Scontro tra governo e Regioni sull’election day

I presidenti di Puglia, Campania, Veneto, Marche e Liguria contrari al voto il 20 settembre scrivono al Presidente della Repubblica. Oggi il decreto in aula, l’ultima parola a Conte.

Roma. A meno che la ministra Luciana Lamorgese non voglia fare il gioco di Matteo Salvini, che vede in Luca Zaia il suo unico rivale - e ciò avrebbe poco senso - i big del Pd non si spiegano perché tanta determinazione a voler far votare le regioni il 20 settembre e non prima come chiedono i governatori di Veneto, Campania, Liguria, Marche, Puglia: intenzionati a passare all’incasso elettorale dell’alto indice di popolarità faticosamente conquistato con il covid. Specie dopo un accordo faticosamente trovato in conferenza delle regioni con il ministro Boccia sulla data del 13 settembre, con ballottaggi entro ottobre, che aveva messo d’accordo tutti, perfino gli scienziati.

Ma alla luce di questo ultimo strappo,  i governatori, che sono comunque più propensi a votare a luglio, spingono perché il governo si rimangi il suo decreto sull’election day (il 20 settembre con ballottaggi il 4 ottobre) per regionali, comunali e referendum sul taglio dei parlamentari, votato in commissione alla Camera. Dalla parte opposta c’è il centrodestra che invece vorrebbe votare il 27 settembre, più in là ancora e quindi il governo cerca una mediazione. «Contro l’opinione del Comitato promotore del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, la maggioranza giallorossa ha votato in commissione un emendamento M5s che inserisce quel referendum nell’election day. Qualcuno lo definirebbe una `porcata´», attacca su Twitter Simone Baldelli di Forza Italia. Accendendo i riflettori su un ulteriore problema, l’accorpamento del voto con il referendum, caldeggiato dai grillini che sperano in un traino dei consensi a loro favore.

Oggi il decreto sull’election day arriverà in aula: e di fronte alle polemiche già in atto sulle riaperture tra regioni dopo il 3 giugno, non è intenzione del governo mettersi contro i governatori, già scesi sul piede di guerra. «Votare è un principio democratico, se non si cambia linea rompiamo con il governo su tutti i fronti», è stata la minaccia. Questa la replica della ministra: non viene leso alcun diritto decisionale e i presidenti delle Regioni potrebbero indire le elezioni già per il 6 settembre: secondo le norme, entro il 18 luglio è possibile presentare il provvedimento ed entro il 7-8 agosto le candidature, facendo partire la campagna elettorale dal 7 agosto.

L’epicentro di questo  terremoto si è avuto ieri in una videoconferenza molto animata sulla data dell’election day, presenti la ministra dell’Interno e i governatori e finita con una litigata molto accesa: protagonista  il governatore della Campania Vincenzo De Luca che, insieme ad altri, contestava alla titolare degli Interni perché non si potesse votare prima. In linea con diversi colleghi. Al punto che passate le 21 cinque di loro, De Luca, Emiliano, Zaia, Ceriscioli e Toti,  decidono di scrivere addirittura al capo dello Stato.

«La proroga della data delle elezioni regionali, che può essere giustificata solo da ragioni sanitarie ed emergenziali, sta assumendo i contorni di una decisione politica - scrivono i presidenti di regione - e, ci sia concesso, basata sulla convenienza di parte, che a nostro avviso non può giustificare la compressione dell’autonomia legislativa regionale e il diritto di voto degli elettori».  

Ed ecco per filo e per segno le ragioni della querelle. In cui i governatori tirano in ballo la riapertura delle scuole e la possibile seconda ondata del virus in autunno. Preoccupati dunque di trovarsi impossibilitati a convocare le urne.

«La durata certa degli organi legislativi - continua la lettera - è un principio fondamentale dello Stato democratico, tant’è che la Costituzione stessa prevede tempi certi per la ricostituzione delle Camere (art. 61) e il divieto di proroga delle stesse se non in caso di guerra (art. 60). In considerazione della peculiare situazione sanitaria in atto, il Governo ha ritenuto di disporre la proroga delle legislature regionali, per un periodo di tre mesi, ossia fino al 30 agosto 2020, disponendo però che, a differenza di quanto normalmente avviene, la data delle elezioni possa essere fissata soltanto nei 60 giorni successivi, ossia nei mesi di settembre e ottobre».

«Di questa decisione, assunta in difformità dal parere reso dalle Regioni - affermano i cinque governatori - non è mai stata resa pubblica la motivazione sanitaria, che giustificasse come dal punto di vista dell’epidemia di Covid-19 vi siano maggiori rischi nel mese di luglio piuttosto che nei mesi autunnali, quando fin dai primi di giugno sono permesse tutte le attività economiche, culturali e sociali e financo gli spostamenti tra regioni.

Al contrario, come anche si evince dal parere reso nei giorni scorsi dal Comitato Tecnico Scientifico, esigenze sanitarie sconsigliano fortemente di ritardare le elezioni verso i mesi autunnali, in quanto potrebbe aversi una recrudescenza del virus che porterebbe a dover rinviare la scadenza elettorale di ulteriori, troppi, mesi». Insomma, a Mattarella i governatori fanno presente ciò che in termini più coloriti ha detto De Luca a Lamorgese, spalleggiato da Emiliano, Toti e Zaia.

«Riteniamo, inoltre - proseguono i governatori - assolutamente inopportuna la fissazione di una data che pregiudichi la riapertura delle scuole, mettendo a rischio i ragazzi nel rientrare in edifici frequentati da milioni di elettori. Da ultimo constatiamo che una decisione che può essere giustificata soltanto da ragioni sanitarie e emergenziali sta assumendo i contorni di una decisione politica e, ci sia concesso, basata sulla convenienza di parte, che, a nostro avviso, non può giustificare la compressione dell’autonomia legislativa regionale e del diritto di voto degli elettori». 

Oggi potrebbe esserci una videoconferenza con il premier Conte per dirimere la questione proprio mentre la tensione sale in attesa dei dati epidemilogici che arriveranno stasera ai ministeri, in base ai quali si deciderà se aprire o meno Piemonte e Lombardia dopo il 3 giugno, con tutto quel che ne consegue. E nei Palazzi c’è chi insinua che il premier voglia spostare più in là possibile la data del voto per ritardare le inevitabili tensioni sul governo che ne seguiranno. Portandole più a ridosso possibile della sessione di bilancio che terrà bloccate le Camere fino a Capodanno…
 

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