Cellula Al Qaeda di Olbia, i giudici in camera di consiglio

La corte d’assise di Sassari ha raggiunto una destinazione segreta. La sentenza tra qualche giorno

SASSARI. Alle 13 la chiusura delle repliche dei difensori – che erano state precedute da quelle del pubblico ministero – e qualche minuto più tardi la corte d’assise di Sassari presieduta da Pietro Fanile (a latere Teresa Castagna) si è ritirata in camera di consiglio. La decisione da prendere richiede un confronto accurato, quindi la sentenza non verrà letta prima di qualche giorno. I due giudici togati e quelli popolari si sono allontanati con valigie al seguito dall’aula bunker del carcere di Bancali verso una destinazione segreta che lasceranno solo dopo aver raggiunto un verdetto unanime.

L'altra mattina a Sassari alcuni imputati hanno assistito all’ultima udienza di un lungo processo nato dall’inchiesta condotta dalla Digos di Sassari e coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Cagliari Danilo Tronci. Undici in tutto le persone accusate di far parte della presunta cellula olbiese di Al Qaeda: Sultan Wali Khan, commerciante di origini pakistane residente a Olbia, è considerato dalla Procura il leader di un’organizzazione terroristica. Il pm ha chiesto per lui la condanna all’ergastolo. Stessa pena per i connazionali Imitias Khan, Siyar Khan, Yahya Ridi Khan. Diciotto anni, invece, per Hafiz Muhammad Zulkifal, 12 anni per Ghani Sher, 14 per Muhammad Siddique e Alì Zubair, sei per Shah Zubair e undici per Ul Haq Zaher. Chiesta l’assoluzione, invece, per Niaz Mir.


Ieri il sostituto procuratore della Dda ha depositato una lunga memoria incentrata in particolare sulla strage del mercato cittadino Meena Bazar in Peshawar che il 28 ottobre del 2009 provocò la morte di oltre 100 persone. Attentato «organizzato a Olbia – sostiene il pm – da Sultan, Yayha, Siyar e Imitias (...) che hanno potuto contare sulla complicità di sodali che operavano in patria, con i quali hanno interagito per il reperimento dell’esplosivo e il suo collocamento all’interno del mercato». Memoria alla quale sono state allegate alcune intercettazioni (gli imputati sono stati ascoltati per 4 anni e mezzo) che secondo l’accusa rappresenterebbero importanti elementi probatori. «Illazioni, non deduzioni – la replica dei difensori – che hanno valore giuridico pari a zero».
 

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