Quei gruppi tempestosi che migliorano il mondo

Tempeste di gruppo, persone che lasciano il segno unendosi, non importa se per pochi minuti o mesi e anni. Sono quelle descritte da Michela Murgia nel suo ultimo libro “Noi siamo tempesta” (edito da...

Tempeste di gruppo, persone che lasciano il segno unendosi, non importa se per pochi minuti o mesi e anni. Sono quelle descritte da Michela Murgia nel suo ultimo libro “Noi siamo tempesta” (edito da Salani e vincitore dei premi Andersen e Morante) e con le quali ha tenuto banco ieri mattina ai giardini di Gavoi in un applauditissimo dialogo con Fabio Geda, nella caldissima mattinata del Festival letterario “L’isola delle storie”.

Un libro che racconta «gruppi che compiono imprese che rendono il mondo un luogo migliore» ha spiegato proprio Geda nell’intruzione, sedici storie destinate a un pubblico giovane e inevitabilmente fanno riflettere gli adulti, soprattutto quelli che con i giovani hanno a che fare quotidianamente. Dai creatori di Wikipedia agli Spartani di Leonida, agli omosessuali confinati nell’isola delle Tremiti di San Domino durante il fascismo, agli indipendentisti catalani, al podio dei cento metri delle olimpiadi del 1968. Alcune già molto famose, altre meno: «Certamente è un libro pensato per persone giovani, l’ho fatto anche pensando al mio vissuto, al fatto che io non ho avuto la possibilità di leggere storie di gruppo e venivo preparata al mondo come un luogo ostile. La prima storia di gruppo che ho potuto leggere è stata quella dei Ragazzi della via Paal, che peraltro facevano la guerra e dove il personaggio nel quale mi ero immedesimata alla fine muore». Storie diverse tra loro, alcune già famose, altre poco conosciute, altre conosciute in parte come i tre atleti che sul podio olimpico del Messico hanno fatto la storia in pochi secondi: «Quel gruppo di avversari che in gara si era conteso le medaglie si è costituito poco prima della premiazione, è durato il tempo di un inno nazionale, tutti e tre l’hanno pagata cara ma hanno lasciato il segno». E la volontà di indipendentismo dei catalani: «L’autodeterminazione è un diritto di tutti i popoli, sancita da trattati internazionali, la geografia dell’Europa è molto cambiata grazie a questo principio. I catalani sono stati un esempio di civiltà, hanno seguito un percorso democratico non scontato, altri hanno anche dovuto combattere, un percorso che spero sia il naturale punto di arrivo anche dei sardi. Ma il senso del mio racconto è un altro: la domanda che mi pongo è se un popolo che vuole votare per la sua indipendenza abbia diritto o no e la risposta è sì, anche se in Spagna hanno fatto di tutto per negarglielo».

C’è anche molta Sardegna nel libro, in parte nascosta («L’ispirazione l’ho presa proprio da questo Festival»), altre palese. Come nel racconto dell’opera di Maria Lai “Legarsi alla montagna” realizzata nel 1981, con tutte le case di Ulassai unite tra loro da corde: «Quella è stata la sua prima opera di arte relazionale. Racconto la difficoltà di legare tra loro le abitazioni, perché non tutte le famiglie erano in buoni rapporti. Alla fine si trovò una soluzione nel quale si rispecchia la mia concezione dell’arte. Riuscire a mettere
insieme tutti mantenendo comunque vivi i conflitti dice a che cosa serve l’arte, manifesta le contraddizioni e dice chi siamo senza rimuoverle. Lo stare insieme, in questo caso, diventa l’elemento dominante senza per questo eliminare il fatto che stare insieme è comunque complicato».

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