«La letteratura ci aiuta a esplorare le emozioni»

La letteratura come la psicanalisi? No, molto meglio: «Perché ci permette di entrare nelle situazioni e capire le reazioni umane, ma non racchiude tutto nelle categorie. E soprattutto, ci dà un...

La letteratura come la psicanalisi? No, molto meglio: «Perché ci permette di entrare nelle situazioni e capire le reazioni umane, ma non racchiude tutto nelle categorie. E soprattutto, ci dà un qualcosa che nei tempi attuali stiamo perdendo: la capacità di riflettere. Il web e i social media ci portano a perdere una certa plasticità del nostro cervello, non siamo più capaci di stare attenti come prima. Quando leggi un libro, se vuoi capirlo devi concentrarti». Irlandese, arrivata al successo tardi con un libro che è diventato un modo di dire (“La metà di niente”), Catherine Dunne ieri ha tenuto a Gavoi una lezione sulla leggerezza di saper vivere senza rinunciare alla profondità.

Un incontro brillante con Chiara Valerio quando le prime ombre della sera davano finalmente un po’ di refrigerio a una giornata torrida, che Catherine Dunne ha voluto sottolineare con ironia: «Accidenti quanta gente, e quanto è bello questo paese. Anche se devo essere sincera, sono irlandese e avrei preferito un po’ più di fresco. Ma è chiaro che tutto non si può avere». La scrittrice irlandese è molto legata all’Italia, paese nel quale la sua prima opera ha riscosso un enorme successo, forse più che in Irlanda. Un successo arrivato nel 1997, quando lei, dopo la laurea al Trinity College, insegnava lingue in una scuola di Dublino. Aveva già superato i quarant’anni e improvvisamente le è caduto addosso un successo mondiale: «Come l’ho vissuto? Direi bene anche se è stata una sorpresa. Mi spiego, ho impiegato dodici anni a scrivere quel libro, mi sono divertita, ho imparato a costruire i personaggi e ho perfezionato la tecnica, però onestamente pensavo che mai avrei trovato udienza da un editore e l’approvazione dei lettori. Però, sì, mi piace, senza quel successo non potrei mai essere con voi oggi. Il successo mi ha permesso di divertirmi e godere di tante belle situazioni come questa».

“Dove cade la luce” è il suo ultimo romanzo, edito da Guanda, secondo atto di una trilogia ispirata ai miti greci. Il riferimento, stavolta, è a Fedra, traslato nella storia di una famiglia complessa e complicata, con una madre severa, un padre comprensivo, due sorelle delle quali una ribelle e una fin troppo tranquilla. E al centro di tutto Mitros, il secondogenito, segnato da una malattia che lo mette al centro di tutto condizionando la vita degli altri familiari in una storia di litigi e tradimenti, nel quale le due sorelle comunque resteranno unite da un filo che comunque non si spezza: «Ho affrontato con attenzione l’argomento. Quando si parla di un ragazzo come Mitros, bisogna stare attenti a come lo si definisce: una cosa è dire “un ragazzo disabile”, altro è “un ragazzo con delle disabilità”. Perché anche un ragazzo con disabilità può raggiungere il massimo delle sue potenzialità fino ai suoi limiti, realizzarsi, e lo farà attraverso l’arte. Lo farà perché vive in una famiglia dove i genitori per primi lo accettano così com’è e di conseguenza anche le sorelle. Tutto
sarà complicato dalle rivalità e dalle gelosie, ma a un certo punto le sorelle capiscono che devono metterle da parte, che ognuno ha un suo ruolo. Il rapporto è difficili per questo, perché Mitros viene sempre prima di tutto e le sorelle Alexia e Melina dovranno soffrire per affermarsi».

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