Si vota a Porto Cervo e tra i consorziati ora c’è aria di rivolta

Guida la protesta Beatrice Luzzi: «Vogliamo contare di più» Possibile riconferma di Renzo Persico, presidente da 16 anni

PORTO CERVO. Cova la rivolta sotto la cenere del paradiso del turismo di lusso. Mercoledì a Porto Cervo si vota per il rinnovo del consiglio d’amministrazione del Consorzio Costa Smeralda e dall’eterna lotta tra continuità e rinnovamento si parla di riconferma per l’avvocato Renzo Persico, da 16 anni seduto sulla sedia che conta, quella del presidente. Il malessere tra i consorziati però è evidente e in piazzetta, in spiaggia o sugli yacht non si parla d’altro. Troppo salate le quote da pagare per servizi che non esistono più. Troppo svalutate le proprietà immobiliari dei residenti. Il Consorzio, così come è oggi, non piace più. Meglio scioglierlo come il ghiaccio nel Martini.

È dell’attrice Beatrice Luzzi la voce di tanto malessere. La sua famiglia ha messo su casa a Porto Cervo nel 1971, tessera numero 633, e ha conosciuto l’età d’oro della Costa Smeralda. «Il Consorzio così come era nato oggi non ha più senso e dovrebbe smettere di esistere – dice senza mezzi termini – in subordine, nella composizione del cda, cioè dell’organismo che sceglie e decide, dovrebbero essere rappresentati anche i proprietari delle case, cioè quelle persone che vivono in Costa Smeralda, pagano le quote del Consorzio, ma non decidono mai nulla. O peggio, subiscono decisioni assunte nell’interesse di altri soggetti, i grandi alberghi soprattutto».

Per comprendere tanto malessere, occorre fare un passo indietro nel tempo. Il Consorzio era nato nel 1962 per garantire la tutela del paesaggio in mancanza di una legislazione adeguata. Il problema è però che il territorio ricompreso nel Consorzio Costa Smeralda non è continuo e compatto, piuttosto è disegnato a macchia di leopardo, a seconda dei terreni acquistati o no a suo tempo dal principe Aga Khan. Così può succedere che una villa rientra nel perimetro del Consorzio ma quella vicina no. Non paga oneri e quote salate di adesione, ma inevitabilmente beneficia di tutti o quasi i servizi. Insomma, è tutta Costa Smeralda ma non tutti pagano le quote e i consorziati proprietari di case di anno in anno vedono deprezzare il valore dei loro immobili rispetto alle ville vicine che non versano le quote al Consorzio

«Sciogliamolo – dice ancora Beatrice Luzzi – annulliamo questa ingiustizia della quota consortile che non garantisce alcun servizio esclusivo rispetto a chi non la paga. E lasciamo che Smeralda Holding, già molto attiva con encomiabili programmi di valorizzazione del territorio e formazione delle risorse umane, svolga il suo ruolo fino in fondo magari assumendo lo staff del consorzio dove lavorano tante brave persone, senza utilizzare il Consorzio come strumento di scambio a senso unico e i consorziati come silente bancomat». «Non abbiamo mai avuto una concessione balneare né un posto in spiaggia e né parcheggi riservativi – aggiunge l’attrice –. Tanto meno uno sconto sui traghetti. Eppure queste cose erano state promesse. Invece nulla di nulla. Mi chiedo allora perché il Consorzio deve continuare a esistere, quando potrebbe essere assorbito benissimo dalla Smeralda Holding».

Quando Beatrice Luzzi parla e lamenta delle quote onerose la cifra di riferimento è 7 milioni di euro. Tanto incassa il Consorzio dai consorziati. Di questi 7 milioni 5 sono destinati al costo del personale (non c’è neanche un consorziato). «Restano gli altri due milioni da spendere – dice ancora la Luzzi – ma come e dove non lo decidono i consorziati. Nel cda ci sono il presidente, la Smeralda Holding e i grandi hotel. Persico, Ferraro, Cerea, Mulas e Marcialis sono tutti manager e nessuno paga quote di tasca sua, Nessuno neppure ha la casa in Costa Smeralda. Non garantiscono certo gli interessi dei proprietari delle case, piuttosto quelli dei turisti nei grandi alberghi». «Noi invece – continua Beatrice Luzzi – chiediamo garanzie e rappresentatività anche per gli interessi di chi vive a Porto Cervo. Per questo dico che il Consorzio così com’è non ha ragione di esistere, a meno che non diventi portavoce di interessi etici, valori culturali e ambientali. Se proprio lo si vuole mantenere in vita allora è giusto che anche i proprietari abbiano voce in capitolo quando si decide se e come realizzare un marciapiede o un bus navetta. Il cda può avere da tre a dieci membri, invece oggi ne conta solo 5. Allora i consorziati partecipino all'assemblea del 31 luglio e pretendano che i primi due o tre più votati fra loro facciano parte del cda».



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