Lavori incompleti a Capu d’Aspu, il pm chiede il rinvio a giudizio

Bosa, rimangono otto gli indagati per l’opera pubblica mai terminata alla foce del Temo Coinvolti l’ex sindaco, funzionari comunale, gli esecutori dell’appalto e la commissione di collaudo

BOSA. La strada dell’inchiesta per i lavori di Capu d’Aspu imbocca quella direzione che appariva scontata. Sembrava impensabile che la procura tornasse sui propri passi dopo aver chiesto e ottenuto il sequestro dell’area e di beni e conti correnti degli indagati. Il pubblico ministero Armando Mammone ha infatti sollecitato il rinvio a giudizio per gli otto indagati. Non ci sono quindi richieste di archiviazione e il quadro delle posizioni processuali rimane identico a quello che era stato dipinto al termine delle indagini.

Alla richiesta del pubblico ministero, arrivata dopo che erano scaduti i termini di legge che consentono agli indagati di presentare argomentazioni e indagini autonome a propria difesa, seguirà ora la fissazione dell’udienza preliminare. Il caso quindi arriverà nel giro di qualche settimana al tribunale di Oristano, dove per ora c’erano state solamente schermaglie legate alle richieste di revoca del sequestro per equivalente dei beni e dei conti correnti di sei degli otto indagati.

Il nome che a Bosa ha fatto più clamore è quello dell’ex sindaco Piero Casula, al quale assieme alla dipendente comunale Rita Motzo viene contestato esclusivamente il reato di aver pagato delle ferie non godute da un’altra delle persone coinvolte. Se il ruolo dell’ex primo cittadino e della funzionaria, in fin dei conti, appaiono sin qui marginali, ben più pesanti contestazioni vengono mosse agli altri indagati. Partendo dal geometra Luciano Baldino, ex dipendente comunale responsabile dell’appalto, proseguendo con il responsabile dell’impresa che svolse i lavori, e il direttore degli stessi, Salvatore Bisanti, 66 anni di Napoli, e Paolo Gaviano, 62 anni di Cagliari, per finire con i tecnici della commissione di collaudo dell’opera, gli ingegneri Antonio Manca, 61 anni di Sedilo, e i suoi colleghi oristanesi Antonello Garau e Piero Dau.

I reati a loro contestati rimangono quelli indicati nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, che all’atto del sequestro dei beni aveva indicato le imputazioni di truffa e di falso, perché attraverso certificazioni non veritiere si sarebbe dato per concluso un lavoro pubblico che invece andava ancora terminato. Questo avrebbe consentito un risparmio notevole sul costo dell’appalto per la ditta esecutrice e, secondo la procura, anche vantaggi per i componenti della commissione.

Su questi aspetti c’è stata da subito molta perplessità da parte del nutrito collegio difensivo composto dagli avvocati Gianfranco Siuni, Franco Luigi Satta, Roberto Dau, Guido Manca Bitti, Speranza Benenati, Walter Pani e Franco Pani che, per ora, hanno battagliato solamente sulla questione del sequestro dei beni e dei soldi, ottenendo qualche concessione.

La vera battaglia legale inizia ora. L’udienza preliminare sarà il primo terreno su cui si confronteranno tesi opposte.

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