«Zone umide, rispunta l’emendamento salva abusi»

CAGLIARI. Gli ecologisti del Gruppo di intervento giuridico l’avevano chiamata legge “scempia stagni”, una leggina interpretativa approvata in sordina durante la legislatura Cappellacci che sanava...

CAGLIARI. Gli ecologisti del Gruppo di intervento giuridico l’avevano chiamata legge “scempia stagni”, una leggina interpretativa approvata in sordina durante la legislatura Cappellacci che sanava gli edifici abusivi costruiti nella fascia dei trecento metri dalle zone umide malgrado il Ppr e una sentenza tombale del Consiglio di Stato. Bocciata il 22 ottobre 2013 dalla Corte Costituzionale, di cui allora faceva parte l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quella norma ritorna sotto forma di emendamento e diventa parte integrante della legge sull’edilizia che il Consiglio regionale è impegnato ad approvare a marce forzate. A proporla sono stati i consiglieri del Pd Antonio Solinas e Gigi Ruggeri, che la spiegano con la necessità di rispettare sino in fondo proprio la decisione della Consulta. Un passo indietro per capire: ad aprire il caso e a generare ricorsi ai giudici amministrativi era stata la costruzione di un palazzo di cinque piani in via Gallinara, a due passi dallo stagno di Molentargius, a Cagliari, una zona umida protetta dal piano paesaggistico e dalla convenzione di Ramsar. Autorizzata l’edificazione e superato il primo scoglio del Tar, il costruttore s’era dovuto arrendere a una sentenza definitiva del Consiglio di Stato, che dichiarò illegittime le autorizzazioni perché l’edificio si trova entro la fascia dei trecento metri dalla linea di battigia dello stagno. La contesa giudiziaria era basata sul testo del Ppr, che prevedeva il vincolo dei trecento metri per i laghi naturali e artificiali ma non per le zone umide, contesa sanata dal Consiglio di Stato: il vincolo vale anche per le zone umide. Il Consiglio regionale s’affrettò però ad approvare una legge in contrasto con la decisione dei giudici, con la quale le zone umide venivano ancora una volta escluse dalla fascia di tutela. Finita davanti alla Consulta, la controversia sembrava arrivata al capolinea: i giudici delle leggi avevano cancellato quella norma, confermando che i livelli di tutela paesaggistica possono essere sempre accresciuti e mai ridotti. Ora però il consiglio regionale ci riprova sollevando le ire degli ecologisti, cui Solinas e Ruggeri hanno risposto: «La norma – spiegano i due consiglieri del Pd – non ha valore retroattivo e riconduce alla lettura originale del Ppr che protegge le zone umide da qualsiasi intervento edilizio individuandone con precisione il perimetro. L’emendamento applica correttamente la sentenza della Corte Costituzionale, infatti un’interpretazione distorta delle regole aggiungeva alla zona protetta un ulteriore limite di trecento metri. In molte zone urbane, dove il limite di zona umida già comprende zone dell’abitato, aggiungere 300 metri significa comprendere da zone B sino al centro storico, rendendo molto difficile anche la banale sostituzione di una finestra. Queste distorsioni burocratiche sono il peggiore servizio che si possa fare alla cultura della tutela. Rimettere le cose a posto significa far valere il buon senso e mettere le regole al servizio dell’ambiente e non l’ambiente al servizio delle regole». La replica di Maria Paola Masala, di Italia Nostra: «Qui si sta manomettendo la lettera del Ppr, il vincolo dei trecento metri viene in realtà imposto solo quando il perimetro della zona umida coincide con la battigia». (m.l)

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