Olbia, rapinata al Lido del Sole: «Mi hanno legata e imbavagliata»

I carabinieri all'uscita della villa di Antonia Pischedda

Il racconto in tribunale della donna sull'episodio avvenuto nel 2015. Il bottino: 20 quadri di valore

OLBIA. «Erano in due, erano alti, uno molto alto, sarà stato due metri, erano incappucciati, tutti vestiti di nero, parlavano in italiano. Mi hanno tappato la bocca con del nastro adesivo e legato i polsi e le braccia a una sedia con fascette in plastica da elettricista. Mi hanno detto “stia tranquilla, siamo dei professionisti, se non reagisce non le faremo del male”...». Antonia Pischedda, che all’epoca aveva 74 anni, ha ricostruito ieri in aula, davanti al collegio presieduto dal giudice Caterina Interlandi, la mattinata di terrore vissuta il 19 agosto 2015 quando due persone col volto coperto entrarono nella sua villa, al Lido del sole, e dopo averla legata e imbavagliata tirarono giù dalle pareti venti dipinti di artisti famosi – dei quali il pm Ilaria Corbelli ha prodotto le certificazioni di autenticità –. Dipinti ereditati dal marito che li aveva, a sua volta, ereditati dal padre, un conte che aveva un castello tra la Liguria e il Piemonte, come lei stessa ha spiegato. Ricostruendo quella mattinata, la gallerista ha rievocato tutti momenti della rapina, avvenuta intorno alle 9.30 del mattino. Lei dormiva, aveva sentito dei rumori e si era alzata. Aveva aperto il portone di casa e si era ritrovata davanti i due uomini vestiti di nero, «irriconoscibili».

Ha spiegato che era stata spinta dentro l’abitazione e dopo averla legata alla sedia, nel soggiorno, i due avevano cominciato a tirare giù i quadri. «Poi, hanno ricevuto una telefonata e hanno interrotto quello che stavano facendo nel soggiorno, spostandosi nell’altra stanza dove c’erano i dipinti di valore rientrati da poco da un’esposizione in Val d’Aosta. Ho sentito una macchina arrivare. Sono andati via con venti quadri». Rispondendo alle domande del suo avvocato, Giommaria Uggias, la gallerista ha spiegato che aveva dato mandato a suo nipote Gianpaolo Muggittu, di Mamoiada, di vendere quei quadri, mandato che aveva revocato dopo aver saputo che lui avrebbe preso il 50 % del valore dei 3 milioni e mezzo di euro che aveva concordato con un antiquario, col quale aveva stipulato una comunicazione di acquisto.

Secondo la tesi della parte civile e le accuse della Procura, Muggittu – a processo per rapina in concorso con altre tre persone non identificate – sarebbe stato il tramite dei rapinatori. Muggittu è difeso dall’avvocato Gian Franco Mureddu.Imputate ma con accuse diverse, anche altre tre persone.

Si prosegue il 28 settembre.

WsStaticBoxes WsStaticBoxes