La Nuova Sardegna

Italia in lutto

Addio a Giorgio Napolitano, camera ardente al Senato e martedì funerali di Stato

Addio a Giorgio Napolitano, camera ardente al Senato e martedì funerali di Stato

Bandiere a mezz’asta in tutta Italia e lutto nazionale. Condoglianze da tutto il mondo per la morte del presidente della Repubblica emerito

23 settembre 2023
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Roma La camera ardente per il presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano, scomparso ieri all’età di 98 anni, a quanto si apprende potrebbe tenersi al Senato già domenica. Martedì si terranno invece i funerali di Stato, che dovranno essere deliberati in una riunione del Consiglio dei ministri e che – secondo quanto si apprende – si svolgeranno in forma laica.
Le condoglianze da tutto il mondo Da Vladimir Putin a Steinmeier, dal Papa ai giornali di tutto il mondo: le condoglianze per la morte di Giorgio Napolitano sono arrivate da tutti. Cordoglio della politica, con il messaggio, stringato, di Giorgia Meloni e il ricordo di tanti politici di diversi schieramenti. Cordoglio sentito anche dagli esponenti delle istituzioni Ue.

Fratelli d’Italia rinvia le sue iniziative del weekend dopo la morte di Giorgio Napolitano. “In concomitanza con l’apertura della camera ardente di Giorgio Napolitano, al Senato della Repubblica, Fratelli d’Italia ha scelto domani di sospendere le iniziative politiche” legate all’evento dal titolo ‘L’Italia vincente, un anno di risultati’. Lo ha annunciato a Firenze Giovanni Donzelli, responsabile nazionale organizzazione Fratelli d’Italia.

Chi era Napolitano, le due esperienze al Colle Eletto quale undicesimo inquilino del Colle la prima volta il 10 maggio 2006 e la seconda volta il 20 aprile 2013: quasi nove anni trascorsi nelle stanze del fu Palazzo dei Papi e prima una vita passata in politica e per la politica, come deputato (viene eletto per la prima volta nel 1953 e ne ha fa parte – tranne che nella IV legislatura – fino al 1996), europarlamentare, ministro dell’Interno del Governo Prodi, dal maggio 1996 all’ottobre 1998.

La crisi del 2011 e Monti È proprio in seguito alle dimissioni di Prodi che Napolitano si trova a gestire le sue due prime crisi di Governo da presidente della Repubblica: nel 2007 e nel 2008, quando poi decide di sciogliere le Camere. Nel novembre 2011 è il quarto esecutivo guidato da Silvio Berlusconi a non avere più una maggioranza parlamentare alla Camera. L’Italia è sotto un forte attacco speculativo ai titoli di Stato e Napolitano si accorda con il Cavaliere per un suo passo indietro non appena concluso l’iter di approvazione delle leggi di bilancio. L’inquilino del Colle affida a Mario Monti, dopo averlo nominato senatore a vita, l’incarico per la formazione di un nuovo Governo.

Lo stallo del 2013 e il sì al secondo mandato Nel 2013, dopo le Politiche della ‘non vittoria’ del Pd l’allora inquilino del Colle affida a Pierluigi Bersani un mandato esplorativo per verificare se esiste una maggioranza in Parlamento. Beppe Grillo e compagni dicono no e ne segue uno stallo che coinvolge anche la scelta del suo successore. Dopo 5 votazioni andate a vuoto e il rischio di una paralisi istituzionale Napolitano dice sì al secondo mandato.

Le dimissioni Dopo aver prestato il secondo giuramento, Napolitano individua allora in Enrico Letta la figura per guidare un esecutivo di larghe intese, sostenuto anche da FI. Nel febbraio 2014 il vicesegretario Pd si dimette, di fatto sfiduciato da Matteo Renzi, e il presidente della Repubblica incarica il ‘rottamatore’ fiorentino di formare il Governo, non tralasciando di intervenire, anche in questo caso, sulla lista dei ministri. Tanti i ‘moniti’ ancora rivolti alla politica, fino all’ultimo discorso agli italiani. È il 31 dicembre del 2014 e Napolitano spiega la decisione di lasciare, di “rassegnare le dimissioni”, interrompendo dopo meno di due anni il suo secondo settennato: “Ho il dovere di non sottovalutare i segni dell’affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare”, dice chiaro. Il suo però non è un addio. La mancata attuazione delle riforme gli impone nuovi interventi, da senatore a vita e presidente emerito. Così accade con il disegno di legge Boschi contestato, che però “deve essere portato al suo compimento”. Fino alla battaglia referendaria quando richiamò alla pacificazione e al dialogo costruttivo ricordando “lo spirito che condusse una larghissima maggioranza ad approvare la Carta nell’Assemblea Costituente nonostante su punti non da poco molti avessero forti riserve”. Al telefono le ultime ‘consultazioni’ con il suo successore Sergio Mattarella per la formazione degli ultimi Governi della Repubblica. (LaPresse)

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