«Per noi non pagarono i servizi ma due amici: furono eroici»

SASSARI. Dopo Anna Bulgari Calissoni ieri è stata la volta della figlia, Laura, a raccontare i giorni terribili del sequestro della madre e del fratello. E riemerge così dal passato tutta la ferocia...

SASSARI. Dopo Anna Bulgari Calissoni ieri è stata la volta della figlia, Laura, a raccontare i giorni terribili del sequestro della madre e del fratello. E riemerge così dal passato tutta la ferocia della banda di sardi che, il 19 novembre del 1983, rapirono ad Aprilia Anna Bulgari e il figlio Giorgio. Dopo una prigionia durissima furono rilasciati il 24 dicembre di quell’anno.

Laura, che allora aveva 29 anni e faceva l’avvocato a New York, fu incaricata di gestire la trattativa con i “ladri di uomini”. E racconta tutta la sua solitudine, il silenzio della politica e delle istituzioni. «Solo i carabinieri si dimostrarono molto competenti e dotati di umanità», dice. Non basta. È ancora vivo nella memoria l’incontro con uno dei banditi, che si faceva chiamare Walter. «Mi insultò e parlò di capitalismo» ricorda Laura Calissoni. Sì, perché in quegli anni un gruppo di delinquenti, quasi tutti di Mamoiada, cercò di nascondere goffamente la propria avidità e la propria violenza dietro l’improbabile sigla politica del Mas (Movimento armato sardo).

Quegli occhi di fuoco tradirono il bandito che infatti proprio dagli occhi venne riconosciuto: era Claudio Cadinu di Mamoiada. Un uomo “pesante” nell’aristocrazia criminale sarda. E poi il ricordo della mutilazione di Giorgio Calissoni per ottenere quei tre miliardi di lire di riscatto. Fu drammatica la testimonianza di Giorgio Calissoni nel processo di Nuoro contro il Mas: «A “operarmi” fu il bandito che si faceva chiamare Francesco. Usò un normale coltello. Tagliò con molta lentezza, ma alla fine non riusciva più ad andare avanti. Per togliermi l’orecchio me lo dovettero strappare via». Quell’orecchio diventò presto il simbolo sanguinante della vergogna per tutta la Sardegna, dopo la pubblicazione di una cruda vignetta di Forattini sulla prima pagina della Stampa di Torino. Erano questi i sequestri, era questa l’agghiacciante ferocia di quegli uomini che hanno buttato fango su tutta l’isola.

Laura Calissoni conclude il suo racconto con il pagamento del riscatto e la liberazione degli ostaggi: «Quando mi richiama quel Riccardo, il sardo, inizio a insultarlo: gli urlo di tutto... Poi, mi calmo, gli dico che okay, va bene, paghiamo. Ma prima che metta giù, gli faccio una domanda secca. “Ho la tua parola d’onore che i miei verranno liberati?”. Lo sento come colto in qualcosa di vivo, forse l’onore, forse - semplicemente - non se l’aspettava una domanda simile. Mi fa: “Hai la mia parola”. Tre giorni dopo il pagamento, i tuoi saranno liberi”». «A pagare – conclude – non vanno, come per Greta e Vanessa, i nostri servizi segreti: ma due eroici miei amici. Che si avventurano con i soldi del riscatto contenuti dentro bustoni neri dell’immondizia a bordo di una Fiat 127». (p.m.)

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