Il racconto di un genocidio in una croce di spighe

A Seneghe frammenti di storia negata con la scrittrice armena Antonia Arslan «Dopo il trattato di Losanna un silenzio che ha cancellato la nostra storia»

SENEGHE. Sotto il pergolato de Sa Prentza de Murone che ospita gli incontri mattutini del Capudanne di Seneghe Antonia Arslan legge i poeti armeni vittime del genocidio. L’autrice della Masseria delle allodole che i fratelli Taviani hanno trasformato in film, usa voce lieve e gentile per dire l’orrore che nella notte del 24 aprile 1914 a Costantinopoli ha spazzato via un’intera generazione di intellettuali, fautori della rinascita armena. Poeti, giornalisti, scrittori, medici, intellettuali avevano sognato la libertà per un popolo minoritario dell’Impero Ottomano: furono arrestati, deportati e uccisi in pochi mesi. L’intero popolo armeno, in due anni, viene costretto a lasciare tutto; durante l’esodo vengono uccise due milioni di persone. È il primo genocidio del Novecento, voluto dai turchi, complici le potenze europee e il tradimento della Germania. Ancora oggi quello sterminio è negato dalla Turchia. Antonia Arslan, figlia di medici illustri, ha insegnato all’Università di Padova Letteratura italiana e solo a un certo punto ha scelto di raccontare la storia della sua famiglia divisa tra Costantinopoli e Venezia, seguendo le rotte che collegano Oriente e Occidente. A Seneghe ha presentato l’antologia “Benedici questa croce di spighe…” che raccoglie tra gli altri i versi di Daniel Varujan, Siamantò, Sahaghian, falciati via a trent’anni dalla banalità del male che s’incarna nella Storia.

Nell’antologia si mettono insieme il genocidio armeno e la poesia come ricostruzione della memoria. Come si combinano questi elementi?

«Come morte e vita. L’Armenia è la prima nazione che si converte al cristianesimo nel 301 d.C. Come a quel tempo, si convertiva il re e tutto il suo popolo. Da allora il cristianesimo è sempre stato collegato con l’identità armena. C’è stata poi, nei secoli VI e VII, finché dura il Regno d’Armenia indipendente, nel XI secolo, una fioritura eccezionale di mistici, scrittori, storici. L’architettura con le sue chiese e i suoi monasteri influenzò quella medievale europea. Ma tutto quanto riguarda l’Armenia è tacitato dopo il genocidio: per cent’anni non se ne è più parlato. Ci sono in Italia dei monasteri armeni che dopo il 1916 sono stati classificati come bizantini. Perché dopo lo storico trattato di Losanna che ha cancello la parola armeno è seguito un silenzio che imponeva di seguire le logiche della nuova Turchia. Gli armeni avevano una scuola di miniature che è durata fino al Seicento. Molte di queste opere sono state distrutte ma ne sono rimaste circa trentamila: una collezione è a Gerusalemme, una a Venezia e l’altra nell’attuale Repubblica armena».

Nel quartiere armeno di Gerusalemme c'è una mappa del genocidio… Che cosa ha significato la ricerca dei documenti?

«Per fortuna non l’ho fatta io. I ricercatori che hanno raccolto i materiali, hanno messo su un team di traduttori, io sono intervenuta risistemando il linguaggio. Però so cosa vuol dire trovare queste voci sapendo che entro poco sarebbero tutte morte. Perché le voci dei poeti si rianimano nelle nostre orecchie. Quando ho scritto “La Masseria delle allodole”, al punto in cui lo zio muore, ho dovuto smettere perché il peso era troppo. Per questo la Masseria è in due parti: era come un flusso continuo di memoria. Ho ripreso a scrivere dopo che mi sono detta: “Chi credi di essere? hai cominciato… devi andare avanti”».

Se lei volesse tornare sui luoghi della Masseria delle allodole, dove nulla è rimasto, potrebbe farlo?

«Tecnicamente sì, ho il passaporto italiano ma non è conveniente. Sa, le pallottole scappano, a volte. E se parli di genocidio armeno ti arrestano».

Ci sono degli oggetti che gli armeni custodiscono per ricordare il proprio passato?

«I documenti quando li hanno. Io ho solo delle ciabattine di mio nonno, quelle con la punta in su, che tengo molto care. In generale conservano libri antichi, tanto a quelli che li hanno rapinati di tutto, i libri non interessavano. Purtroppo un armeno è esule per sempre: nel primo dopoguerra ci fu un tentativo di tornare ma non riuscì, come racconto nella “Strada di Smirne”».

Lei riconosce alla sua scrittura una qualità di genere. Questa consapevolezza è legata ai suoi studi sulle scrittrici italiane dell’Ottocento?

«Le ho definite “la galassia sommersa” e sostengo che bisogna far conoscere edinserire nel canone italiano dell’Ottocento le voci migliori. Romanzi come “Teresa” di Neera, “Un matrimonio in provincia” di Marchesa Colombi, “Maria Zef” di Paola Drigo, sono di grandissimo livello eppure ignorati. “Le donne muoiono” di Anna Banti, quattro novelle una più bella dell’altra; poi uno scrittore prende il tema di una di queste, scrive un romanzo, vince
il premio Strega e nessuno dice niente. La Banti è già dimenticata. All’estero le sorelle Brontë, Emily Dickinson, Jane Austen, Virginia Woolf, chi non le conosce? Qui al massimo ci si occupano della Storia della Morante mentre “Menzogna e sortilegio” è più bello, ma non si può dire».

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