Ucciso a bastonate in casa, il processo in Cassazione

Paulilatino, Gavino Madau fa ricorso quattro anni dopo la sentenza d’appello Era stato condannato a trent’anni per l’omicidio di Giovanni Casula

PAULILATINO. Sette anni dopo il delitto, cinque dopo la sentenza di primo grado e quattro dopo quella di appello il caso non è ancora chiuso. Il calendario scandisce le tappe giudiziarie del processo per l’omicidio di Giovanni Casula, l’allevatore di 69 anni ucciso a bastonate nella sua casa di via IV Novembre la notte tra il 30 e il 31 ottobre 2014. Le indagini e i primi due gradi giudizio hanno detto che il responsabile è il compaesano Gavino Madau, allevatore di 53 anni, ma la sua condanna a trent’anni non è ancora definitiva. A un passo dalla scadenza dei termini è arrivato infatti il ricorso alla Corte di Cassazione.

L’avvocato Gennaro Di Michele, subentrato in quest’ultima fase ai precedenti difensori Gian Luigi Mastio e Marcello Sequi, ha esposto i motivi su cui si fonda il ricorso che chiede una rivoluzione rispetto a quanto sinora deciso. Secondo la difesa, si è andati incontro a un clamoroso errore giudiziario e a testimoniarlo sono vari aspetti che vengono elencati partendo intanto dalla liceità o meno di utilizzare, quale fonte di prova, il sistema di rilevazione satellitare che collocava l’auto dell’imputato a poche decine di metri dalla casa della vittima attorno all’ora del delitto. Il dilemma era stato affrontato già nei precedenti gradi di giudizio, quando la difesa aveva ripetutamente chiesto senza successo che quella prova non venisse ammessa al dibattimento: il rilevatore infatti era stato collocato nella macchina di Gavino Madau quasi tre anni prima dell’omicidio Casula, quando i carabinieri indagavano su un altro omicidio avvenuto a Paulilatino, quello di Serafino Angelo Vidili.

Questo è un aspetto procedurale, tutt’altro che secondario perché pone anche un dilemma etico e cioè quello del confine tra le necessità della giustizia e la libertà personale: quanto a lungo è lecito intercettare una persona ed è lecito farlo anche in un ambito diverso dal procedimento per il quale si indaga? Queste eccezioni non aveva trovato accoglimento e ora vengono riproposte. Ci sono però anche aspetti che riguardano più strettamente il delitto tra quelli indicati dal ricorso. Alcune prove non sarebbero state valutate in maniera corretta. Su tutte quella dell’orario: il rilevatore indica che l’auto dell’imputato è a 26 metri dalla casa della vittima alle 23.35, ma un vicino di casa ha sempre sostenuto di aver sentito un rumore metallico alle 23. C’è oltre mezz’ora di differenza e non è un particolare di poco conto, perché alle 23 Gavino Madau era ancora al bar e quindi non potrebbe essere l’autore dell’omicidio.

A proposito di tempi, il medico legale aveva stabilito che l’aggressione era avvenuta con una serie di bastonate che avevano lasciato esangue Giovanni Casula. La difesa si chiede se però tutto ciò sia compatibile con il fatto che l’auto di Gavino Madau è rimasta parcheggiata nei pressi della casa della vittima per appena 2 minuti e 46 secondi. In quell’arco temporale sarebbe dovuto scendere dall’auto, avrebbe dovuto raggiungere la casa, farsi aprire la porta, pestare il rivale, fare il percorso inverso sino all’auto, risalire a bordo e andare via. È plausibile?

Sarà materia per i giudici ai quali si chiede anche di esaminare uno straccio azzurro con tracce che somigliano a quelle del sangue e su cui non sono mai stati compiuti gli esami per stabilire la presenza di impronte digitali o isolare tracce di dna. A proposito di impronte e tracce biologiche, sono della vittima quelle sul tubo di ferro ritenuta l’arma del delitto e ritrovato in un terreno di Madau. Nessun esame è però stato eseguito per capire se l’imputato avesse o no maneggiato quello strumento.

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