Peppino e Francesco, custodi del mare e dello stagno: la vita da pescatori continua a 90 anni – LE STORIE
Sulle barche sin da bambini tra Cabras e Mal di Ventre, una passione più forte del tempo
Cabras Questo è un mondo dove la pesca rappresenta qualcosa di più di un mestiere, una vera e propria arte tramandata per via orale e attraverso l’esempio, nel corso dei secoli, dai pescatori più anziani a quelli più giovani. Questo codice identitario, che diventa lessico condiviso e grammatica del vivere, affonda le sue radici nella storia dello stagno e nel fragile rapporto fra l’uomo e il mare. In un’epoca caratterizzata dai cambiamenti climatici, da rigide regole e da presenze turistiche sempre più importanti in un territorio in cui è sempre più difficile trovare giovani che vogliano fare il nobile lavoro, gli anziani pescatori sono i custodi dell’arte millenaria della pesca. E alcuni di loro, nonostante siano da tempo in pensione, continuano a rimanere attivi e a esercitare, in modi diversi, l’antica professione.
Le storie e i protagonisti
Tziu Peppinu Contini 97 anni appena compiuti, ogni mattina va ancora a pescare nelle acque vicine al porticciolo di Torregrande. Nato a Cabras l’8 febbraio 1929, da quando ha preso il patentino a 94 anni, si muove in scooter la mattina presto e, salito a bordo della sua barchetta in legno, rema fino a raggiungere il mare aperto spingendosi fino al primo pontile di Torregrande, ma senza allontanarsi troppo dalla riva. Lì gli altri pescatori gli permettono di gettare le reti e di pescare: «Purtroppo ho perso la mia barca a motore di tredici metri, si chiamava Maddalena, come mia madre, e con quella potevo andare dove volevo. Per fortuna ho almeno questa barchetta, ma alla mia età non posso allontanarmi molto. Quando gli altri rientrano, vado a gettare le reti e l’indomani le ritiro. Prima, con la mia barca e senza tutte le limitazioni di oggi, era molto meglio. Pescavo i ricci, i calamari e le aragoste. L’equipaggio era di otto uomini e tutti vivevano di quello che pescavamo. Si guadagnava bene. Adesso invece non si possono più prendere».
La passione
Ma cosa spinge tziu Peppinu a lavorare alla sua età? «Pescare mi piace – spiega mentre districa le reti –, è la mia passione, e con tutte le cose da pagare che ci sono, e i prezzi sempre più alti, la pensione non basta mai. Così vengo qui e se la giornata è buona mi faccio qualche chilo di pesce e di seppie. A casa poi faccio le reti, prepararle richiede un’abilità speciale che non tutti hanno». Memorie Secondo di quattro figli, due maschi e una femmina, ha perso da tempo i fratelli più piccoli e di recente sua sorella maggiore. Oggi vive nella zona di via Tharros: «Non mi sono mai sposato perché non ce la facevo economicamente, c’erano troppe cose da pagare e così sono rimasto sempre senza donna – racconta –. Il Comune mi aiuta mandando una persona che si occupa delle pulizie, di fare il bucato e di prepararmi da mangiare». Ricorda poi il maestro pescatore: «Ho iniziato a pescare nello stagno con mio padre da quando avevo sei anni, c’erano ancora i padroni. Lui era solo e aveva bisogno di molto aiuto. Usavamo is fassonis (le imbarcazioni tipiche fatte di vegetazione palustre e giunchi, ndr). Ci avevano assegnato la zona di Pischeredda e ogni venerdì il padrone, don Efisio Carta, faceva cucinare i pesci per i poveri. In casa vivevamo in sette e allora non c’erano pensioni. Mia nonna era cieca per la cataratta e andava a chiedere l’elemosina». Ancora oggi tutti i pescatori oggi lo ammirano e lo rispettano: «Ho lavorato in cooperativa fino a 70 anni, quando sono andato in pensione. Poi ho continuato in mare con la barca. A Cabras sono il pescatore più anziano, ci sono altri che si tengono in attività, ma più giovani di me. Il mio segreto? Mi piace mantenermi attivo e dormo poco. Da giovane quando gli altri dormivano, io facevo le reti. Anche adesso vengo a lavorare tutti i giorni, anche la domenica. Il fine settimana a volte un po’ di stanchezza la sento, ma mi basta un’oretta di sonno per recuperare».
Francesco Manca Più giovane di Peppino Contini, compirà presto 89 anni. Tziu Franziscu, nato il 17 maggio 1937, ha smesso di pescare per motivi di salute quando ne aveva 64, ma da casa continua a preparare reti, nasse e palamiti per suo figlio Pierpaolo, che fa lo stesso mestiere, e per diletto realizza anche is fassonis: «Preferisco lavorare in casa e tenermi impegnato piuttosto che andare al bar, anche se gli anni passano. Ho iniziato a fare il pescatore quando ero in seconda elementare: venne mio padre a scuola all’inizio dell’anno e mi portò a lavorare con lui. Al maestro Masala disse: “Ho bisogno di aiuto per i palamiti”. E così ho iniziato e ho dovuto temporaneamente rinunciare agli studi. Camminavo scalzo, fino a 18 anni non avevo scarpe e nello stagno mi muovevo con is fassonis. Ricordo che c'era tanta fame. Portavo le fascine al panificio di via Garibaldi, che in cambio mi dava un pezzo di pane. Una volta a casa lo si divideva fra tutti. A 18 anni ho ripreso a studiare alle serali prendendo la licenza elementare e dopo il militare ho fatto i corsi di avviamento professionale, raggiungendo il grado di capopesca. Potevo guidare una barca di 1.500 tonnellate entro 90 miglia. Nel frattempo ho lavorato per quattro anni in una fabbrica di mattoni a Oristano».
Scelte di vita
Il richiamo della pesca fu però più forte: «Non mi piaceva lo stabilimento, mi mancava il mare. Così ho ripreso a lavorare con mio padre, avevamo una barchetta di sette metri e andavamo a prendere le sparlotte con i palamiti. Dopo un po’ di tempo, un signore di Torregrande, Michele Giorico, mi propose di attraccare le navi al nuovo pontile, dove arrivavano i carichi di pietra dalla cava di Monte Arci. Accettai. Mi pagava 20mila lire a nave. Era il 1962». Mise così da parte i risparmi e continuò anche a pescare. Una volta guadagnati due milioni di lire, fece costruire la sua prima barca, la Dio Onnipotente lunga 12 metri. «Con questa barca andavamo a prendere le aragoste, e si guadagnava molto di più. A Ferragosto poi mi facevano portare ogni anno la statua della Madonna nella processione a mare e mi regalarono anche una coppa di cui vado orgoglioso. A Torregrande avevamo una capanna, purtroppo il Comune di Oristano le ha fatte abbattere».
L’oro rosso
Per aggiungere un motore alla barca, Francesco Manca fece anche un oneroso prestito in banca. Poi un episodio cambiò di colpo le prospettive: «Mio fratello si imbarcò da marinaio per venti giorni, quando rientrò disse a mio padre che avremmo fatto un altro mestiere e iniziammo a pescare il corallo. Si usava la croce di Sant’Andrea, che permetteva di scendere a 200 metri di profondità. Era la fine degli anni Settanta, andavamo nel Sud Sardegna o in Costa Verde. L’anno d’oro fu il 1981, quando facemmo fortuna raccogliendo per due settimane grandi quantità di corallo a venti miglia dall’isola di Mal di Ventre, nei pressi dello Scoglio di Santa Maria, che è stato chiamato così perché l’avevo scoperto nella settimana della festa patronale. La notizia purtroppo si diffuse rapidamente e un giorno sul posto arrivò una flotta di 48 barche, molte di altre regioni e finì tutto. La pesca del corallo con le reti fu vietata, ma con i soldi guadagnati abbiamo costruito barche più grandi, di 15 e 20 metri, continuando a pescare in mare». A 64 anni, dopo tre infarti, tziu Franziscu ha dovuto suo malgrado dire basta: «Oggi prendo nove medicine tutti i giorni, ma sembra che funzionino bene. Ho avuto anche un altro infarto nel 2020, durante il periodo del covid e sono stato un mese a letto ricoverato. Ma ora sto bene e mi piace tenermi attivo e godermi la famiglia. Da mia moglie, scomparsa qualche anno fa, ho avuto quattro figli, due maschi e due femmine, di cui una non c'è più. Ho sette nipoti e un pronipote».

