Siamo in sofferenza, la meta è il vaccino: violare le regole ci mette a rischio

In Sardegna dopo tre settimane di vincoli meno rigidi c’è stata un’impennata di nuovi casi. Si sta raggiungendo il limite di sopportazione Necessario accelerare sull’immunizzazione - L'INTERVENTO

Migliaia di persone si sono ritrovate nel parco Yoyogi, uno dei luoghi più popolari di Tokyo, per vedere i “sakura”, gli alberi di ciliegio in fiore. A Barcellona in 5mila (testati e mascherati, ovviamente) hanno assistito al primo concerto dal vivo dell’era pandemica. Nel Regno Unito, dopo Pasqua, riapriranno i pub, in Israele nelle partite di calcio ritorna il pubblico sugli spalti.

Il turismo, in alcune nazioni, riaccende i motori. È il mondo che fa ripartire i vecchi meccanismi, sotto la spinta dei vaccini e delle nuove regole di controllo e di protezione. Le persone si riappropriano di spazi e stili di vita, sottoponendosi a almeno due condizioni: immunizzazione e test, perchè per il ritorno alla normalità mascherine, gel alcolici e distanziamento non bastano: ad ogni allentamento delle misure restrittive sembra seguire una ripresa della forza del virus. In Sardegna la prima prova generale di ritorno alla normalita, con l’introduzione per tre settimane della cosiddetta “zona bianca”, non ha avuto un esito felicissimo. Quei 20 giorni di semi-libertà, accompagnati dagli autoelogi su quanto fossimo stati bravi sino a quel momento a rispettare le regole, hanno sì costituito una provvidenziale trasfusione per molte attività commerciali, ma li stiamo pagando con una risalita dei contagi, con reparti ospedalieri che riprendono - lentamente - ad affollarsi, con l’elenco dei morti che non si arresta, con piccoli paesi che sono obbligati a blindarsi dentro una zona rossa. Gli inviti alla responsabilità non sono più sufficienti a frenare la voglia di vita normale che scalpita in ciascuno di noi. «L’anno scorso eravamo più scioccati, quest’anno siamo più provati», ha detto il Papa all’Angelus della Domenica delle palme. Siamo provati e irrequieti. Siamo provati e insofferenti verso zone gialle, rosse o arancioni che però, in attesa della soluzione salvifica della scienza, sono l’unico baluardo contro il virus. Depressi da limiti e divieti, impoveriti da attività ferme, ormai odiamo il messaggio #iorestoacasa che tanto ci rincuorò un anno fa. Quando torneremo in zona bianca, rischieremo di ricascare nell’emergenza. Così qui il discorso cade sui vaccini, sulla velocità con cui le dosi arrivano a chi le deve somministrare. Ci sono scelte, decisioni e strategie che vanno al di là e al di sopra delle singole nazioni e su queste, a livello locale, poco si può fare per incidere. Dove invece si può lavorare è sull’essere pronti e rapidi quando la disponibilità dei vaccini sarà ampia e diffusa. La Sardegna, come altre zone d’Italia e del mondo, anche con fama di efficienza, nella prima fase ha arrancato. Ora sembra viaggiare meglio, con migliaia di dosi somministrate ogni giorno, con hub che funzionano, con un sistema di prenotazione finalmente efficiente. Bisogna resistere e accelerare: perché chi aspetta il vaccino conta i minuti, non i giorni. Con la paura di fare la fine del soldato colpito da una pallottola vagante quando la guerra era già finita.

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