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«La forza ancestrale dell’anima sarda»

«La forza ancestrale dell’anima sarda»

«Voi non siete italiani» Intervista al grande regista Theodoros Terzopoulos 

«Non mi riprometto di fare sempre un teatro politico, ma viene fuori lo stesso. Se metto in scena “Casa di bambola” di Ibsen, acquista una dimensione politica e non è più solo un dramma psicologico tra moglie e marito. Anche la mia biografia, la mia vita è così, per esperienze molto forti nella prima giovinezza». Gli ultimi lavori di Theodoros Terzopoulos – il grande maestro e regista greco ospite al Teatro Massimo di Cagliari – spaziano da Euripide a Lorca, da Ibsen e Heiner Müller. Invitato in tutto il mondo, da Taiwan all’Alessandrinskj di Mosca e a San Pietroburgo, in Italia. «Da giugno a New York lavorerò su una storia della classe operaia americana, “Morti insepolti” – racconta il regista – un testo scritto da uno storico. Ma anche se faccio la tragedia classica c’è sempre l’idea politica dentro. Così è anche nel Prometeo portato recentemente a Shanghai e ne “Le troiane” che presenterò ora in Giappone e Cina, in cui ho scelto attori che provengono da città divise al loro interno, come Mostar, Nicosia, Gerusalemme, e sarà in sei o sette lingue».

Tanti dunque gli impegni internazionali, ma la sua casa è il teatro Attis di Atene. «Un teatro piccolo – precisa Terzopoulos – ma con un pubblico di trenta/trentacinquemila spettatori. Abbiamo iniziato con duemila e continuiamo a crescere». Ma se chiedi se desidera un teatro più grande, risponde deciso. «No. Mi hanno proposto molte volte di dirigere festival e persino il Teatro Nazionale, ma io ho rifiutato. Sono libero e non voglio dipendere dai politici, mai. Ti danno una sedia e poi te la bruciano sotto. Ti prendono il cuore, l’anima, tutto. Non voglio queste proposte tossiche. Lavoro in tranquillità, se voglio mi metto a cucinare per tutti, in una pausa. E questo non lo cambierei mai. Posso parlare apertamente, anche contro i governi, non ho paura: freedom is the best». Un’idea di libertà che è alla base del suo lavoro in ogni aspetto. A partire dall’esperienza archetipica del passaggio dal maestro all’allievo, che lo porta in tutto il mondo a lavorare con attori in formazione, come negli scorsi giorni al Massimo. «Non ho mai accettato il teatro psicologico, ho scelto Brecht e il suo teatro politico – spiega Terzopoulos, formatosi al Berliner Ensamble e poi con un mentore come Heiner Müller – e solo dopo sono passato alla tragedia, al teatro ontologico. Creando un ponte tra i due generi è nato un sistema di lavoro – anche se non credo fin in fondo in una metodologia. Piuttosto in una base preparatoria, ma da mettere in dubbio, demistificare. Non deve mai essere sicuro l’artista. Altrimenti si è solo passivi, schiavi. Invece il conflitto è la base dell’umano e della vita stessa, e questo porta a Dionisos, il dio che ha in sé, insieme, istinto e logica. Per questo – perché è l’attore a essere al centro del Teatro, non il regista – voglio “attori conflittivi”. Anche se non obbediscono al maestro, creano dialogo, scambio, e questo mi auguro per il futuro del teatro. Senza dialogo la vita è orribile, la società è terribile, come oggi».

E nel lavoro con l’attore si riparte dal corpo, con un discorso senza dubbio politico, in senso ampio, universale. «Nel corpo ci sono tante risorse, sorgenti dell’energia e del suono. Le incontriamo se ci allontaniamo dalla tirannia della testa e lavoriamo in profondità, questo faccio. Se il corpo è libero, si è liberi a molti livelli. Si aprono altre energie, memorie, c’è la gioia. L’attore è lì, ma anche in un’altra dimensione, l’estasi. Potremmo vivere tutti così, non tristi, chiusi, miseri».

Nel 1999 Terzopoulos fece una regia per il Teatro di Sardegna, “Paska Devaddis” di Pira. Fu un’occasione magica, nata dall’incontro con Antonio Cabiddu del Cedac. «A Nora lavorai bene con tutti, in particolare con Lia Careddu – fantastica – e Giovanni Carroni, Maria Grazia Sughi, Maria Grazia Bodio, Paolo Meloni. Fu un buon lavoro. Lì ho capito che i sardi sono differenti dagli altri italiani, le stesse differenze che noi greci abbiamo con Creta, hanno
più temperamento e profondità. L’ho trovato anche nel lavoro: energia, volontà. Mi piace che il direttore Massimo Mancini crei incontri con gli allievi per la formazione sulle nuove tendenze. Come ho visto nel Macbettu di Alessandro Serra, un buonissimo spettacolo, con attori fantastici».

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