Pesci alla diossina, il caso finisce alla Corte costituzionale

Impianti petrolchimici a Porto Torres

La Cassazione accoglie la richiesta dei legali di uno dei dirigenti accusati di disastro colposo dopo la clamorosa scoperta dei veleni finiti nelle acque della Marinella: sarà la Consulta a decidere se è scattata o no la prescrizione

SASSARI. I pesci alla diossina e l’inquinamento del tratto di mare davanti allo stabilimento del Petrolchimico di Porto Torres finiscono davanti ai giudici della Corte costituzionale. Un’inchiesta che non risparmia colpi di scena. Dopo una “tormentata” fase di indagini preliminari con “correzioni” dei capi di imputazione in corso d’opera, un anno fa il giudice Carla Altieri aveva prosciolto dalle accuse di avvelenamento e disastro ambientale colposi – «per intervenuta prescrizione» – gli imputati Gianfranco Righi, Guido Safran, Diego Carmello, rispettivamente rappresentanti legali (all’epoca dei fatti) della Syndial, della Sasol e della Ineos e Francesco Maria Apeddu direttore dello stabilimento Ineos. Ma il procuratore della Repubblica di Sassari Roberto Saieva aveva presentato ricorso per Cassazione sostenendo che il disastro colposo non fosse in realtà prescritto.

La Altieri aveva stabilito che dovesse ritenersi inapplicabile – nel caso in questione – la disciplina introdotta nel 2008 relativa al raddoppio dei termini di prescrizione per quel tipo di reato. Ma nel suo ricorso Saieva aveva fatto notare che quella norma non era entrata in vigore nel 2008 bensì l’8 dicembre del 2005. E quindi prima della consumazione del reato contestato agli imputati. Il giudice aveva quindi commesso un errore. La Cassazione a quel punto fissa l’udienza di discussione e due giorni fa ecco l’ennesimo colpo di scena: i giudici della suprema corte, accogliendo la richiesta degli avvocati Piero Arru e Fulvio Simoni – che tutelano il manager di Eni Gian Franco Righi – hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 157 della legge del 2005 nella parte in cui prevede il raddoppio del termine di prescrizione per una serie di reati tra cui il disastro colposo.

La stessa legge cui aveva fatto riferimento il procuratore Saieva. Il motivo? Gli avvocati Arru e Simoni hanno richiamato una sentenza della corte costituzionale che risale allo scorso anno e che aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma dell’articolo 157 nella parte in cui prevedeva il raddoppio dei termini di prescrizione per il reato di incendio colposo (che rientra come il disastro colposo nelle fattispecie previste dall’articolo 449 del codice penale). In quel caso il gup di Torino aveva sollevato questione di legittimità in considerazione del fatto che mentre il reato di incendio doloso «si prescrive in 7 anni», in quello colposo il termine prescrizionale maturerebbe, per effetto del raddoppio previsto dalla modifica della norma, «in dodici anni, risultando quindi largamente superiore a quello previsto per l’incendio doloso». Secondo i giudici costituzionali, in sostanza, la modifica normativa in questione «ribalta la scala di gravità dei due reati: l’ipotesi meno grave resta soggetta a un trattamento molto più rigoroso con inevitabile violazione dei principi di eguaglianza e ragionevolezza».

Come a dire: un crimine commesso intenzionalmente non può ricevere lo stesso trattamento di quello meno grave causato per colpa. E agli stessi principi di ragionevolezza si sono appellati gli avvocati Arru e Simoni per quanto riguarda il disastro doloso e colposo che si prescrivono – per effetto sempre di quella norma – entrambi nello stesso periodo determinando «una palese anomalia». La vicenda dell’inquinamento era venuta a galla nel 2003 dopo il clamoroso blitz di Irs nella collina di Minciaredda (ribattezzata la collina dei veleni). Era stato accertato che almeno fino al 2006 erano stati scaricati cadmio, mercurio, cromo, rame, cianuri tra i pesci nelle acque della Marinella. Sotto la lente della Procura era finito il sistema di depurazione delle scorie provenienti dalle industrie chimiche. Secondo l’allora pm Incani i reflui venivano miscelati in modo tale che, in caso di controlli, non si capisse chi versava cosa. Una “strategia”per confondere provenienza e responsabilità. Per il pm i padroni della chimica avevano volutamente avvelenato acqua e pesci e per questo aveva contestato loro reati dolosi. In seguito gli stessi reati erano “diventati” colposi. Ora la parola passa alla Corte costituzionale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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