Dai nuragici al Mare Nostrum: un giorno al museo e l’archeologo diventa Ulisse

Sardegna crocevia del Mediterraneo: Momo Zucca ci guida nell’avvincente viaggio al Museo archeologico e ai Musei civici di Cagliari per la mostra che resterà aperta fino al 16 giugno

Ci sono mostre che sono solo esposizioni e altre che sono dei momenti assertivi, la conferma di una visione Quella di Cagliari all’Archeologico e a Palazzo di città è di questo secondo tipo. Raimondo Zucca si è prestato a farci strada tra le nuove scoperte

Un fortilizio di pietra, un universo tanto visibile – fino a diventare paesaggio – quanto muto e oscuro. Una civiltà isolata nella sua originalità. I millenni della storia della Sardegna antica sono apparsi così al grande pubblico. Le sale del Museo Archeologico e quelle del Palazzo di Città di Cagliari raccontano un’ altra storia presentando centinaia di reperti, che arrivano da importanti musei, che sono un filo di congiunzione dell’isola con le civiltà del mare che la circonda fino ai lontani confini orientali del Caucaso. Raimondo (Momo) Zucca è uno degli archeologi più importanti di questa epoca, tempi fondamentali però, che hanno visto cambiare molti aspetti della ricerca e assistito a ritrovamenti che hanno stravolto il paradigma interpretativo (i Giganti) e l’ingresso di nuove scienze con cui confrontarsi: la genetica delle popolazioni e il dna.

«Esistono molti mediterranei nella storia dell’Umanità – spiega Zucca –. Sono delle condizioni geografiche, in cui il mare, i grandi fiumi sono vie in cui germinano le culture destinate a crescere in forme complesse. Pensa al mondo caraibico alle civiltà mesoamericane, al Nilo, al Tigri e all’Eufrate, ai fiumi della Cina e dell’Indocina. Una pluralità di centri che scardina la vecchia idea “Ex Oriente Lux”, una luce che si irradia e illumina le barbarie che arriva da Oriente e che crea la Civiltà, cioè l’apoteosi culturale espressa dalla “città”, culmine del potere e della gerarchia, come ci racconta la radice stessa della parola. Un concetto, questo, rivisto anche dall’Unesco, che adesso preferisce parlare di Culture piuttosto che di Civiltà, aggregando anche altri centri ai luoghi simboli d’eccellenza. Creando connessioni geografiche, come l’idea della “Via dei Fenici” che tocca Cipro, Sicilia, Sardegna e Spagna. In questo sta anche il nome di questa mostra: le civiltà, plurali, e il Mediterraneo».

Questi percorsi sono illustrati nei musei di Cagliari da sentieri colorati che accompagnano i visitatori tra le tracce e gli oggetti lasciati da queste rotte. Una strada costellata dalla poesia che in grandi tabelloni segna l’itinerario: Esiodo, Umberto Saba e Konstantinos Kavafis. «Un poeta che ha avuto una vita difficile e che io amo molto – rivela l’archeologo recitando a braccio la celebre Itaca del poeta greco del secolo scorso –: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze... Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi o Posidone incollerito”». Il Mediterraneo dei poeti, che racconta la sua storia con la mitologia; un mare di navigatori coraggiosi. «Ma anche di mostri spaventosi, giganti divoratori di uomini, ma sono pastori che non conoscono il vino e con questo si possono ingannare, maghe che trasformano uomini in porci – racconta Zucca –. Niente ferma la curiosità di Odissèo, che si fa legare all’albero per ascoltare il canto delle sirene». Quello che rimane è la testimonianza di queste rotte coraggiose nei naufragi delle navi e negli oggetti ritrovati sulle terra ferma che arrivano da luoghi lontani.

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«Il grande network della Sardegna comincia con l’ossidiana, più di 7 mila anni fa, il Monte Arci fornisce questo prezioso materiale fino a luoghi remoti e ogni frammento porta un codice geologico che ci riporta esattamente al giacimento sardo da cui proviene – dice Zucca –. Un mondo scarsamente popolato che pure riesce a scambiare manufatti, le pietre levigate per disboscare e conquistare spazio per l’agricoltura. Le navi neolitiche percorrono le strade d’acqua cariche dell’ossidiana che commerciano in Provenza e in Corsica, in Liguria e Toscana. Le rotte del vaso campaniforme dell’età del Rame portano nell’isola tecnologie e germogli culturali che arrivano dal sud est della Spagna. El Argar 2300 a.C.». Il racconto di Momo Zucca scaturisce da una cultura immensa, ma è la sua partecipazione, l’empatia con le storie di questi uomini, donne, bambini di migliaia di anni fa a fare la differenza. È uno scienziato, ma la sua attenzione è rivolta “alle tombe dei padri”, le stratigrafie, per lui, non sono mute testimonianze geologiche, ma un diario continuo di uomini le cui vicende sono molto più simili alle nostre di quanto la lontananza del tempo ci possa far pensare. Un tratto umano, e una curiosità mai spenta, che l’avvicina allo stesso spirito del grande padre dell’archeologia sarda: Giovanni Lilliu di cui Zucca è stato allievo a partire dal 1973; e con cui ha avuto una consuetudine lunghissima che è arrivata fino al gennaio 2012, l’anno della sua scomparsa.

Il racconto del mare si espande, la Sardegna sviluppa la sua civiltà. «Al centro di questa rete di connettività germina la civiltà delle torri, dei pozzi sacri dell’età del Bronzo. La Sardegna è per i greci l’isola più grande e anche la più lontana, la architettura dei sardi è da loro ammirata. I greci se ne “impossessano” attribuendola ai loro personaggi mitici, come l’architetto Dedalo il padre di Icaro, che in questo mare precipiterà per aver sfidato, con le sue ali di cera, il Sole – spiega Raimondo Zucca – . La nostra isola è sempre di più un crocevia in cui arrivano gli spiedi e le armi di bronzo. È la fine del secondo millennio; da Creta, dal Peloponneso dei micenei e dalla lontana Cipro le navi portano i tripodi di bronzo e i lingotti di rame puro dalle montagne di Troodos. I naufragi verificatisi tra il 1350 e il 1200 a.C., lungo le coste della Turchia di fronte all’isola di Kastellorizo, sono la testimonianza di questi incroci di rotte».

Non solo navi straniere, i reperti in mostra a Cagliari raccontano anche i viaggi dei nuragici. «Recenti straordinari scavi, in Sicilia, Creta, Tirinto e Cipro stanno mettendo in luce vasi nuragici in particolare nello scavo dell’insediamento di Pyla Kokkinokremos (costa meridionale di Cipro), vissuto tra il 1235 e il 1175 a. C. Manufatti semplici, di tutti i giorni che ci raccontano dell’attività quotidiana di una colonia di sardi, micenei e ciprioti in un approdo per il prezioso piombo argentifero che arriva dalla ricca Sardegna – conferma l’archeologo –. Le navi sarde solcano il mare tra il primo e il secondo millennio». Sull’orizzonte in cui inizia la storia, il racconto della mostra ci invita a fermarci e visualizzare queste rotte. A Oriente le popolazioni dal Mar Nero si affacciano sulla Macedonia e sull’Egeo, fin dal Neolitico la circolazione dell’ossidiana, la figura femminile della Dea Madre, testimoniano scambi di materie e di idee. “Un sentire comune” dice la presentazione della mostra. La Macedonia è nella sfera di influenza micenea durante l’età del Bronzo. Le pianure del Caucaso danno vita alla civiltà “di principi guerrieri su veloci carri trainati dai cavalli”. Anche nel lontano Caucaso vengono erette centinaia di torri. “Secoli di contatti e interferenze su un fluire di processi autonomi e indipendenti attivati da analoghe dinamiche sociali, portano altre civiltà del Mediterraneo a sviluppare architetture strutturalmente simili” ci spiega ancora il testo della mostra.

L’universo di animali, armi e modelli, uomini, donne e guerrieri di bronzo lascia in Sardegna un’eredità straordinaria, con similitudini di forme che ritroviamo, e che ci colpiscono, con oggetti di bronzo che arrivano anche da molto lontano, come il toro di Majkop dalla Russia meridionale.

«Ma stiamo attenti a non cadere ancora nella trappola del “diffusionismo” della cultura – avverte Zucca –. Cerchiamo i rapporti diretti ma anche la simile e prepotente volontà dell’uomo di esprimere il potere, il rapporto col divino e con la natura».

Per capire meglio il senso della mostra e lo sviluppo delle conoscenze seguiamo il percorso di alcuni reperti, partendo dai lingotti di rame a forma di pelle di bue: gli ox-hide. Oggetto simbolo dell’importante rete di commerci legata alla lavorazione dei metalli.

«Può darsi che tutti i lingotti a pelle di bue ritrovati in Sardegna arrivino da Cipro – ci spiega Raimondo Zucca –. L’unica matrice è stata ritrovata in un palazzo siriano riutilizzata come soglia. Me è possibile che siano diverse aree dove si facevano pani a forma di pelle bue, si è pensato anche a Creta. Tutte le indagini hanno dimostrato che arrivano da Cipro, nelle navi troviamo insieme ai pani ox-ide le pannelle di rame. In Sardegna se ne sono trovate molte, sono sarde o cipriote? Non lo sappiamo, dobbiamo rimandare al futuro la risposta. La novità più rilevante viene dalle panelle così dette a frittata, ovali e molto sottili, ne sono state ritrovate nel nuraghe Antigoriu nel tempio di Funtana Cuberta e una anche a Mont ’e Prama e in altre località. Le analisi ci dicono che non provengono da Cipro, né dalla Sardegna, ma dall’area palestinese del Sinnai. Questo ha, con enorme probabilità, un rapporto con i Peleset perché la cronologia è più recente». Un popolo che riappare: i Filistei della Bibbia, e in mostra a Cagliari c’è una testina di bronzetto, piccola ma significativa, con la tipica acconciatura di piume sulla testa con cui vengono rappresentati i Peleset- Filistei dagli egizi.

«Se i Peleset erano anche ciprioti potevano conoscere le rotte verso la Sardegna e portare queste panelle nell’isola – aggiunge l’archeologo –. Cosa cercavano? Che tipo di rapporto esisteva con l’isola? Studiosi israeliani hanno ritrovato dei petroglifi nelle zone palestinesi, che rappresentano delle imbarcazioni di tipo egeo, ceramiche cipriote realizzate in loco, oggetti di bronzo che ricordano i tripodi ciprioti con spirali realizzati, non più con delle lamine, ma con la nuova tecnica della cera persa diffusa in Sardegna. C’è un tempo che ci mostra una rotta verso l’isola non ancora utilizzata dai fenici, a Dor sulla costa palestinese abbiamo un porto con un molo costruito in blocchi, una tecnologia che non conosciamo altrove, solo a Cipro, è un’inserzione: arrivano gli ebrei, i cananei e i filistei. C’è la guerra, la battaglia raccontata dalla Bibbia, Davide contro Golia. In tutto questo è protagonista importante anche la Sardegna. Ancora non voglio parlare, allo stato della ricerca, degli Shardana. Ma ti anticipo una pubblicazione inglese di pochi giorni fa: un ritrovamento di un tesoro d’argento sempre a Dor, buona parte è argento sardo e risale alla prima metà del decimo secolo. Alcuni ipotizzano che siano i primi rapporti tra Nuragici e Fenici, ma è troppo presto. C’è uno spazio da riempire, è quello del tempo in cui crollano le città stato micenee.

Dove vanno questi popoli? Nel tempio importantissimo di Antas è stato sepolto un personaggio di rilievo: nella tomba uno spillone nuragico ma che reca un’iscrizione in cipriota. Ecco un segno di un cammino non interrotto». Si delinea sempre di più il ruolo della civiltà nuragica nella fitta tessitura di rapporti che si intreccia intorno al Mediterraneo. Come quella, fondamentale, con gli Etruschi di oltre Tirreno. Relazione e scambi, ma anche scontri e guerra. «C’è la cultura del dono – spiega Zucca –. Gli uomini si avvicinano in pace, ma il conflitto è sempre in agguato, ecco archi e spade, alcune votive, simboliche però di una società guerriera, e altre temibili e funzionali». La più terribile e affascinante testimonianza è rappresentata dai Giganti di Mont ’e Prama. «Sono eroi di una mitologia guerriera e giovani uomini, cadetti di una antichissima accademia militare, che si prestano a durissimi riti di iniziazione virile alla battaglia» dice l’archeologo davanti alle imponenti, immote statue, le più antiche della civiltà occidentale. Guardano un punto lontano, con i loro strani occhi, un paradiso degli eroi a cui il mestiere delle armi li ha destinati. «Su di esse si è abbattuta una furia distruttiva, sono state atterrate, gli occhi scavati con un punteruolo, il petto protetto dalla placca colpito da ferite rituali, e poi accatastate in pezzi e bruciate – l’interpretazione di Momo Zucca –. C’è una sovrapposizione di civiltà. Vincitori e vinti e la volontà di una “damnatio memoriae”: il destino finale della dinastia degli eroi».

Tutto appare come un tramonto, gli antichi popoli sconfitti, i loro simboli abbattuti. È, invece, l’alba dell’impero unico. Il Mediterraneo dello storico Fernand Braudel che è: “Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una cultura ma una serie di culture accatastate le une sulle altre”, una “pianura d’acqua” che diviene il Mare Nostrum romano, dopo lo scontro con l’altra superpotenza: Cartagine.

«È un momento paragonabile alla nostra contemporanea globalizzazione – sostiene Raimondo Zucca –. Che arriverà a riconoscere come cittadini della grande Roma, impossibilitata a gestire un impero enorme, anche popoli lontani». Qui finisce l’itinerario: con la Sardegna e le Province romane d’Africa, con questa “vicenda omologante” che non è mai riuscita ad eliminare le specificità locali e le differenze economiche e culturali profonde, che arrivano fino ai nostri giorni, di popoli tanto vicini.

La mostra è divisa tra i locali del Museo Archeologico nazionale e quelli vicinissimi dei Musei civici di piazza Palazzo di Cagliari e sarà visitabile fono al 16 giugno.
 

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