Heysel, la gioia strozzata e il trofeo che nessuno può portare nel cuore

35 anni fa la finale che ha ucciso l’innocenza del pallone 

Ci sono gli occhi, gli occhi di Marco Tardelli. E sono occhi che parlano. Quando, 25 anni dopo, gli fanno rivedere le immagini del rigore inesistente concesso alla sua Juventus aggrotta le sopracciglia mentre Zibi Boniek, atterrato fuori area e rotolato dentro, alza le braccia al cielo. E lo sguardo si spegne quando arriva il momento in cui Michel Platini segna e poi esulta. Quello stesso sguardo poi si abbassa mentre dice solo due parole: «Chiedo scusa». Poi lo spiega meglio: «Allora, in campo, non sapevamo tutto, ci dissero di giocare perché “dovevamo”, alcuni di noi si erano già fatti la doccia. Allora ci sembrò normale andare sotto la curva, i tifosi ci chiamavano, l’Uefa ce lo chiese... Oggi no, oggi chiedo scusa».

Le immagini dello sguardo spento di Marco Tardelli sono del 2010. È di fronte a Giovanni Minoli che su Rai 2 in “La Storia siamo noi”, ricostruisce quel mercoledì maledetto del 29 maggio 1985 attraverso i volti, le storie, le parole di chi c’era ed è come se non fosse mai andato via dallo stadio Heysel di Bruxelles trasformato in un cimitero sotto la furia hooligans: 39 morti come in guerra in un giorno di festa.


LE BANDIERE SUI CADAVERI
È la finale di Coppa dei Campioni di 35 anni fa. Giocano Juventus e Liverpool. Davanti a quella curva, con i cadaveri sul selciato pietosamente coperti da bandiere bianconere, un’ora e mezzo dopo l’orario previsto viene comunque dato il calcio d’inizio della partita. La tv tedesca si rifiuta di trasmetterla, quella austriaca manda immagini mute con una sovrimpressione: «Quella che stiamo trasmettendo non è una manifestazione sportiva».

Vero, tremendamente vero, non è una partita, è un oltraggio all’umanità. È la finale insanguinata che uccide per sempre l’innocenza del pallone. Muoiono 39 persone, 32 italiani (tre sono tifosi dell’Inter, altri tempi), quattro belgi, due francesi e un irlandese. Oltre seicento i feriti. E vengono i brividi nel rivedere quelle immagini e pensare ai cretini di ogni età che oggi ancora espongono striscioni e fanno cori di scherno su quelle persone che volevano solo vedere una partita e non sono mai tornate a casa.

Ci sono colpe enormi fra quelli che scelgono uno stadio decrepito per una finale di Coppa Campioni. Fra quelli che organizzano il servizio d’ordine, fra quelli che mettono a contatto tifosi inglesi e italiani e che si affannano a respingere a manganellate quelli che cercano di trovare la salvezza entrando in campo per sfuggire allo schiacciamento provocato dall’assalto di animali con sembianze umane, stravolti dalla loro imbecillità e da un carico di alcol inimmaginabile. In campo gli agenti a cavallo sembrano usciti dal circo. Si fermano troppo tardi, sono impreparati e comunque pochi, diventano ancora meno quando 28 di loro vengono dirottati in centro a dare la caccia a un ladro di salsicce.

Un altro agente rimanda indietro il portiere del Liverpool, Bruce Grobbelaar, che si avvicina per dare una mano ai soccorritori. Lo spogliatoio degli inglesi è a due passi dal luogo dell’orrore, è impossibile non accorgersi della carneficina.

LA SCELTA DI GIOCARE
Quello dei bianconeri no, è lontano, al riparo dalla visione ma non dalle notizie, sia pur frammentarie e filtrate dal presidente Giampiero Boniperti. Informa l’allenatore Giovanni Trapattoni e gli intima di non dire niente. Ma poi arrivano alcuni tifosi terrorizzati, riescono a parlare con la squadra, raccontano di un massacro, non sanno neanche loro quanti morti ci siano. I giocatori, alla spicciolata vanno in campo con indosso le maglie della partita. Prima Antonio Cabrini, con Sergio Brio e Marco Tardelli, poi tutti gli altri: ascoltano racconti di assalti «ma anche richieste di autografi – dirà poi il direttore sportivo Francesco Morini – non era facile comprendere cosa fosse accaduto». La squadra poi giocherà, non sapendo tutto, comunque molto poco, quasi niente rispetto alla reale portata del dramma. Nello spogliatoio si presentano emissari Uefa: «La partita va giocata per evitare il peggio». E la stessa cosa alla fine: «Andate sotto la curva, altrimenti potrebbero capire la portata della tragedia».

Alcuni fra i bianconeri, di quella coppa non ne parleranno né quella sera né mai. E non se ne trova uno che la rivendichi. Tardelli lo dice chiaramente: «È una coppa inutile, nessuno l’ha vinta. Quello che è accaduto realmente io l’ho saputo il giorno dopo, in Messico, dove ero volato con la Nazionale. Quando la tv ha mostrato quei corpi mi sono sentito male: sembravano morti di guerra».

«Fu il presidente federale Federico Sordillo a spingerci a farlo per tenere calmi i nostri tifosi», è il racconto dell’ex attaccante bianconero Massimo Briaschi, reso cinque anni fa insieme con quello di Paolo Rossi: «Si era consumata un’atrocità senza eguali. Inutile la gara da noi disputata e del tutto fuori luogo il giro di campo e l’esultanza dei giocatori, me compreso, ancora inconsapevoli».

Il giorno dopo c’è anche una strana “cerimonia” a Torino, al rientro di metà squadra, l’altra metà è in viaggio per il Messico con la Nazionale. La coppa viene mostrata sulla scaletta dell’aereo. E qui lo sguardo spento di Sergio Brio dice più cose di mille parole. L’unico che sembra non aver ancora capito è Michel Platini, che sull’aereo si avvicina all’inviata di Repubblica, Licia Granello e le chiede: «Ma secondo te, era rigore o no?» ricevendo in risposta un bel «Michel, sai che c’è? Ma vaffan... Tu non ti rendi proprio conto di quello che è successo».

No, non se ne era proprio reso conto. Trent’anni dopo, da presidente Uefa, dirà che quella partita la sta ancora giocando. Gli altri lo fanno capire fin da subito, da sempre sono consapevoli, arrabbiati per un traguardo sportivo rovinato. Il presidente Boniperti tenta a lungo di difenderla quella coppa, da attacchi che arrivano da ogni parte. E dice fieramente no a chi chiede di restituirla: «Quel sangue è nostro, giusto tenerla questa coppa».

«RICORDO DOLOROSO»
Sono invece le parole di Antonio Cabrini, uguali a quelle di tanti compagni e che ben si sposano con il silenzio di altri, a dare il senso di un sentimento nobile: «Non abbiamo avuto subito le dimensioni di quella tragedia ma siamo stati vittime. Non abbiamo perso la vita, ma ci hanno rovinato un momento che poteva essere bello, il traguardo di una vita, e che invece è un ricordo doloroso, senza gioia».

Ognuno può farsi l’idea che vuole sui comportamenti di allora. Ma le parole del dopo, comunque la pensiate, nobilitano questi giocatori. Loro lo sanno che un trofeo può anche stare nell’albo d’oro ma che te ne fai se non puoi tenerlo nel cuore? In fondo, l’unica bacheca che conta. —

twitter: @s_tamburini

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

WsStaticBoxes WsStaticBoxes