Che lotta per ritrovare il canto che l’ictus mi aveva rubato

Adriana Andria, afasica per 14 anni, è tornata alla sua attività di soprano A Sassari guida un coro di cinque persone che hanno avuto lo stesso problema

Riprendere a cantare dopo che un ictus ti ha tolto la possibilità di parlare. È una storia di tenacia e coraggio, quella di Adriana Andria, cantante lirica sassarese che, 14 anni dopo esser diventata afasica, non solo ha ripreso la sua attività di soprano, ma dirige un coro e tiene lezioni private ad aspiranti cantanti lirici. «Avevo 41 anni, un marito e due bambini di 9 e 13 anni, quando l’ictus mi rese afasica». Adriana ha deciso di raccontare la sua storia per dare un messaggio di speranza a tante altre persone (non meno di 150mila in Italia, con 20mila nuovi casi all’anno e 1500 afasici nella sola Sardegna) che soffrono di questo disturbo del linguaggio – causato da lesioni cerebrali come ictus, traumi cranici e tumori – e hanno lo stesso problema. Il suo è un impegno va anche oltre: da qualche anno, attraverso l’associazione Aita (Associazione italiana afasici) di Sassari, ha messo su un coro composto da cinque elementi, tutti afasici, che portano il loro repertorio di canti della tradizione sarda un po’ ovunque. «Vogliamo far capire che rincominciare è possibile», spiega la cantante con un sorriso che non nasconde quanto sia stato duro il suo lungo percorso di recupero. Adriana Andria il canto lirico lo ha studiato al conservatorio, dove si è diplomata per poi andare a specializzarsi a Genova. Aveva intrapreso la sua carriera da soprano solista, partecipando a diverse tournée in Italia, interpretando ruoli importanti anche in opere come il Don Giovanni di Mozart.

A 28 anni arrivano il matrimonio e i figli. «Il canto a questo punto non poteva più essere la mia attività principale. Pur continuando a coltivare la mia passione, mi misi a lavorare nell’azienda di mio marito». Gli anni in famiglia, scorrono tranquilli, poi, all’improvviso, l’ictus, il coma, la lunga degenza in ospedale e la riabilitazione. «Dall’ospedale mi avevano trasferita al centro di riabilitazione di Alghero, ci restai due mesi appena: avevo troppa voglia di ritornare a casa – racconta Adriana –. Per fortuna la mia famiglia e quella di mio marito mi sono sempre state di enorme supporto: con due bambini da crescere e io che dovevo ricominciare tutto da capo, da sola sarebbe stato impossibile. Del resto, mi avevano detto che sarei rimasta sempre su una sedia a rotelle. Invece eccomi qui, che cammino da sola». Adriana non pensa da subito di riprendere a cantare. «Fu durante una seduta di logopedia che decisi di riappropriarmi della mia professione. La terapista mi stimolava a cantare ma quel giorno, non riuscivo a ricordare le parole dell’Ave Maria. Dentro di me mi arrabbiai tanto, poi, col tempo, quelle parole le ritrovai». Il percorso per riprendere a cantare non è stato per nulla facile. Racconta che fu una logopedista a convincerla a tenere dei corsi di canto per afasici e di aver tenuto lezioni anche per logopedisti che si occupavano di musicoterapia. «Ho impiegato un anno e mezzo prima di riprendere in mano uno spartito, però ci sono riuscita ed ora, eccomi qui che canto e insegno agli altri a cantare». Con sacrificio e ostinazione, Adriana ha riacciuffato la sua esistenza.

«Studio tutti i giorni – racconta – ho ripreso a suonare il pianoforte anche se solo con una mano e i vocalizzi li faccio quando sono sola in casa». La prima, grande gratificazione, arriva abbastanza presto. «Un giorno mi chiedono se voglio entrare a far parte di un coro e accetto. Con loro ho cantato in varie località della Sardegna, ad Aggius, a Sorso: mai nessuno si è accorto che sono afasica». Quando parla della malattia, Adriana Andria è netta: «Un ictus ti cambia. Certo, dopo non si è più come prima. Io, ad esempio, sono diventata una persona migliore. Non credo però di essere un caso unico al mondo».

Adesso c’è il coro, il “suo” coro che ha esordito per la prima volta in Lombardia,
durante il convegno nazionale delle associazioni degli afasici. «Lo abbiamo battezzato “Coro dell’Aita Sardegna”: spero ne nascano tanti altri, altrove», dice. «Cantare è una esperienza grandissima, restituisce agli afasici la voglia di rincominciare: è questo il mio messaggio».

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