«Contro il sovranismo uno spazio aperto di cultura e dialogo»

Intervista ai fratelli Angeli, curatori di “Isole che parlano” Dal 5 settembre un cartellone di musica e fotografia a Palau

Ventitré edizioni di un festival sono un percorso importante, che permette di riflettere sul passato e sullo stato delle cose. Palau e dintorni, dintorni che quest’anno si sono spinti sino a Orani e San Sperate, passando per Arzachena, si preparano a ospitare il variegato programma di “Isole che parlano”, festival internazionale di musica, arti visive, laboratori per l’infanzia e sapori. A Orani, in collaborazione con il Museo Nivola, si è tenuta il 19 agosto un’anteprima dedicata ai bambini. Oggi ad Arzachena, nella Chiesa di Santa Maria della Neve, a partire dalle 21 e 30 sarà di scena il trio francese L’étrangleuese, con Mélanie Virot all’arpa e alla voce, Maël Salètes, chitarra elettrica, jeli n’goni e voce, e Léo Dumont alla batteria. Il giorno successivo, 1° settembre, si replica a San Sperate, sempre alle 21 e 30 al Museo del Crudo. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’associazione No Arte-Paese Museo.

Da lunedì 2 settembre si torna al luogo dell’origine, a Palau, il paese dove Nanni e Paolo Angeli, direttori artistici del festival, sono cresciuti con la sorella Alessandra, coordinatrice e responsabile dei laboratori per l’infanzia.Con Nanni e Paolo Angeli abbiamo parlato del festival, di come è nato e perché.

«Isole che parlano è arrivato quasi per caso nel 1996 – racconta Nanni Angeli –. Nel 1993 e nel 1994 avevamo dato vita a una manifestazione, “Vita di Janna”, che conteneva, in embrione, le specificità che successivamente abbiamo sviluppato nel tempo. Dal Comune poi arrivò la proposta di organizzare un nuovo evento. Così è nato il festival».

Quali sono le linee guida? «Nella selezione delle proposte ci siamo sempre mossi su un doppio binario, tra tradizione e innovazione – prosegue Nanni Angeli –Un’idea e un ambito che continuano a essere un sottotitolo del festival e una prassi consolidata. Poi, a partire dalla seconda edizione, una caratteristica di Isole che Parlano è stata quella dell’internazionalità». «Un aspetto importante del festival è il suo carattere poliedrico – aggiunge Paolo Angeli – che incrocia generi e modalità diverse del fare arte. Gli elementi portanti oggi sono principalmente tre: la sezione dedicata ai laboratori artistici per bambini e giovanissimi, la componente musicale, il capitolo riservato alla fotografia. Nessuno tra questi aspetti è di corollario, sono tutti tasselli fondamentali della costruzione complessiva».

La programmazione musicale del festival sembra rispondere a traiettorie ben definite. «E’ così – spiega Paolo Angeli – Sin in dagli esordi privilegiamo l’approccio e l’incontro multiculturale. Lo scambio a nostro avviso da vita a un fermento rigenerante, in particolare quando la consapevolezza delle tradizioni e delle radici incontra la contemporaneità. Con il festival puntiamo a creare le condizioni ideali per far maturare incontri inediti, trattando in modo orizzontale stili che difficilmente entrano in relazione. Prendiamo la programmazione di quest’anno, che spazia tra l’art-pop, il minimalismo, la musica persiana e del kurdistan, il jazz baltico, l’elettronica, il canto a tenore. Non cerchiamo la fusione, ma alimentiamo la curiosità. L’intento è far conoscere mondi musicali solo apparentemente lontani. Questo ha anche una valenza sociale e politica. Il momento storico che stiamo attraversando è delicato. Le chiusure, i richiami al “sovranismo”, si possono anche esprimere attraverso steccati tra i diversi generi musicali. Noi scegliamo l’apertura».

Cosa è cambiato il festival negli anni? «Guardando indietro è importante tener conto dei normali errori di percorso, dovuti a fattori diversi, per primo l’iniziale mancanza di esperienza – risponde Nanni Angeli – ma non mi pento, penso di poter dire non ci pentiamo, anche delle eventuali pecche. Perché vedo comunque un filo rosso di coerenza che lega tutte le edizioni. Due ultime cose mi preme segnalare: una è il fatto di poter contare su forti radici nel territorio, grazie anche al coinvolgimento attivo dei volontari dell’Associazione Sarditudine. Senza di loro il festival non si potrebbe fare. Poi che quest’anno “Isole che parlano è interamente dedicato ad Antonio Are”, amico fraterno da trent’anni. Antonio, basso del Tenore di Bolothana, ha collaborato con la nostra associazione dalla sua costituzione. Curava la sezione "Di Granito" del festival, dedicata ai canti tradizionali. Ci ha lasciati troppo presto, il 20 luglio scorso. Il suo sorriso ci accompagnerà in ogni momento di questa edizione».

Giovedì 5 settembre comincia la programmazione musicale del festival, che quest’anno propone il duo indo-britannico dei Balladeste, l’avanguardia della tedesca Josin, l’oud dell’iraniana Yasamin Shah-Hosseini, l’incontro tra le melodie kurde, il jazz e le atmosfere scandinave del gruppo finno-kurdo Ma Rouf. E ancora il colloquio tra la tradizione del Tenore Murales di Orgosolo e la magia delle voci bulgare del Trio Evridika.

Sempre il 5 di

settembre verrà inaugurata la mostra fotografica “Sardegna e altri continenti (1967-1977)” di Fausto Giaccone. L’esposizione, allestita al Centro di documentazione del territorio di Palau, potrà essere visitata sino al 30 di settembre.

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