La storia dimenticata del partigiano Antonio Feurra

SENEGHE. In questi tempi, frettolosi, poco propensi a soffermarsi sul passato, gli eroi del passato vengono dimenticati. Il loro ricordo imporrebbe rispetto e attenzione, se non altro perché è grazie...

SENEGHE. In questi tempi, frettolosi, poco propensi a soffermarsi sul passato, gli eroi del passato vengono dimenticati. Il loro ricordo imporrebbe rispetto e attenzione, se non altro perché è grazie al loro sacrificio che oggi, forse senza saperlo apprezzare abbastanza, le nuove generazioni godono del valore della libertà.

Tra i tanti sardi che hanno dato la vita per liberare l’Italia dalla morsa nazifascista, anche un seneghese. Si tratta di Antonio Feurra, che a Roma durante l’occupazione gestiva un banchetto di frutta e verdura nel mercato di Monte Sacro. Un lavoro perfetto in quei tempi di magra. Se non fosse che quell’impiego gli consentiva di coprire le azioni di sabotaggio contro i tedeschi e contro i fascisti.

Feurra infatti era un partigiano della prima ora, e divenne una delle prime vittime sarde della resistenza. Sapeva di rischiare la vita con la sua opposizione alla violenza tedesca e fascista, ma questo non gli impediva di caricare le armi sotto la frutta e la verdura e di trasportarle, con il suo carretto, dove i partigiani avrebbero poi messo a segno i colpi che col tempo fiaccarono il morale delle truppe di occupazione. La vera attività di Feurra infatti era quella di essere un comandante di un Gruppo d’Azione Patriottica (Gap), squadre armate nate su iniziativa del Partito Comunista Italiano e questo gli costò la vita. Quando venne arrestato, nella sua casa nel quartiere di Monte Sacro, davanti alla moglie e ai figli, era il 21 dicembre del 1943, aveva 50 anni. Feurra era un seneghese, consigliato, forse anche dai suoi familiari, a lasciare il suo paese a causa del credo socialista professato.

Nel suo paese, qualcuno, per averne sentito parlare dai più vecchi, lo descrive come un uomo dagli ideali incorruttibili, perennemente schierato contro le ingiustizie perpetrate dai padroni a danno dei più deboli.

A metà degli anni venti del secolo scorso, essere comunisti era più che pericoloso, significava rischiare la vita o il confino. E lui, per non tradire gli ideali in cui credeva, spesso veniva arrestato dai carabinieri e condotto, in manette, in caserma, attraversando a piedi tutto il paese. Per evitare di esporre i suoi familiari a quella gogna fatta di maldicenze, si trasferì a Roma, dove fu tra i primi ad organizzare il Partito Comunista clandestino. Dopo l’arresto venne portato nella famigerata prigione di via Tasso. Dove, per fargli rivelare i nomi dei suoi compagni partigiani, fu sottoposto a torture e sevizie di ogni genere. Poi, stando alle cronache del tempo, il 30 dicembre del 1943, venne fucilato dai tedeschi a Forte Bravetta, insieme all’anarchico Riziero Fantini e a Italo Grimaldi.

Lo scorso 25 aprile è stata celebrata la festa della liberazione nazifascista dal territorio italiano, ma il sacrificio di Antonio Feurra non è stato ricordato neppure nel suo paese natale. Eppure il suo nome figura tra quelli degli eroi della resistenza scritti in una lapide posta nel museo di via Tasso, ma, a Seneghe, finora, nessuno ha pensato di intitolargli una via o una piazza. La memoria, come il ricordo, vanno coltivate, altrimenti appassiscono. E così anche la storia eroica di uno dei settemila sardi che hanno partecipato alla Resistenza, rischia di finire nel dimenticatoio.

Pi. Mar.

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