio sedicesimo compleanno l’insegnante di oboe mi porto nella classe di canto, dalla maestra Maria Casula, e le disse: “Eccola qua, te la lascio”. Fu davvero un gesto delizioso».

Elena Ledda, è stupita dal fatto che la Radio nazionale polacca l’abbia inserita nel gotha della world music?

«All’inizio non avevo capito bene e ho pensato a uno scherzo. Poi con mia figlia abbiamo tradotto dal polacco e, sinceramente, non riuscivo a crederci. Anche perché io in Polonia ci sono stata varie volte per concerti, ma proprio non avrei immaginato una cosa del genere. Mi fa molto piacere».

“Cantendi a Deus” non è neanche un disco di facile ascolto, tra l’altro: c’è dentro una ricerca di trent’anni sul canto sacro in Sardegna.

«È un disco che ho inciso esattamente nel 2009 per farmi un regalo. Nel senso che tra i vari progetti scelsi quello meno commerciale ma che più mi piaceva perché riguardava il canto sacro. Sia chiaro, nessuna crisi mistica. Ma sempre più spesso nel sacro, e parlo di tutte le religioni, si trova il bello. E poi volevo dare qualcosa di spirituale a un mondo che già mi sembrava pieno di odio e cattiveria. Mi sembrava un album necessario. Lo pensavo allora, e adesso ancora di più».



Un successo di pubblico e critica strepitoso.

«Sì. “Cantendi a Deus” è arrivato in finale al Premio Tenco e ha ricevuto tantissimi riconoscimenti. Con i musicisti miei compagni di viaggio Simonetta Soro, Mauro Palmas, Marcello Peghin e Silvano Lobina lo abbiamo portato ovunque, persino in Marocco. Dietro questo disco c’è un lavoro molto particolare sia sulla musica sia sui testi, alcuni originali firmati da Maria Gabriela Ledda e Michele Pio Ledda».

Qual è la vera particolarità della musica sacra sarda?

«È che la protagonista è sempre Maria, non Gesù. Persino la Passione di Cristo viene raccontata attraverso gli occhi e il dolore di una madre che vede il figlio morire atrocemente . In un certo senso è una passione molto terrena, come una mamma che perde un figlio per la droga, ad esempio».

Lei ha iniziato a cantare musica sarda da quando era adolescente. Ma il rock, i cantautori o il pop non le piacevano?

«Certo che mi piacevano, non vivevo mica in un mondo parallelo. In verità il mio esordio è stato con una canzone pop, anche se è stato brevissimo. Però non ho pregiudizi, anche se effettivamente amo la musica popolare e la musica classica. Ma ho cantato davvero di tutto, adoro Tina Turner. E c’è stato un periodo che impazzivo principalmente per la musica gallurese».

Lei parla tutte le varianti del sardo?

«Parlare è un parolone, diciamo che le canto. In realtà, essendo io di Quartucciu, parlo bene soltanto il campidanese, le altre forme le conosco e le capisco, anzi distinguo persino gli accenti dei vari paesi. Da questo punto di vista in Sardegna abbiamo una ricchezza immensa: a Cagliari tra il quartiere della Marina e quello di Sant’Avendrace parlano con due accenti diversissimi».



C’è un suo concerto che non si dimenticherà mai?

«Non esiste il concerto della vita, sono tutti importanti, anche per rispetto al pubblico. Poi, certo, quando cantai al Teatro di Monza con il sala Fabrizio De André, o all’Anfiteatro romano di Cagliari con Andrea Parodi, e alla Filarmonica di Berlino con Mauro Palmas, Luigi Lai ed Enrico Rava provai grandissime emozioni. E poi, detto sinceramente, trovo fantastico esibirmi a Quartucciu, il mio paese, perché in qualsiasi posto guardi trovo tra il, pubblico qualcuno che conosco da sempre: che ne so, la mia vicina di casa, la mia compagna di scuola».

Adesso, però, lei è appena tornata da una lunga tournée oltre Tirreno con il suo ultimo album “Làntias”, un altro successo.

«Sì, una tournée in Italia, anche se siamo partiti dall’Austria. È stato molto bello perché era da un po’ che non facevamo un tour così lungo: ultimamente facevamo due o tre concerti poi tornavamo in Sardegna. Ma soprattutto mi ha dato molta soddisfazione riuscire a portare in giro questo disco con sette musicisti. Non è semplice di questi tempi suonare con una formazione così numerosa. E poi sì, devo ammettere che “Làntias” è piaciuto molto a tutti».
 

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