Minervini: sguardi senza paura di un sardo

Nuoro, a IsReal il regista che documenta i conflitti sociali negli Usa affrontando situazioni ad alto rischio

NUORO. Un cinema nel nome della madre e del sangue sardo senza paura. Roberto Minervini, l’uomo più atteso del festival nuorese IsReal, non ha dubbi sul dna dei suoi lavori spesso prodotti e portati a termine non proprio sul divano di casa ma in situazioni ad alto rischio. «Mia mamma è di Fonni. È testarda, generosa e amorevole, è lei che mi ha trasmesso la vera essenza della forza e della determinazione e a non aver paura. Questo è un insegnamento tutto suo che custodisco gelosamente perché girare i miei film fa anche paura, però va colta questa situazione, seppure difficile, anche come parte del processo della vita».

Minervini aveva conquistato molti ancora prima di mettere piede a Nuoro, con i suoi documentari made in Usa ricchi di umanità e con un filo di lettura intimista veramente personale. Gli altri che ancora mancavano li ha rapiti con il discorso che ha preceduto la proiezione del suo secondo film proiettato a IsReal.

Minervini è stato concreto, breve e amichevole, intriso anche di ricordi di una terra che ha conosciuto da bambino e dove accarezza sempre l’idea di tornare con la macchina da presa. È un self made man del cinema documentaristico tornato in questi giorni in Barbagia anche per fare insieme alla mamma, Luigina Smerilli, un tuffo tra gli affetti dei parenti del paese più alto dell’isola.

«È davvero emozionante tornare in Sardegna sotto un’altra veste. Qui dove venivo tutte le estati da bambino. Sembra curioso che nel mondo dove ho imparato più cose in vita mia ora tocchi a me restituire qualcosa agli altri nella masterclass». Per lui la Sardegna è un luogo fatto di stradine dove correre e di pascoli di montagna, nella Fonni dei nonni pastori e cacciatori. Uno spazio dove stranamente non c’è il mare.

«Nuoro e il nuorese non sono dei luoghi come tanti altri. Nel mio immaginario e nel mio sentire rievocano quella montagna commuovente e toccante». E se fino ad oggi ha raccontato le diverse sfaccettature dell’America, spesso mettendosi lui, bianco ed europeo, dalla parte degli ultimi, degli afroamericani con un destino molte volte segnato dalla nascita. Un cinema davvero totalizzante che lo ha portato più volte a vivere la vita dei suoi stessi protagonisti e a condividere con i suoi collaboratori ansie e pericoli di un’esistenza ai margini. «Il mio è un cinema relazionale, i miei lavori guardano in maniera diretta alla realtà anche quando questa è cruda e difficile da accettare, ma questo è il mio modo di osservare e sinceramente non ne conosco un altro che non abbia questo approccio. Ho bisogno di immergermi nelle vite delle persone e farmele raccontare». Dopo tanta America, dove vive da quasi vent’anni con sua moglie e i loro due bambini, forse ci sarà ancora l’universo a tratti veramente contraddittorio a stelle e strisce da raccontare. Anche se Roberto Minervini più volte ha accarezzato l’idea di portare la macchina da presa nella terra degli avi ritrovata con tanto pathos in questi giorni.

«Ci ho pensato spessissimo a fare film in Sardegna, ma per una serie di questioni logistiche legate anche alla mia famiglia e alla difficoltà di spostarsi per periodi lunghi ho sempre rinviato il progetto. Comunque con mia moglie ne abbiamo parlato e se dovessimo prenderci un anno per lavorare in Italia, la Sardegna è sicuramente al primo posto tra i luoghi dove ci piacerebbe stare. Certo che se dovessi raccontare qualcosa mi sentirei di dover tornare alle origini, cerco sempre qualcosa di me che non esiste più. Partirei proprio da Fonni, da via Argiolas 3. Qui si trova la casa dove stavo da bambino, e racconterei l’amore per la montagna». E se nell’ultimo film “What You Gonna Do When the World's on Fire?” ancia la domanda di cosa occorra fare quando il mondo è in fiamme, Minervini non dà risposte ma spesso le fa dare dai protagonisti della pellicola, che in base al colore della loro pelle e dello status sociale danno
ovviamente interpretazioni differenti. «In America non ci sono i toni di grigio, o si è bianchi o neri, la questione razziale è anche di classe. Come bianco cerco di fare dei lavori supportati da una forte dose di umanità, mi pare l’unico modo per trascendere questo tipo di differenze».

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