Juntos, le cronache civili diventano musica sarda

Brani con testi che si rifanno a Peppino Mereu, Emilio Lussu e Barore Sini Da Orosei una formazione che evita il folklorismo e propone riflessioni profonde

CHEREMULE. A passo ritmato, sono scesi dalla necropoli di Cheremule vecchia di quattromila anni mentre una luna ambrata sbucava dal tavolato del Goceano e illuminava Museddu nel suo campo grande di fieno sotto il vulcano spento di Cuccuruddu. Giunti agli ingressi delle domus de janas e dei petroglifi – altare della patria prenuragica - è partito il concerto di launeddas e trunfa, pippiolu e triangolo, boghes de ferru e boghes de ventu, voci di ferro e di vento. Su un palco naturale di pietre gli Juntos: Pietro Paolo Piredda polistrumentista, (67 anni, da 51 nel Coro di Orosei), i tamburi creati da GianGiacomo Rosu 61 anni, Patrizio Costantino Mura (56) armonica a bocca e voce, e il più giovane del team, Angelo Mura (30) fabbro come Vulcano, dio moderno con chitarra ma dalla mattina alla sera artigiano tra forge, incudini e martelli per far parlare il ferro così come Pinuccio Sciola aveva dato voce alle pietre.

È stata una lezione in musica di storia sarda. Perché la cifra stilistica che sta imponendo gli Juntos sulla scena nazionale è griffata da cronache civili: la battaglia di Solferino nei versi di Peppino Mereu con la sua satira bruciante verso gli austriaci, la nascita di Olbia Terra Noa, il telegramma di Emilio Lussu agli orgolesi in lotta a Pratobello (“non è una decisione militare STOP ma una grave responsabilità della politica STOP”), il civismo nella figura dell'Accabbadora, l'omaggio in note al maestrale che ha imposto maglioni, giacconi e cappucci, un originalissimo cocktail di suoni e note con un “Erchi inventato da noi” per non parlare di Mutos e Trallallera prima di finire con Adiosa di Barore Sini e il pubblico a cantare entusiasta “Non poto reposare amore 'e coro”. Applausi e richieste di bis con la compostezza di chi non cade nel facile folkorismo ma propone riflessioni con sonorità musicali chiaramente made in Sardinia, tra la cima dell'Ortobene, la valle dei Cedrino e le rocce sul mare di Cala Liberotto. Quest'aia grande “serrada a muru” si è così trasformata in teatro naturale con acustica perfetta. Quando il sole batteva ancora forte, introduzione di Paolo Fresu e un'ora con Gegè Munari, icona di questo mondo musicale, al secondo anno a Time in jazz (“capirete perché proponiamo il bis”, ha detto il musicista-mito di Berchidda). Un repertorio americano della Blue Note Sound degli anni '60: con Munari, Francesco Lento alla tromba, Marco Ferri al sax, Domenico Sanna al piano e Cenzino Florio al contrabbasso. Platea che più bucolica non si poteva: campo sterminato di fieno rasato a tosaerba, poltroncine bianche ma soprattutto tanti giovani sdraiati per terra, stuoini e plaid antimaestrale. Giovanni Pala – silenzioso regista di questo evento tra jazz e petroglifi - spiega il perché di queste iniziative («creare comunità, combattere lo spopolamento, mettere la cultura nella vita dei nostri villaggi»).

La sindaca Antonella Chessa esalta «il simposio musica-natura» al centro di un monumento descritto e valorizzato dall'archeologa Antonietta Boninu e spiegata ieri dalle guide del nuraghe di Santu Antine di Torralba. Centinaia di sardi, molti turisti. Carla e Andrea, triestini, vengono nel Meilogu da cinque anni consecutivi («Ricordiamo l'evento con Luigi Lai, ieri i Juntos hanno portato alle stelle l'indice di gradimento»). Confermano Estelle e Sébastien di Aix en Provence, Paolo e Chiara di Foligno («abbiamo registrato tutto e fatto una diretta facebook per gli amici»), Manuel e Kety di Liverpool a caccia di autografi da Pietro Paolo Piredda-launeddas, GianGiacomo Rosu percussionista, Patrizio Costantino Mura trunfa e voce e il figlio Angelo, fabbro cesellatore di scacciapensieri da bacheca. Sono passate le dieci e mezzo, la luna sempre più alta illumina il campanile di Giave, il maestrale ha smesso di infreddolire un pubblico che sì è riscaldato e incantato con note antiche come quelle delle fate e delle streghe-janas, dei
fauni e dei satiri, di Nereidi e Pleiadi nuragiche. Tanti applausi ritmati ai musicisti made in Orosei, un paese che - con sei gruppi a tenore, due cori femminili, tre maschili, una scuola di canto etnico diretta da Francesco Fronteddu - è diventato tra i leader della musica sarda doc.

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