Droga, armi e ritorsioni: patteggiamento per due

Davanti al giudice due degli imputati dell’inchiesta nata dall’operazione Grighine Quattro anni e dieci mesi per un ex carabiniere coinvolto assieme ad altri quindici

VILLAURBANA. Droga, armi e metodi da boss. Se li sono portati appresso nel capo d’imputazione che descrive i comportamenti di due degli indagati dell’inchiesta Grighine con cui la Compagnia dei carabinieri di Oristano smantellò una banda capace di monopolizzare il mercato degli stupefacenti e di incutere timore anche in ambienti criminali già collaudati come quello cagliaritano. Per due dei numerosi indagati, ieri è stato giorno di udienza. Rapida, velocissima perché il 37enne di Villaurbana Andrea Cuscusa e l’ex carabiniere di Siamanna, il 38enne Marco Saba sospeso dall’Arma immediatamente dopo l’arresto avvenuto a maggio del 2019, hanno scelto di patteggiare – erano difesi dagli avvocati Anna Maria Uras e Roberto Zanda –.

Contro di loro c’erano diverse accuse e, seppure con la riduzione del rito, la pena è pesante. Per Andrea Cuscusa che gli inquirenti ritennero il vero punto di riferimento di tutto il gruppo ci sono davanti cinque anni di reclusione e 8mila euro di multa, mentre per Marco Saba si scende di poco: quattro anni, dieci mesi e 5mila euro di multa. Vari sono i capi d’imputazione che riguardano lo spaccio di droga ed è da lì che poi si dipana l’intricata matassa degli altri reati contestati e smascherati da intercettazioni, appostamenti e testimonianze raccolte dai carabinieri a cavallo tra il 2018 e lo scorso anno.

Al centro di tutto però c’è lo spaccio, tanto che in un’intercettazione Andrea Cuscusa si lasciava andare a un commento soddisfatto: «Soldi come quest’anno non ne ho mai visto». Si riferiva proprio alla vendita di quintali di marijuana, le cui piante nelle colline del Grighine avevano trovato il giusto habitat per crescere rigogliose. Accanto a lui Marco Saba avrebbe fatto da fedele braccio destro nonostante vestisse i panni del servitore dello Stato. I due, secondo le accuse mosse dal pubblico ministero Silvia Mascia, non si facevano scrupoli – appresso avevano anche armi, tanto che il possesso è finito poi nel capo d’imputazione – nel ricattare i piccoli spacciatori ai quali si affidavano per allargare il mercato dei compratori, fatto per lo più di giovanissimi.

Proprio uno di loro finì travolto dalle ritorsioni che gli vennero rivolte contro perché era stato arrestato quando con sé aveva una grossa partita di marijuana. Era destinata agli studenti delle superiori, ma non venne mai smerciata. Questo generò il debito per cui iniziarono nei suoi confronti le minacce non solo verbali. Al ragazzo non restò che sparire dalla circolazione, ma probabilmente le sue parole divennero decisive per strappare il velo sul traffico di droga e i metodi degli “amici” che lo gestivano e rivelare ai militari che già indagavano, quanto in là si fosse spinta l’organizzazione.

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