L’Arte Povera per rileggere il nuovo Millennio

Da oggi a Palazzo di Città la grande esposizione: le opere prestate dal museo Olnick Spanu

CAGLIARI. Un tuffo al cuore all’alba del nuovo Millennio è la mostra “Arte Povera: from the Olnick Spanu Collection” che inaugura stasera alle 19 al Palazzo di Città. Selezione di quindici opere dell’ultima grande avanguardia, quella che riunisce la generazione di Anselmo, Pascali, Boetti, Pistoletto, Merz, Paolini, Kounellis, Zorio. Una parabola del secondo Novecento che – per come è stata pensata nell’esposizione cagliaritana – ha molto da dire, non solo agli americani. Alcuni pezzi importanti della collezione – compreso il “Senza Titolo” di Jannis Kounellis che, insieme un “Igloo” di Mario Merz concludono la mostra – sono infatti esposti per la prima volta, nel momento in cui gli Usa scoprono l’Arte povera, tassello mancante, pulsante di vita, tra Pop Art e Minimalismo. Come ha spiegato la direttrice Paola Mura – co-curatrice dell’esposizione insieme a Vittorio Calabrese, direttore di Magazzini Italian Art Foundation, il museo americano dei coniugi Olnick Spanu che ha prestato le opere – allestire una mostra significa porre le opere in dialogo con lo spazio che le ospita, restituendo il gusto del collezionista.

Così al Palazzo di città le mostre sono due. Il piano terra ospita infatti “Building Magazzino”, mostra fotografica di Marco Anelli dedicata alla costruzione del museo che si trova a pochi chilometri da New York, nella valle dell’Hudson, un edificio di duemila metri dedicato all’arte italiana contemporanea con trentamila visitatori in due anni: «Mi ci sono voluti quaranta anni per tornare in quest’isola – ha detto Giorgio Spanu – ma al nostro arrivo qui mi hanno comunicato che la nostra è stata riconosciuta Fondazione pubblica dal governo Usa».

Nello spirito della coppia c’è l’entusiasmo di riannodare il dialogo tra il Mediterraneo e Manhattan, di riconoscere il lavoro come opera collettiva, di avere con ogni artista un rapporto di amicizia profonda. L’Arte povera per come l’ha definita Germano Celant cinquanta anni fa è essenziale, materica, infrange i confini di scultura, pittura, architettura, privilegia l’installazione. Così nella prima sala la pietra sospesa di Giovanni Anselmo sfida la gravità e restituisce alla materia una dimensione onirica, in dialogo con “Gioiello: Eco” e “Basta la vista” di Luciano Fabro, lastre di ottone lavorato a sbalzo a ri-creare mito e desiderio in forme mobili, a dispetto della serialità dei materiali industriali. Misteriosa e sensuale l’opera di Gilberto Zorio è di tavola e cera, con la maschera dell’artista al lato, brillante di vita eppure funeraria, stella rossa su fondo bruno.

La stessa vita che pulsa come mappa costiera nella “Palpebra” (1990) di matita e grafite su feltro realizzata da Giuseppe Penone, perché a partire dalla propria pelle l’artista respinge il post umano. Di Giulio Paolini c’è un’Itaca, frammenti di foto disposti a spirale come il vortice del viaggio il cui centro apre al vuoto. Di Pier Paolo Calzolari la mostra restituisce lo sguardo alchemico con un’opera di piombo, acido, sale con candele di cera e vasca di zinco, che cambia colore per effetto del fuoco acceso. Marisa Merz, appena scomparsa, è presente con una tela di grandi dimensioni, dove si legge la forma di un volto, sguardo rivolto al cielo e squarci d’interni. Piccolo e bellissimo il “Samurai” (1965) di Pino Pascali, realizzato per un Carosello, restituisce l’ironia del gruppo, il pensiero divergente che reinventa la realtà quotidiana. Lo stesso spirito che anima le tre opere di Boetti: l’arazzo di tessere colorato “Oggi nono giorno… eccetera”, la “Dama” e il disco “Legno ferro” e che si riflette nello specchio di Michelangelo Pistoletto con la sua “Sfera di giornali” realizzata per la collezione Olnick Spanu, ma anche restituzione ideale di un acquisto mancato per un soffio alla collezione Ugo della
Galleria negli anni Settanta.

La stanza dedicata a Kounellis ospita quattro pannelli d’acciaio piombo e smalto, omaggio a Burri. Nelle dimensioni del talamo e nelle orme di mani il sussurro di vita che la coppia Olnick Spanu regala a chi passerà nell’isola, da qui all’8 dicembre.

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

IL SITO DI GRUPPO GEDI PER CHI AMA I LIBRI

Scrivere e pubblicare libri: entra nella community