Mereu parla di Assandira: «L’ovile e la modernità, il mio film più difficile»

Un progetto coraggioso, ambizioso, complicato: le riflessioni del regista sardo sul set della sua ultima fatica

Un progetto coraggioso, ambizioso, complicato. «Il film più difficile che ho fatto» sottolinea Salvatore Mereu che finalmente può usare il passato perché manca davvero poco alla conclusione delle riprese.

La visita sul set, esclusiva per La Nuova Sardegna, avviene quando il piano di lavorazione prevede ancora soltanto un paio di giornate se tutto va come deve andare. A Foresta Burgos, location principale di “Assandira” girato anche in Germania, a Berlino, e per alcune scene in altri luoghi della Sardegna come Dolianova. Un progetto dalla lunga gestazione prodotto da Viacolvento, la società di produzione fondata da Mereu con la moglie Elisabetta, che ha potuto contare sul sostegno di Rai Cinema, della Regione, del Mibac, della Sardegna Film Commission, della Fondazione di Sardegna, dell’Isre, della Camera di commercio di Nuoro.

«Ci tengo a sottolineare l’apporto di tutte queste realtà – sottolinea il regista Dorgali – perché senza di loro sarebbe stato impossibile portare avanti un progetto di questo tipo». Alle normali difficoltà nella fase di ricerca fondi, si sono aggiunte quelle che il film ha dovuto affrontare un anno fa a poche settimane dall’inizio delle riprese: il cambio degli interpreti Fabrizio Rongione e Barbora Bobulova sostituiti per i ruoli fondamentali di Mario e Grete da Marco Zucca, «L’ho trovato a Cagliari con un casting», e dall’attrice tedesca Anna Konig. «Non mi sembra giusto parlare di quello che è successo – racconta Mereu – ma certo è stato un problema. Ci ha costretto a iniziare daccapo e ad aspettare quest’estate per molte riprese che potevamo fare soltanto nel periodo estivo. Nelle difficoltà ho potuto contare su una troupe straordinaria che ha sposato il progetto. Una troupe di giovani, perché l’età media è trent’anni, e formata in gran parte da sardi. Dal direttore della fotografia Sandro Chessa, alla direttrice di produzione Laura Biagini, al costumista Salvatore Aresu. Non posso citarli tutti, ma li voglio ringraziare tutti perché sono stati fondamentali per quest’avventura».

Tra i sardi, anche se non nella lista di giovani, Gavino Ledda che è l'interprete principale del film. «All’inizio era restio – ricorda il regista – ma poi ha dato tutto. Si è formata una specie di osmosi tra lui e il personaggio. Ha portato il suo mondo nel film ed è diventato quasi difficile distinguere i confini tra Gavino Ledda e Costantino Saru».

Il personaggio al centro del romanzo di Giulio Angioni che anni fa ha rapito Salvatore Mereu, spingendolo a lavorare su questo adattamento cinematografico: «È un racconto che mi ha colpito per vari aspetti. Da una parte è la storia di una sfida continua contro le leggi della natura, finché la natura non si riprende lo spazio che le è stato tolto. In fondo è quel che accade attraverso la vicenda di questa famiglia che si mette in gioco nell’avventura dell’agriturismo. Dall’altra, dietro anche al racconto della trasformazione della Sardegna, è una grande tragedia classica. Con il conflitto tra padre e figlio e il dramma di un padre che perde il figlio».

Per raccontare attraverso le immagini questa storia Mereu ha scelto uno stile particolare, un insieme di piani sequenza più o meno lunghi. «Non è un vezzo, ma una precisa scelta per dare maggiore realismo. E per stare dentro la testa del personaggio protagonista perché tutto
quello che vediamo è attraverso gli occhi di Costantino Saru. Questa cosa c’era già nel libro, ma nella sceneggiatura è stata amplificata. Certo lavorare in questo modo non è facile, le cose non si possono aggiustare facilmente. Per questo facciamo moltissime prove prima di girare».

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