Paolo Zucca, comprare la Luna per ridere della sardità

Il regista oristanese parla del suo nuovo film che riempie le sale nell'isola e all'estero

Esame Sardegna passato a pieni voti, con lode. La scelta di partire dall’isola per la distribuzione del film si è rivelata vincente. Sale piene e numeri sorprendenti in termini percentuale hanno creato molta curiosità a livello nazionale. Obiettivo cercato e raggiunto. Così “L’uomo che comprò la Luna” è diventato già un caso prima del lancio nei cinema del resto d’Italia previsto per maggio. Intanto grazie al passaparola, amplificato dai social, a più di due settimane dall’uscita il pubblico sardo continua a riempire le tante sale dell’isola dove la particolare commedia di Paolo Zucca viene proiettata.

«Sono molto contento del percorso del film – sottolinea il regista oristanese – che ancor prima che dalla Sardegna è partito dall’estero. Dallo scorso ottobre quando c’è stata l’anteprima assoluta al festival di Busan in Corea, il più importante in Asia, ha iniziato a fare un bel giro del mondo in rassegne di vari Paesi: Spagna, Svezia, Ungheria, Israele per citarne alcuni».

La prova del nove era ovviamente rappresentata dall’accoglienza degli spettatori isolani, anche perché il film gioca sugli stereotipi e i luoghi comuni dei sardi. E ci sono praticamente tutti. Dalla proverbiale testardaggine, raffigurata con la primissima scena che mostra un uomo dentro la sua ape contro un asino, ad atteggiamenti e tic che con sguardo attento si possono rintracciare anche nella quotidianità.

«Ovviamente nella commedia si esagera e si fa un po’ la caricatura di certe cose, ma tutto nasce dall’osservazione della realtà, dalla mia conoscenza del mondo sardo. Diretta e attraverso la letteratura e l’aneddotica».

Si ride quindi, l’obiettivo primario di una commedia è quello, ma non solo. “L’uomo che comprò la Luna” di Zucca si presenta a più strati e mostra una chiara evoluzione che il pubblico sembra apprezzare molto: «Durante il tour nelle sale le persone mi dicono spesso, e altri lo scrivono su Facebook, che il film è poetico. Una cosa che mi fa davvero piacere perché l’afflato poetico era previsto in sceneggiatura. Era una delle mie idee di base che il film si muovesse dalla dissacrazione, dal gioco degli stereotipi, verso queste atmosfere poetiche».

Insomma nessuno si è offeso per la simpatica presa in giro, nonostante proprio l’estrema permalosità sia riconosciuta come una delle caratteristiche principali della sardità in una delle scene più divertenti del lungometraggio. «Tutti hanno capito – sottolinea il regista – che la presa in giro non è il punto d’arrivo del film, ma un momento di divertimento che prelude a una glorificazione dei sardi. Talmente estesa che addirittura va al di là dello spazio e del tempo. Dello spazio perché arriviamo addirittura sulla Luna e del tempo perché vediamo i grandi personaggi sardi della storia: da Amsicora a Eleonora d’Arborea, da Antonio Gramsci a Grazia Deledda».

Così “L’uomo che comprò la Luna” diventa anche una dichiarazione d’amore per l’isola, un inno alla sardità e a valori alti come la lealtà, il rispetto, la riconoscenza, l’ospitalità. «E rende il film – aggiunge Zucca – anche una metafora universale. I sardi sono Davide e gli americani Golia. La Sardegna rappresenta una visione del mondo legata alla terra, alla poesia, all’umanesimo che si contrappone a un’altra più materialistica e gretta». A dare corpo al film un cast importante: Francesco Pannofino, Stefano Fresi, l’attore serbo Lazar Ristovski e l’attrice spagnola Angela Molina. Le star del film sono però due sardi. Il protagonista principale Jacopo Cullin, «un attore secondo me di grande tecnica e dal controllo del corpo, dei movimenti, della voce, delle emozioni pari a quella dei grandi interpreti americani che vengono dall’Actors Studio», e un sorprendente Benito Urgu, «un autentico talento, abbiamo lavorato per togliergli la maschera che tutti conosciamo e ha dato una prova straordinaria».

Non gli unici sardi. Hanno ruoli minori, ma comunque significativi, anche Luciano Curreli e Federico Saba. Senza contare l’apporto dietro la macchina da presa di tanti professionisti che lavorano nel cinema. «Gran parte dei capireparto – evidenzia Zucca – sono sardi, anzi sarde. Oltre al fonico in presa diretta Piero Fancellu che è sassarese, ci sono la scenografa Alessandra Mura, anche lei di Sassari, la costumista Stefania Grilli, di Cagliari, la direttrice di produzione Roberto Aloisio, di Muravera. Per noi registi sardi è meglio lavorare con maestranze locali, persone che conosciamo, di cui ci fidiamo e che possiamo incontrare più facilmente durante la fase di preparazione. Tutto nasce dallo sviluppo del settore negli ultimi anni, grazie alla legge cinema che ha trovato applicazione con continuità e anche al contributo della Sardegna Film Commission che è riuscita a trovare fondi ulteriori. Circolano più soldi e questo vuol dire più lavoro, più film anche di autori sardi che raccontano l’isola nei suoi contenuti e non la utilizzano soltanto come sfondo».

Paolo Zucca lo fa in maniera particolare, come dimostra la visione di “L’uomo che comprò la Luna”. Una commedia stralunata, bizzarra, che sfiora altri generi evocando a un certo punto il western, trasformandosi addirittura in fantasy. Con una commistione di toni che porta a improvvisate virate dal comico al tragico, dal grottesco all’epico.

Una storia che parte da un soggetto scritto molti anni fa e poi rivisto grazie al contributo nella sceneggiatura di Barbara Alberti e di Geppi Cucciari. «Quando ho chiamato Barbara per dare una rinfrescata alla sceneggiatura di questo nuovo film che avevo nel cassetto da tanti anni, lei ha pensato di coinvolgere anche Geppi conoscendo le sue capacità autoriali. Insieme hanno elaborato una serie di idee folli e anche grazie al coraggio della produzione, almeno la metà siamo riusciti a introdurle».

Geppi Cucciari che già era stata la protagonista femminile del precedente lungometraggio di Zucca, “L’arbitro”, nato da un corto con lo stesso titolo di grande successo. Basta ricordare i riconoscimenti: il premio speciale della giuria al prestigioso Festival international du court métrage di Clermont-Ferrand e subito dopo il David di Donatello.

Era il 2009, momento importante per la carriera da regista di Paolo Zucca iniziata qualche anno prima con altri cortometraggi. «In realtà il mio sogno da ragazzo era fare l’attore. Ho fatto l’università a Firenze, lettere moderne, e visto che all’epoca si poteva personalizzare molto il piano di studi mi sono specializzato in ambito teatrale. Dopo la laurea, grazie a una borsa di studio, ho frequentato la scuola Rai per sceneggiatori che purtroppo oggi non c’è più. Era di grande livello didattico, tutto quello che so sulla scrittura per il cinema l’ho imparata lì». Scrive quindi, insieme ad altri tre giovani autori, il film “Gli angeli di Borsellino” e chiede di fare assistente alla regia.

«Un’esperienza utile perché mi ha fatto capire cos’è un set cinematografico». Frequenta anche una scuola di regia, la Nuct (Nuova università del cinema e della televisione) di Roma, quando ha già alle spalle alcuni corti. Il primo “Il leone”, girato nel 2002 con pochi soldi e fra amici. L’avvio di un percorso nel cinema di cui racconta ha scoperto la forza da bambino quando la madre lo obbligò a vedere “Amadeus” di Milos Forman. «Andavo alle medie ed ero abituato ai film con Bud Spencer e Terence Hill. Quel giorno ho capito per la prima volta la potenza del cinema».

Quel bambino cresciuto a Oristano oggi è un regista affermato di quarantasette anni. Vive a Milis, ma il suo luogo del cuore è un altro. Omaggiato anche nel film che sta spopolando nelle sale: S’Archittu.

«Il luogo dove ho passato
tutte le estati della mia vita, dove passerò anche quelle future e dove vorrei che anche mia figlia trascorra sempre le sue. Poi ovviamente da grande deciderà lei». La figlia, Vittoria, per la quale sarebbe certamente disposto a fare anche molto di più che comprare la Luna.



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