Piero Cella Un romantico tra i vigneti

L’enologo di Arborea è tra i protagonisti del nuovo corso Da Cabras a Usini fino a Sanluri, intuizioni sempre vincenti «Dobbiamo riempire di contenuti concreti i bicchieri»

Piero Cella , tra gli enologi sardi, è forse quello più romantico. Appassionato al suo lavoro, umile e riservato è poco incline al compromesso e alla diplomazia. La realtà vinicola sarda la giudica senza fare ricorso agli occhiali rosa di un ingiustificato ottimismo. «Se analizzo le cose in maniera obbiettiva – dice – vedo il bicchiere mezzo vuoto. Nel senso che vorrei riempirlo io di contenuti concreti, di quelli che fanno fare un salto in avanti alla nostra realtà produttiva».

Molti i successi che hanno caratterizzato la sua attività: dai vini della cantina Contini di Cabras a quelli di Su 'entu di Sanluri, da quelli di Billia Cherchi di Usini a quelli delle Tenute Piero Delogu e della sua cantina Quartomoro di Sardegna di Arborea.

Enologo come suo padre, toscano, venuto in Sardegna negli Anni Cinquanta, quando «gli enologi contavano, nelle aziende, quanto il due di picche». E nipote di un vinaio, «mescolatore di vini» per la mescita. Piero i profumi del vino li ha respirati fin da quando era nella culla.

«È vero che l'enologia sarda ha fatto passi da gigante – dice – ma potremmo andare avanti più rapidamente, se davvero avessimo voglia di fare le scelte giuste. E invece, anche tra i miei colleghi, vedo che ci sono conflitti di interessi che frenano le spinte che il comparto potrebbe avere».

Una carriera, quella di Piero, cominciata presto. Nel 1988, dopo il diploma ad Ascoli Piceno («Mio padre aveva degli amici, in quella città») l’apprendistato a Sant'Antioco dove ha avuto il primo colpo di fulmine. Quello per il Sulcis, terra dalle mille potenzialità, non sempre giocate al meglio. Poi l'incontro con Giacomo Tachis. «Avevo 21 anni e ho subito capito che sarebbe stato il mio maestro – osserva Cella – È lui che mi ha fatto vedere, che ci ha fatto vedere a tutti come un cantina sociale, quella di Santadi, poteva attuare quella rivoluzione che sarebbe fatto diventare un modello quella realtà, non solo in Sardegna. Ho capito che dietro una grande azienda ci sono uomini che lavorano duramente, non solo per ottenere vini di qualità, ma per realizzare progetti di forte impatto sociale».

L'altro incontro importante di Piero Cella è quello con Billia Cherchi, padre del Tuvaoes e del Cagnulari: «Una persona di grande fascino che vuol fare di Usini una piccola Bordeaux». Ed è quello che colpisce l'enologo di Arborea: «Sono più interessato ai progetti che hanno una ricaduta sociale che alle medaglie che un vino può vincere nei concorsi» dice. Eppure di medaglie e di riconoscimenti, Cella, ne ha ricevuto a iosa. «Sogno una realtà – dice – come quella di Jerez de la Frontera, dove un'azienda come Tio Pepe produce sette milioni di bottiglie. Quel vino utilizza come la Vernaccia dei lieviti “flor”. Perchè non possiamo anche noi in Sardegna, fare qualcosa di simile?». E' stato proprio Piero il primo a credere in un uso diverso della Vernaccia, progettando un vino che ha abbandonato l'ambito ristretto che gli aveva assegnato la tradizione, per farne un prodotto giovane, fresco diventato il simbolo dell'enologia sarda contemporanea: il Karmis. Su quella scia sono nati altri progetti, come quello della Malvasia secca che Piero ha fatto per Zarelli di Magomadas. E se la strada fosse proprio quella di ripensare ai nostri vitigni identitari per proporli in una versione nuova, rivoluzionaria? Su queste sfide lavora, in diversi angoli di Sardegna Piero Cella: ecco la rinascita del quasi dimenticato Nieddera, dei meravigliosi Vermentini delle Tenute Delogu, delle bollicine torbide del Quartomoro di Sardegna
fino all'esplosiva rinascita del Bovale di Su'entu, con Su'oltre. «Che bella squadra quella della cantina di Sanluri_ dice_ un gruppo competente, motivato che può dare alla Sardegna l'importanza che merita. Il vino che mi dà maggiore soddisfazione? Quello che devo ancora fare».



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