Scioperano i rider di Deliveroo

È la prima volta in Sardegna che incrociano le braccia: stanotte niente consegne di cibo a domicilio

ORISTANO. Sono una trentina e ormai, nel panorama cittadino, non sono più una novità. I rider oristanesi raramente sfrecciano in bici, non ce n’è bisogno in una città dove il traffico è un fastidio che ti può portar via al massimo qualche minuto. Si muovono quasi tutti in macchina e, certe notti, se ne possono trovare anche venti davanti a una delle catene di fast food più famose del mondo, ad aspettare che la app di Deliveroo assegni loro un ordine.

Oggi, dopo un anno di presenza in città, sciopereranno per la prima volta e la protesta dei rider oristanesi, evento a cadenza quasi mensile nelle grandi città della penisola, sarà la prima mai messa in atto in tutta la Sardegna. Scioperare, per un rider, significa stare off-line ovvero non connettersi all’applicazione che attribuisce gli ordini. «Dalle 18 sino a mezzanotte, nelle ore più calde per le consegne, ci disconnetteremo – racconta Alessandro, uno degli organizzatori dello sciopero – e poco prima invieremo all’azienda una mail con le nostre rivendicazioni».

Saranno comunque lì, fuori dal tanto frequentato fast food, con i loro zaini catarifrangenti in bella mostra e le braccia incrociate: «Magari non servirà, magari le nostre condizioni di lavoro non cambieranno – prosegue Alessandro –, ma è un inizio». Inutile cercare connessioni con il movimento italiano dei rider, che da anni si conquista prime pagine e attenzioni mediatiche con le sue lotte: la protesta è nata tutta all'interno delle chat e nelle lunghe chiacchierate fuori dai ristoranti in attesa degli ordini, magari, questo sì, ispirata dalle immagini che arrivavano da Bologna, Milano o Torino.

Poca politica e nessun sindacato alle spalle, insomma, ma la richiesta di maggiori tutele e di uno stop alle assunzioni, giudicate eccessive per una torta che non si può dividere in troppe fette, in una piccola realtà come quella di Oristano. «Ogni giorno ci rendiamo disponibili per effettuare le consegne dalle 11 del mattino sino a mezzanotte, stando fermi in auto e in bici e aspettando inutilmente di ricevere ordini». Ordini che, secondo gli scioperanti, non arrivano e la responsabilità sarebbe da attribuire a un algoritmo poco trasparente, che attribuisce le consegne in base a criteri difficili da capire.

All’inizio, quando la multinazionale della consegna a domicilio del cibo era appena sbarcata in città, i rider avevano diritto all’incentivo. In sostanza, se durante un’ora di servizio non arrivavano ordini, l’azienda accreditava comunque 7 euro e 50 per premiare la disponibilità dei lavoratori. «Poi la misura è sparita – raccontano –, eppure in altre città della Sardegna è ancora presente». Il problema, è che durante quell’ora, comunque, loro stanno fuori dai locali ad aspettare e quel tempo non viene retribuito. Molti dei rider oristanesi, fra loro ci sono anche padri di famiglia, lavorano anche più di trenta ore alla settimana, ma stando a quel che affermano, solo pochi fortunati alla fine del mese riescono a portarsi a casa tra i 500 e i 700 euro, «anche dopo aver percorso in quei trenta giorni 2.600 chilometri», come racconta uno di loro.

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