La Nuova Sardegna

Nuoro

Dall’Ogliastra alla Silicon Valley

La storia di emigrazione di una famiglia di Perdasdefogu. Lunghi anni di fatica in California inseguendo un sogno. Lia Lai è riuscita a laurearsi e a indossare il camice bianco: adesso lavora in un ospedale

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È una storia di ordinaria emigrazione fra due Mondi, marito e moglie partiti trent’anni fa dall’Ogliastra e oggi coppia felice con due figlie, integrata nel cuore della Silicon Valley, a San Jose, nella Contea di Santa Clara, terza città californiana dopo Los Angeles e San Diego, settanta chilometri a sud di San Francisco. È anche una saga del saper fare sardo, scritta fra sacrifici, cultura del lavoro e competenze. Ma questa saga sbriciola letture nostalgiche, folcloristiche «perché il mondo di oggi è fatto di mescolanze di popoli e di etnìe e si va verso un’integrazione planetaria. Le radici sono radici, fondamentali, ma l’albero è fatto di rami che vanno verso il cielo. Bisogna tener conto di tutto, non solo delle radici».

 Lui è Stefano Cois di Seui, 54 anni, operaio edile nell’impresa del fratello Salvatore, specializzato in manutenzioni dopo aver lavorato in Canada, a Vancouver (nella British Columbia) con tante peregrinazioni fra cantieri di mattoni cartongesso e cemento. Lei, Lia Lai, di Perdasdefogu, cinquant’anni compiuti lo scorso 31 luglio, donna dalle cento risorse, una sardo-americana doc. Perché - lasciata la Sardegna - ha iniziato a far pulizie negli ospedali, è stata in officine meccaniche fra piastre e flange, cacciaviti e bulloni, poi baby sitter («mi portavano i bambini a casa, ne ho avuto contemporaneamente anche quattro»). Per otto mesi ha fatto la tornitrice: preparava componenti per esplosivi sui missili destinati alla Loocked (il colosso aeronautico protagonista negli anni ’80 di uno dei tanti scandali politici italiani). Ma la sua passione è sempre stata lo studio («volevo fare il medico»).

E, da moglie-mamma-studentessa-lavoratrice, corona il suo sogno e riesce a indossare il camice bianco con tanto di laurea - summa cum laude - in Scienze infermieristiche. Oggi lavora nel reparto maternità del Kaiser Foundation Hospital, 38 posti letto nell’assistenza pre e post partum, fa parte della California Association of Nurseries, potentissimo sindacato che tenta di cambiare il disastrato mondo della sanità.
 In ferie a Perdasdefogu, tra i lecci e gli olivi della casa del «recinto dei Mori» di papà Benito e mamma Cesira Demontis, parla di un sistema sociale - quello degli States - davvero «disumano» e non esita un istante a dar ragione, «parola per parola, fotogramma per fotogramma» a quel geniale regista che di nome fa Michael Moore, premio Oscar per Bowling a Columbine, Palma d’oro per Fahrenheit 9/11 e autore di Sicko film denuncia dell’inesistente welfare americano.

Lia fa i suoi raffronti e dice che «la sanità italiana è eccellente ed efficiente», concorda con l’Organizzazione mondiale che la colloca al secondo posto dopo la Francia, sa che «la malasanità esiste in Italia come in tutti i cinque Continenti, ma va combattuta ovunque con coraggio e decisione mettendo alla sbarra i veri colpevoli». Ma in California, così come negli altri Stati a stelle e strisce, «il diritto alla salute non è riconosciuto tale come in Italia: se non hai l’assicurazione privata gli ospedali ti rifiutano. Certo, puoi andare nell’ospedale della Contea, ma lì l’assistenza è un optional». E in sardo foghese commenta: «Po caridadi».
 Ideologia? No, realtà. «I miei fratelli sono operai e meccanici, uno di loro è disoccupato da alcuni mesi, non hanno l’assicurazione medica, non se la possono consentire perché dovrebbero mettere da parte ogni mese almeno 400 dollari e anche l’America vive tempi grami. Quando lavorano devono stare molto attenti a non subire infortuni e a non ammalarsi. Solo chi ha i soldi si può curare».

 E così riparla del grande regista dissacratore: «Moore ha fatto una denuncia sacrosanta, con la sua pellicola ha dimostrato che con la sanità non si possono fare i soldi se vuoi essere uno Stato solidale, uguale con tutti. Ma ancora le cose non cambiano, la classe media soffre moltissimo di questa condizione».
 E il sindacato? «È impegnato in una lotta durissima perché la concezione di fondo è quella della sanità-business. Più che pazienti esistono i clienti. E quelli che pagano sono riveriti, sono assistiti in tutti i sensi, hanno sempre ragione, anche quando strillano, quando sbraitano. L’ospedale dove io lavoro e dove mi trovo benissimo, con uno stipendio decoroso, è di una fondazione che è la titolare della stessa compagnia di assicurazione. Col mio lavoro copro quasi al cento per cento tutta la mia famiglia, cioè mio marito e le mie due figlie. Ma gli esclusi sono davvero tanti, per questo il motto del nostro sindacato è «Everybody in, Nobody out», cioè tutti inclusi, nessuno escluso. Ma sarà una lotta davvero dura, e ci sono poche differenze fra un’amministrazione repubblicana e una democratica, ripeto: non c’è il concetto sociale del diritto collettivo alla salute».

 Lia Lai è figlia d’arte. Anche il padre Benito (79 anni) aveva lasciato - come altri trecento fra uomini e donne - il paese di pietre di fuoco ed eccolo varcare Tirreno e Alpi. Anno di grande esodo, 1957, destinazione la Francia, Neully sur Seine, nei pressi di Parigi. Benito Lai lavora in edilizia e poi segue la sua passione per la sartoria da uomo. Ci resta per sette anni, in Francia, poi rientra in Sardegna nel 1964 e lavora con metro, gesso, ago e filo. Nascono nove figli, uno ogni anno, Lia a Perdasdefogu, Tino Isa Salvatore e Carla in Francia, Aldo, Ivetta e Alba ancora a Perdasdefogu. Lia parte da bambina, frequenta le elementari prima in Francia, a Parigi, terzo arrondissement, poi a Foghesu con maestra Giulia Lai Fazzini, le medie al suo paese («il mio insegnante preferito era quello di matematica e scienze, Mario Mura»), liceo scientifico a Seui, alunna di Paolo Pillonca («mi ha fatto amare la letteratura italiana, ci aveva fatto studiare benissimo Foscolo e Manzoni»).

Dice Lia: «Eravamo poveri, molto poveri e mio padre diceva: o studi molto oppure lavori. Preferivo stare china sui libri, andavo per le case del paese a trovare enciclopedie per potermi documentare su tutto. Mi diplomo, sono felice di non lavorare in campagna: mi pesava molto zappare nell’orto, era una sofferenza pulire la vigna. Alla zappa e alle cesoie preferivo la penna e i libri, e i miei genitori mi hanno lasciata libera di studiare, li ringrazio ancora».

 Si sposa nel 1977 con Stefano Cois che, con la fede al dito, vola per Vancouver dove lavorano anche i fratelli. Tino è tornitore a Campbell in un’azienda di oggetti sanitari, stesso mestiere per Salvatore, ma in Texas, un’ora da Dallas, Natale fa il meccanico a San Jose. Emigrano anche gli altri fratelli, ma restano in Italia, alto Lazio, a Viterbo, oppure a Fermo nelle Marche o a Torre San Lorenzo, alle porte di Roma. La busta paga arriva dall’edilizia, dalle imprese di pulizia, dal servizio nei ristoranti.
 Dice ancora Lia: «Nove fratelli, nove emigrati, viviamo di emigrazione, come tanti altri sardi, ma è una condizione che non ci pesa. Abbiamo capito tutti che non si può aspettare il lavoro a casa, occorre inseguirlo perché la crisi è generalizzata».

 Segue un confronto fra generazioni. «Siamo certamente più fortunati dei nostri genitori - contionua Lia -. Gli anni della prima emigrazione subito dopo il dopoguerra erano di vera, autentica fame. Ma soprattutto stiamo meglio di quanti arrivano oggi negli Stati Uniti dall’Africa, dai Balcani o dai Paesi asiatici. Noi emigrati italiani beneficiamo del lavoro indefesso e onesto dei nostri nonni, dei nostri padri. Papà Benito era molto più svantaggiato. Noi siamo ormai accettati e rispettati, facciamo parte della società-americana, siamo professionisti, medici, avvocati, amministratori in varie aziende, perfino sindaci. Non succede lo stesso per i nuovi emigrati: soprattutto verso gli africani e nei confronti di chi arriva dall’estremo oriente persistono forme manifeste di razzismo. Per loro l’integrazione è davvero difficile, le differenze di classe ci sono e ti pesano addosso come un macigno perché vedi sofferenze ed esclusioni».

 Tra qualche giorno Lia ripartirà per la California, dopo essere stata dai cognati a Isili, dalla compagna di liceo Guliana Chillotti di Ulassai, dai fratelli a Viterbo e Fermo, dalle amiche di Milano e Venezia. E il raffronto con l’Italia, con la Sardegna? «Sono innamorata pazza sia della mia Isola che di tutta l’Italia. La mia zona, quelli dei tacchi calcarei, è un incanto. Il mare è unico. Ma il clima è mite anche da noi, a San Jose. Qui mi pesa molto la non efficienza, la non prontezza dei servizi. Se in Italia vai alla posta, in banca o in un qualsiasi ufficio pubblico prima di aver le informazioni giuste impieghi un secolo, le devi strappare con le tenaglie, noti una lentezza esasperante nella pubblica amministrazione. Credo dipenda dalla mancanza di competenze, ciò che negli Stati Uniti invece è il primo dei requisiti richiesti. Se non sai fare il vigile urbano, se non sai fare l’infermiere o il medico, non ti fanno stare dietro uno sportello perché il cittadino è visto sempre come un cliente e va servito, assistito nel migliore dei modi».

 Un altro parallelo: vita di paese o quella di una città come San Jose, decima degli Stati Uniti avendo superato da poco Detroit: «A San Jose sei in mezzo a tutti e a nessuno, non parli neanche col vicino di casa. C’è la tua famiglia e i tuoi compagni di lavoro. Punto e basta. Rapporti sociali collettivi zero. Ma questo è il trend, occorre accettarlo, vivere tra famiglia e lavoro». Ma vivere in California è bello. Lia e figlie visitano spesso il Technology Museum of Innovation («cinque minuti da casa, qui capisci il futuro del computer»), il Children’s Discovery Museum («con i giochi interattivi per i bambini»), il San Jose Museum of Art Rosicrucian Egyptian Museum & Planetarium (“qui trovi - con mummie originali - la maggior collezione di manufatti egizi a ovest del Missisipi»). Lia ama ancora leggere soprattutto i temi della globalizzazione, preferisce Rifkin e Amarthya Sen, le piacciono Tarik Alì e Orhan Pamuk, Paulo Cohelo e Kuki Gallmann, Isabel Allende e Wilbur Smith. E degli scrittori sardi? «Rileggo spesso “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu, le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci. Dei contemporanei apprezzo Sergio Atzeni, moltissimo Salvatore Mannuzzu e Giulio Angioni. L’«Oro di Fraus» è un capolavoro».

Passione trasmessa alle figlie che parlano correttamente l’italiano «anche con un po’ di sardo foghese». La più grande è Viviana, 22 anni, fresca di brillante laurea (hight distinction) a Berkeley in Letteratura comparata tra italiano, spagnolo e inglese. Dopo un anno di stage all’università di Bologna - ha fatto una tesi su Pierpaolo Pasolini (“Petrolio”) e il colombiano Fernando Vallejo (“La virgen de los sicarios”). Studia anche Cristina, 20 anni, terzo anno di Ecologia e Scienze ambientali. Viviana sta cercando lavoro.
 Dice mamma Lia: «Non è facile ma prima o poi il lavoro arriva. Deve decidere se insegnare subito inglese agli immigrati o se prepararsi a frequentare un master o fare un dottorato. Ma è molto motivata e decisa». Cristina ama molto la natura: «Facciamo molte gite nel bosco di Big Basin, nello Yosemite Park e nel Sequoia National Park tra cervi, scoiattoli, procioni, opossum e l’orso grigio».

 Forse l’anno venturo tutta la famiglia Cois-Lai tornerà in Sardegna: «Cristina vuol conoscere i parchi sardi, visitare il Gennargentu e il Limbara e le zone del Parco geominerario. Viviana vuol conoscere meglio la storia sarda e la sua letteratura. Faremo di tutto per accontentarle. Tornare in Sardegna è anche vivere il mondo nuovo dell’integrazione e della globalizzazione. Come dicevo poco fa: tener conto delle radici, ma anche dei rami, quelli che svettano in cielo. Nel nostro cuore, nella nostra vita California e Sardegna stanno bene insieme».

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