Tharros e Othoca 

Mondo sommerso tra le antiche città

C’era una volta un mondo diverso. Dove c’era terra oggi c’è acqua, dove c’era acqua oggi c’è terra, ma non è stato sempre così. Al filosofo greco Eraclito è attribuito l’aforisma «Panta rei», quel...

C’era una volta un mondo diverso. Dove c’era terra oggi c’è acqua, dove c’era acqua oggi c’è terra, ma non è stato sempre così. Al filosofo greco Eraclito è attribuito l’aforisma «Panta rei», quel «Tutto scorre» come l’acqua di un fiume, frase che racconta a noi stessi che il divenire è la vera legge che governa il mondo. Ma bisogna viaggiare nel tempo ben oltre i giorni in cui visse il filosofo di Efeso (VI-V secolo avanti Cristo) per scoprire che quella curva che oggi disegna il golfo di Oristano non esisteva; che l’isola di Mal di Ventre e l’isolotto del Catalano che si vedono dalle coste di San Vero Milis e Cabras erano agganciati alla terraferma; che la penisola di Capo Frasca e l’ultimo lembo della penisola di Capo San Marco non si guardavano da lontano come due amanti che non si afferrano; che l’istmo di San Giovanni di Sinis non offriva la vista mozzafiato di oggi in quelle giornate di vento, in cui da una parte le onde sbattono sulla spiaggia e dall’altra il mare incanta col più placido dei paesaggi.

Archeologi e geologi

Era tutto diverso allora. Ma quando si usa l’avverbio allora, a che tempo ci si sta riferendo? La risposta arriva dall’azione di geologi e archeologi, un abbraccio tra ricercatori che racconta quanto le mutazioni geografiche abbiano influito e, come in un gioco di specchi, e l’uomo abbia avuto i suoi effetti sulle mutazioni geografiche. In fondo non sono argomenti declinabili solo al passato, visto che oggi uno dei maggiori problemi dell’ambiente è lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del mare. Eccolo il vero protagonista, assieme all’uomo, di quelle mutazioni che hanno dato origine nei millenni passati a migrazioni, spostamenti, nascita di nuovi insediamenti e di infrastrutture nell’area di uno dei luoghi sardi abitati sin dall’antichità, quello che oggi è per tutti il golfo di Oristano. Le ricerche delle équipe dirette dall’archeologa Carla Del Vais e dal geologo Giovanni De Falco ed esposte alla conferenza organizzata da “Museo Oristano” braccio culturale del Comune, dopo anni di esplorazioni, ritrovamenti ed esami con tecnologia avanzate, hanno fissato i primi punti fermi su quella che un tempo fu l’area costiera caratterizzata dalla presenza di due città. Erano Tharros e Othoca, insediamenti che si trovavano agli estremi opposti di quel braccio di mare separato oggi dalla curva della spiaggia di Torregrande. Tharros, la regina delle città antiche sarde ancora oggi visibile coi suoi resti e Othoca, città trasformata quasi in mito dal fatto che di essa non rimanga quasi più nulla, cancellata dalla nascita del paese di Santa Giusta che ci vive sopra e sommersa dalle acque della laguna.

Il viaggio nel tempo

Ritornano ancora una volta i due elementi principali di questa storia di scoperte. Sono l’uomo e l’acqua, ma a essi va aggiunto un terzo: il tempo. Il viaggio inizia infatti 18mila anni fa quando la terraferma arrivava oltre quello che oggi è lo scoglio del Catalano. Siamo nell’Area Marina del Sinis-Mal di Ventre. Lo spuntone di roccia, regno di uccelli marini, si trova a quasi sei miglia dalla costa con un fondale profondo e non reca più il segno di calpestio di piedi umani o di orme animali. Poi si fa un salto di 9mila anni verso il presente e qui ancora gli esami geologici del Cnr ci dicono che tra Capo San Marco e Capo Frasca c’era una spiaggia lunghissima. I suoi resti sono ancora visibili sott’acqua, distinguibili facilmente se a guardare sono gli occhi dei ricercatori che vi ritrovano elementi che raccontano che quella sabbia e quelle rocce vedevano i raggi del sole senza che fossero filtrati dall’acqua. Il golfo non esisteva e dietro la spiaggia enorme c’era una laguna ampia generata dalla foce del Tirso che non aveva forza sufficiente per far arrivare le sue acque sino al mare. Il fiume rallentava la sua corsa tanto da generare una serie di stagni. E l’isola di Mal di Ventre, il gioiello incastonato in mezzo al mare? Quel miracolo geologico era saldamente attaccato alla terraferma. Poi ritorna la massima di Eraclito con quel «Panta rei» che ricorda che il divenire è la legge che governa il mondo. Ciò che sembrava immutabile, scalando sino a 4.500 anni fa cioè nel 2.300 avanti Cristo, ha subito sconvolgimenti tali da aver rivoluzionato ancora una volta la geografia di questi luoghi. Il mare si era mangiato chilometri e chilometri di terra, tanto che arrivava ben oltre la linea costiera di oggi. La sua avanzata però si ferma ancora una volta nel momento in cui le popolazioni iniziano a interagire col paesaggio. Siamo in piena fase nuragica e l’ambiente che sino a quel momento è stato esclusivo dominio dei fenomeni naturali inizia a dover fare i conti con un altro fattore, la presenza antropica. È proprio su questo momento che la ricerca geologica intreccia le sue conoscenze con quella archeologica. Dal mare, sbarcano nell’isola fenici prima e cartaginesi poi e agli insediamenti nuragici si affiancano quelli delle città costiere di concezione mediorientale. Nascono Othoca e Tharros, le genti si mescolano e cambia il volto di tutta la zona del golfo di cui oggi sono ben visibili i resti dell’insediamento romano di Tharros che soppiantò quasi per intero la città punica. Othoca invece non fa in tempo a conoscere l’arrivo delle genti romane. Prima che mettano piede in Sardegna, è già finita sott’acqua. Sommersa dall’ennesimo mutamento del paesaggio.

I misteri di Tharros

Da un filosofo a un altro. Da Eraclito ad Aristotele ovvero a colui che diceva che a spingere gli uomini sulla strada della conoscenza è la meraviglia. E quel meraviglioso mondo oggi dimenticato riaffiora nelle ricerche degli ultimi anni. Per gli archeologi il contesto più difficile da esaminare è certamente quello di Tharros. C’è una città fondata da genti arrivate da oltre mare. Ci sono i segni di traffici molto fiorenti – lo raccontano i ritrovamenti di anfore con cibo, i semi di molte varietà vegetali –, ci dev’essere per forza un porto.

Un semplice approdo sulla spiaggia non era più sufficiente per una città così sviluppata. Il problema è che gli archeologi si sono sempre affannati a cercarlo all’interno del golfo di Oristano così come lo conosciamo oggi, ma è solo in epoca medievale che la laguna di Mistras si chiude e prende la conformazione più o meno attuale. Prima, dove oggi c’è una parte degli stagni di Cabras, c’era il mare. È quindi nelle acque della laguna che gli archeologi hanno ritrovato i segni inequivocabili di strutture quasi affioranti coperte di vegetazione che però, a un attento esame, si rivelano essere opere dell’uomo. Una strada o una banchina lunga circa 200 metri subito sotto il pelo dell’acqua salmastra, strutture in grandi blocchi, elementi di legno databili al primo secolo avanti Cristo. Tutto ciò vuol dire che tra il sesto e il terzo secolo avanti Cristo la “spiaggia punica” era lì, dove oggi c’è lo stagno di Mistras. Lì dove il sottosuolo restituisce migliaia di semi, ceramiche, animali macellati, tutti segni di un luogo vissuto quotidianamente dagli uomini e quindi non ancora sommerso. L’aver costruito il porto, secondo gli archeologi, ha portato all’avanzamento della spiaggia in poco tempo ed è per questo che lo stesso porto si interra e viene abbandonato. I misteri di Tharros non sono esauriti. Oltre all’area archeologica ci sono altre aree come quella artigianale e la necropoli in cui i segni della costante presenza umana sono individuabili. Esistevano due città, come se fossero due grandi e operosi quartieri quasi confinanti? È possibile visto che laddove oggi insiste la borgata marina di San Giovanni di Sinis non mancano le emergenze archeologiche come un’altra necropoli – perché la necessità di averne una seconda? – e i segni inequivocabili delle cave in quella che oggi viene chiamata “Sala da ballo”, spazio squadrato che si affaccia sul mare aperto non già sul golfo di Oristano.

La città sott’acqua

E Othoca? Il dominio dell’uomo su quel territorio è limitato dalla natura. È la foce del Tirso a dominare l’altra estremità del golfo quando mancavano secoli alla nascita di Oristano. Gli insediamenti erano molteplici anche nella zona dove oggi sorge il capoluogo e la laguna di Santa Giusta non era chiusa.

Forse era un golfo nel golfo con il mare che sfruttava un’ampia apertura per incunearsi, probabilmente proprio passando dall’attuale territorio di Oristano. Poi le acque si ritirarono e si assiste al fenomeno dell’interramento che interviene in età romana. È così che Othoca
morì e le sue genti migrarono, spostandosi poco più in là e creando nuovi insediamenti.

Un po’ quel che accadde per Tharros col passare dei secoli. La geografia dei luoghi era cambiata, gli uomini scelsero di andare altrove. Scelsero altre terre arrivando a fondare Oristano.

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